Silenzio… ha senso

Silenzio… ha senso

Ogni interazione tra uno e più individui prevede un atto comunicativo che si finalizzi con la codifica di un messaggio: racchiuso possibilmente in un gesto, un’espressione facciale, una parola, o anche semplicemente nel silenzio.

Quanto pesa il silenzio?

Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso.

Pur avendo la facoltà di parlare, uno dei due interlocutori sceglie sempre di far silenzio. Per favorire la comunicazione o per comunicare a sua volta.

Sia esso assordante, inquietante, pieno, infinito. Può essere espressione di vergogna, disappunto, rispetto, riverenza, accettazione, servilismo.

“Finezza d’amore” per Shakespeare, “una delle grandi arti della conversazione” per Hazlitt.

Quel frangente privo, pare, di note, apparentemente quieto e segreto, è in realtà pieno di “trasmissioni”. Per di più, può rivelarsi spesso un atto empatico e accogliente, sintomo di attenzione e condivisione.

Nel suo saggio Silere/Tacere, Luigi Heillman opera una distinzione semantica interessante tra i termini latini ‘sileo’ e ‘taceo’, appunto: l’uno sta a indicare la quiete, l’immobilità; tra due persone indica indifferenza, risentimento, sentimenti tipici di chi non è in grado di interagire, non vuole far parte di un’esperienza, o di chi volutamente tende all’isolamento. L’altro è una forma fondamentale per il dialogo, sia esso il ‘taceo’ di ascolto, di colui che accoglie il messaggio e ne ricerca il senso, o il cosiddetto ‘taceo’ reciproco, che si realizza in una situazione di conoscenza e comunione profonda, laddove non servono le parole per capirsi.

In silenzio puoi dire…

Molti temono di cadere nel silenzio, perché lo vivono come un momento di disagio, imbarazzo o apparente nulla. Esso invece funziona bene se sai padroneggiarlo.

La voce del silenzio non parla all’orecchio, ma parla.

Al tuo ingresso all’interno di un’aula o una sala conferenze, prova a restare qualche secondo in silenzio, attirerai facilmente l’attenzione e come te faranno silenzio gli altri, in forma di rispetto, educazione, e darai loro modo di elaborare le prime tacite informazioni.

Sì perché, pur non avendo aperto bocca, il tuo solo atteggiamento e il tuo corpo rivelano tutta una serie di informazioni. Sempre, che tu lo voglia o no.

Siano esse l’età, il sesso, lo stato fisico, le emozioni, lo status sociale e così via.

Tutti elementi che non andrai a specificare a parole, perché probabilmente irrilevanti ai fini dell’incontro e silenziosamente impliciti.

Molti, ma non tutti, sanno inoltre che è l’arma per eccellenza quando si tratta di attirare l’attenzione, all’interno di un gruppo o durante una spiegazione. Se c’è qualcuno che non è partecipe o chiacchiera, lasciar calare il silenzio concentrerà l’attenzione, ora tua, ora degli altri, solo su chi disturba, che immediatamente recepirà il messaggio “solo con lo sguardo”.

Assenza, o attesa?

Piuttosto che martellare i nostri interlocutori stile “tubo catodico”, concedere, a noi e a loro, una pausa silenziosa tra un discorso e un altro, favorirà l’elaborazione delle parole appena pronunciate. I tuoi destinatari avranno il tempo di formulare un pensiero personale a riguardo e tu di progettare e riorganizzare le idee.

In silenzio. Fioriscono lo spirito critico, la riflessione, la creatività.

Quella pausa, inoltre, rappresenta per chi ascolta, l’equatore che divide il prima dal dopo: fin qui si è detto questo, lo metabolizzo, formulo un giudizio e creo delle aspettative per il futuro, per quello che mi verrà detto ancora.

“Dosalo”

Una pausa è detta tale perché assume il compito di mantenere vivo lo scambio, diventando un filo invisibile che collega pensieri e parole.

Nel corso di una discussione però, se il silenzio si prolunga, all’interno della sfera emotiva di una persona, si rischia di innescare un processo mentale spiacevole: l’imbarazzo.

Esso si realizza in una sensazione di disagio emotivo e turbamento, vergogna, ma anche soggezione. È un fenomeno sia relazionale che sociale, in quanto nasce e vive all’interno di una interazione, ma influisce sull’immagine di se e l’immagine che gli altri hanno della persona imbarazzata.

Dopo quanto un silenzio diventa imbarazzante?

Qualche anno fa, Namkje Koudenburg, studioso olandese dell’Università di Groningen, Paesi Bassi, pubblicò in un articolo sul Journal of Experimental Social Psychology i risultati di uno studio sull’accettazione sociale e l’appartenenza, affermando che il silenzio è un atto emotivamente tollerabile all’interno di un tempo di quattro secondi.

L’esperimento, condotto su 162 studenti, ha rivelato un risveglio di sensazioni quali timore, esclusione, allontanamento, disagio.

Il silenzio diviene, dunque, imbarazzante, laddove provoca uno “scollamento emotivo”, che altro non fa che alterare la percezione dell’altro e spostare l’attenzione.

Alla base di tutto, spiega, ci sono gli istinti dell’accettazione sociale e dell’appartenenza e la paura primordiale di essere esclusi.

Abbiamo scoperto che una conversazione fluente, oltre a essere molto piacevole, ci informa che le cose vanno bene. Significa che facciamo parte di questo gruppo, e che siamo d’accordo l’uno con l’altro. Questo tipo di conversazioni serve per stabilire l’appartenenza, l’autostima e fornisce una validazione sociale.

Presente all’appello

Come ogni conversazione o scambio, quella che avviene tra docente e discente può essere intesa come l’interazione di due o più esperienze a confronto.

Dalla tua, ci si aspetta che tu sappia gestire e condurre la situazione, sia dal punto di vista formale, che dal punto di vista emotivo. Che sia in grado di cogliere i significati e trasmetterli durante i momenti di apparente vuoto.

Dunque, non chiuderti mai nel tuo silenzio.

È, sì un momento di riflessione, di contemplazione del se e dell’altro, ma la scelta di tacere in pubblico prevede comunque che tu ci sia, che sia lì, che sia presente: rischi altrimenti che il tuo pubblico si distragga e si allontani. Mantieni il contatto.

Cosa avrà voluto dire?

In ultimo ma non per ultimo: altrettanto importante, per uno scambio efficace, è saper riconoscere la tipologia di silenzio dell’altro, focalizzare cosa sta e vuole comunicare con quel silenzio, rispettarlo e interagire di conseguenza.

Saper distinguere un silenzio di mediazione in un momento di difficoltà, da quello chiuso e ostile di chi resiste alla conversazione (in tali casi si tratta di mutismo: rifiuto di comunicare uno stato di sofferenza), da quello d’imbarazzo, da quello di chi non conosce la risposta alla domanda e da quello di chi la domanda non l’ha proprio capita.

Leggere la sorpresa di chi resta senza parole e così via.

Il silenzio può essere una delle esperienze più profonde dell’essere, condivisione di sapere e mistero, la tacita descrizione di sintomi e sensazioni.

Al tempo stesso è uno degli aspetti più controversi e interessanti del public speaking, per la sua contraddittoria efficacia.

Ma per un formatore esso è soprattutto ascolto, immersione vera all’interno del mondo interiore del soggetto in formazione, condizione ambientale che ci permette di entrare in contatto con l’altro ad un livello profondo, tanto da raggiungere la genesi di un’idea o di un pensiero.

Da qualche parte ho letto che il silenzio è la forma più alta della parola, e comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

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