“Impara a non usare i paroloni quando parli a/con qualcuno”.
“La capacità che hai di spiegarti al di là dei paroloni è indice di quanto hai capito bene l’argomento”.

Mi hanno sempre insegnato che quando si parla in pubblico è bene non usare i grandi paroloni. O meglio: centellinarli quando servono e spiegarli per bene tutte le volte.
D’altra parte mi hanno anche detto che non posso usare un linguaggio da bar quando parlo con le persone perché “Poco professionale” , questo porterebbe a pensare che i paroloni vadano usati.
Anche se è indubbio che il linguaggio da bar con i contenuti di una lezione universitaria sono una combinazione perfetta quando si tratta di farsi capire a una platea che ama questa tipologia di conversazione.

D’altra parte vorrei anche evitare qualcosa del tipo:[gdlr_notification icon=”fa-graduation-cap” type=”color-border” border=”#1975ad” color=”#ffffff”]

1. La corte di assise è competente:

d bis) per i delitti consumati o tentati di cui agli articoli 416, sesto comma, 600, 601, 602 del codice penale, nonché per i delitti con finalità di terrorismo sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni. (3)

(3) Lettera aggiunta dall’art. 1, comma 1, lett. b), del D.L. 12 febbraio 2010, n. 10 , convertito con modificazioni nella L. 6 aprile 2010, n. 52

Sezione 2, articolo 5, comma d bis del codice di procedura penale.[/gdlr_notification]

Non per altro, ma perché è praticamente incomprensibile, e viene definito “italiano giuridico” solo perché dire “italiano sgrammaticato che va bene solo perché tra di loro si capiscono e abbiamo troppa paura di loro per andare a criticarli nel loro stesso ambiente” suonava male.

Quindi in definitiva, che cosa possiamo dire riguardo all’uso dei paroloni?

Innanzi tutto i paroloni vanno usati. Con moderazione ma vanno usati.
Mi spiego meglio: se stai intrattenendo una sala parlando del Ibuprofene non puoi permetterti di passare ore e ore usando le parole “quella molecola” o altri sinonimi solo per evitare “Ibuprofene”.
Puoi spiegare una volta o più volte che cosa significa quella parola, e la usi per tutto il tempo che ti serve.
Anzi! Può essere essenziale spiegare il termine e usarlo correttamente durante la spiegazione.

Quando ero in prima superiore ebbi una professoressa che aveva la tendenza a spiegare “pane al pane e vino al vino”. Era molto chiara, ma alla fine dell’anno c’erano ancora ragazzi che avevano difficoltà a distinguere tra atomo e molecola.

Per evitare questa problematica, basta spiegare i concetti una o più volte e poi usare le parole correttamente nel mezzo della spiegazione.

D’altra parte ti imploro: non ritrovarti mai a parlare in maniera criptica come avviene nel linguaggio della legge!
Proviamo a tradurre l’articolo di cui sopra?

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1. Si può chiedere aiuto alla corte d’assise quando:

d bis) quando qualcuno compie o tenta di compiere il reato di associazione a delinquere (articolo 416, sesto comma) finalizzata a: sfruttamento come diritto di proprietà (600), tratta delle persone (601), acquisto di schiavi (602); o uno di questi stessi reati senza l’associazione a delinquere, o per delitti fatti per terrorismo.
Questo se la pena per tali reati non è inferiore a 10 anni. (3)

(3) Paragrafo aggiunto all’articolo 1, primo paragrafo, lettera B del decimo disegno di legge del 12 febbraio 2010. Tramutato in legge con delle modifiche il 6 aprile 2010.

Sezione 2, articolo 5, comma d bis del codice di procedura penale.[/gdlr_notification]

Bene! Ora si capisce, ti pare?

Insomma: usa il linguaggio che chi hai di fronte possa capire, e usa i termini tecnici solo quando ti serve dare effettivamente il nome corretto alle cose.
I termini hanno un significato, e non è detto che un giro di parole possa sempre aiutare a capire. Soprattutto se chi ti ascolta deve saper avere a che fare con quel termine e con quel significato.

Ma non parlare come la sentenza di una corte!

Ci siamo intesi? 😉

Nel prossimo articolo di logica analizzeremo la logica di questo, quindi non te lo perdere.

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