Ti sei mai chiesto da che lato pende l’ago della bilancia quando parli in pubblico?

Sicuramente si, nella testa di ogni formatore balena l'”epico dilemma”:

Conta più ciò che dici o come lo dici?

Gestire un pubblico è un arte. Ammaliare, interessare, suscitare, istruire, rispondere a un bisogno, crearne uno nuovo. Colui che ha il compito di educare, o formare, fa tutto questo e molto altro quando si rivolge a una platea, piccola o vasta che sia.

Ma Quanto è importante l’arte oratoria per un formatore?

Fondamentale.

Devi saper bene cosa dire, utilizzare un linguaggio consono al contesto ed esporre tesi e teorie in maniera limpida e comprensibile, tenendo conto di tutti quegli elementi che portano alla codifica di un messaggio efficace.

Rullo di tamburi.

E la comunicazione non verbale?

È qui che ti volevo.

Secondo gli studi del Prof. Albert Mehrabian, datati 1967, il 93% del messaggio recepito proviene da elementi esuli dalla conversazione verbale.

Lo psicologo statunitense, elaborò la teoria secondo la quale la percezione prima del messaggio proviene, in maggior ragione, dalla comunicazione non verbale (mimica e gestualità) e paraverbale (tono e volume della voce).

Ed ecco a voi la teoria più travisata del secolo!

Come spesso accade, i risultati vennero fraintesi e riproposti sotto forma di regole comportamentali, con un valore quasi deontologico, da coloro che su tale teoria hanno improntato fra i più svariati metodi di public speaking.

Si pensi agli innumerevoli corsi di coaching sul mercato della formazione professionale, primi su tutti i corsi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica), che promuove l’apprendimento di competenze come:

UTILIZZARE LA VISIONE PANORAMICA PER DECODIFICARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO DEL TUO INTERLOCUTORE!

COMUNICARE CON EFFICACIA E CONSAPEVOLEZZA, IMPARANDO A SUSCITARE NEGLI ALTRI LE REAZIONI CHE DESIDERI!

Accompagnati da slogan come:

GRAZIE A QUESTO CORSO EVITERAI DI BASARE L’EFFICACIA DELLA TUA COMUNICAZIONE SOLO SULLE PAROLE!

Povero Albert, con grande disappunto, tenta ancora di chiarire che i risultati delle sue ricerche sono relativi alla comunicazione di atteggiamenti e sentimenti, simpatie e antipatie, dunque a dinamiche ben lontane da quelle che un formatore gestisce in pubblico.

L’utilizzo della comunicazione non verbale,infatti, sia essa volontaria o involontaria, influisce sul risultato, ma ricopre un ruolo puramente marginale nell’atto comunicativo.

Essa infatti può rafforzare, smentire o creare una possibilità di feedback, ma l’intenzione unica di comunicare un dato, al di là della forma e del contorno proposto, si realizza nell’atto verbale vero e proprio.

Ci tengo a dire che attraverso la puntualizzazione di certe tematiche non tento di sminuire l’importanza della CNV, della quale tratteremo ancora, ma solo di dare a questa un peso specifico in relazione agli elementi di natura linguistica.

Ogni individuo ha, inoltre, una percezione del tutto personale della realtà e dell’altro, filtrata da quello che è il proprio vissuto, riassunto nei rispettivi ideali, culture e credenze.

Basti questo a scoraggiarti dall’imboccare la via della manipolazione reciproca, per mezzo di gesti e rituali prestabiliti e standardizzati poi.

La comunicazione è una cosa oramai cosi falsata e costruita, calcolata. Quasi non si considera più l’interazione tra individui come tale. Le parole sono come un albero spoglio a Natale, non ci piace vederlo così. Vogliamo agghindarlo, riempirlo di luci, effetti, neve finta e regali impacchettati, che fanno salire l’attesa e la suspense.

Eppure quell’albero aveva radici, aveva vita, aveva senso così com’era, il suo messaggio era chiaro comunque. Era un abete. Mi avrebbe ricordato il Natale lo stesso. A te no?

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