L'entrata in scena nei concerti

L'entrata in scena nei concerti

Il momento che prediligo negli eventi pubblici ai quali partecipo o che ho occasione di seguire indirettamente, è quello dell’entrata in scena.

Avete presente quel momento di un concerto nel quale il cantante compare sul palco, il momento in cui deve dominare e convivere con le sue paure e le sue ansie, e nello stesso tempo, cominciare a fare ciò che tutti si aspettano faccia e faccia anche bene, cantare.

Ecco, quello è il momento che mi appassiona veramente perché è il momento nel quale l’oratore di turno (il cantante) deve dare il meglio di se per apparire naturale e per cominciare a parlare (cantare), davanti a centinaia, migliaia o più, occhi che osservano ogni minimo particolare.

L’entrata in scena è uno dei momenti più difficoltosi per tutti i professionisti, la tensione sale, il battito cardiaco accelera e a seconda delle caratteristiche psicologiche possono avvenire tra i fenomeni più imbarazzanti in assoluto, come l’iperidrosi (sudorazione copiosa), la secchezza delle fauci e a volte l’impossibilità totale di parola.

Non vi sto parlando a caso di concerti, vista la fortissima analogia in diverse occasioni ed emozioni, con il parlare in pubblico.

A seconda di chi deve entrare in scena e delle sue caratteristiche, l’entrata potrà essere totalmente differente e le ho suddivise in diverse tipologie e qui ne elencherò alcune.

  • Entrata esuberante – quella in cui il cantante entra e sta già cantando dal buio delle quinte.
  • Entrata di accettazione – quella che permette di entrare in “confidenza” con il proprio auditorio, una sorta di preliminari nei quali ci si conosce, per poi arrivare al dunque quando ci si sente pronti a farlo.
  • Entrata all’oscuro – il cantante è nascosto, l’effetto scenico è molto alto, in diversi casi il cantante non guarda il pubblico fino a quando non ha cominciato a cantare. Notate la finezza, comincia a guarda il pubblico dopo aver cominciato a cantare, quindi la visione della massa di persone avviene solo successivamente al delirio che i fan scatenano appena la voce parte. La differenza con l’entrata esuberante è che il cantante può partire anche con un pezzo meno d’impatto e magari in crescendo.

Ecco alcune entrate in scena di professionisti della musica italiana. Mi sono rimaste in testa, vi allego alcuni miei pensieri e ragionamenti.

Con esuberanza

In questo video vi propongo l’entrata in scena di Ligabue il 10 Settembre 2005 alla prima edizione del Campovolo, immaginate che si trovava di fronte a 180.000 persone.

  • Parte dal fondo del palco ed entra sfogando tutta la sua energia per ristabilire un equilibrio emotivo interno.
  • Ruota su se stesso; immedesimandomi immagino il subbuglio della tensione unito al vuoto allo stomaco, mischiandolo con la testa resa leggera dalle rotazioni.
  • In questo pezzo non proprio “di riscaldamento” della voce, ci sono alcune lievi incertezze che a poco a poco scompariranno.

In accettazione

Questo invece è l’ingresso di Elisa al Forum di Assago di Milano il 24 Marzo 2014.

  • Saluta i presenti entrando in una connessione empatica
  • Mani aperte, braccia aperte, sorriso, baci, naturalezza
  • Un’amica che sta salutando tanti amici
  • Comincia a ballare e a muoversi stemperando la tensione
  • Quando deciderà di cominciare a cantare la band la seguirà
  • Notate la prima incertezza nella voce, forse dovuta a problemi tecnici o al suono della registrazione, che viene poi ripresa immediatamente.

Nell’oscurità degli occhi chiusi

In questo video potrete vedere l’entrata in scena di Renato Zero.

  • Tiene basso lo sguardo, non vede il pubblico per il primo minuto di canzone
  • Ha a disposizione il gobbo elettronico per eventuali amnesie
  • Quando ha superato l’inizio della canzone “si trasforma”

La magia

Ricordo un magnifico concerto di Jovanotti a Bologna del 2011, nel quale ad un certo punto comparve un ospite e la sua entrata in scena fu particolarmente coinvolgente per il pubblico.

Ho trovato la stessa scena riproposta anche a Riccione, ma credo che l’entrata di Bologna sia stata ancora migliore vista la presenza del fumo a coprire quanto stava avvenendo e a mascherare l’identità del nuovo componente sul palco.

In conclusione

vi lascio con questa entrata in scena epica, in stile concertone, direttamente da Megamind della DreamWorks.

Dai video che hai appena visto potrai comprendere che dovrai aver pronte differenti entrate in scena, per poter scegliere quella più adeguata alla tua situazione emotiva, quindi preparati e analizza il modo con cui i grandi professionisti scelgono di comparire nelle loro apparizioni pubbliche.

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

La natura di un fenomeno sociale è, sempre, direttamente proporzionale alla sua funzionalità.

Da secoli, (nonostante la percezione odierna sia quella di un fenomeno eccezionale) la mobilità, le migrazioni, l’attitudine delle popolazioni allo spostamento, sono avvenimenti di carattere sociale che favoriscono la redistribuzione e l’evoluzione numerica della popolazione mondiale, seguendo standard geopolitici, climatici e di promozione sociale o lavorativa.

È facile quindi, anche per un formatore, ritrovarsi di fronte ad una platea costituita da persone di un’altra cultura, che parlano altre lingue, che possiedono un background differente dal suo.

Mi chiedo,

sono pronto a misurarmi con un pubblico “straniero”?

Filtrata dai nostri sensi, dall’educazione e dalle proprie esperienze, è bene tenere sempre a mente che, la comunicazione non rappresenta un canale unilaterale, non è solo ciò che desideri comunicare, è anche come viene percepito.

Per chi guarda e ascolta, avere a che fare con modalità e stili di comunicazione ai quali non si è abituati, soprattutto, (se si tratta di migranti o richiedenti asilo) per chi non è mai uscito dal proprio paese e non si è mai rapportato ad altri, può portare alla nascita di sentimenti quali frustrazione, imbarazzo, ma anche alla realizzazione, più o meno ideale, di svantaggi sociali, come discriminazioni e stereotipi, fino all’esclusione.

I conflitti e le incomprensioni fra interlocutori che hanno un dissimile retroterra culturale, possono nascere per una cattiva gestione della comunicazione interpersonale, ma per mediare culturalmente e linguisticamente basterà stimolare e facilitare lo scambio e l’accettazione.

Il web è pieno zeppo di consigli e analogie che mirano al raggiungimento di una piena capacità di interazione multietnica.

Senza dimenticare mai che in una situazione multiculturale possano nascere problemi di omomorfia: gesto uguale, significato diverso.

Corsi, nozioni, consigli e manuali, che ti aiuteranno a tenere sempre sotto controllo i gesti ed il loro rapporto simbolico, come se il dialogo con “lo straniero” dovesse avvenire più che mai attraverso messaggi solo visivi.

Saprai che nelle Filippine chiamare facendo segno con la mano è il modo di chiamare i cani.

Che in Brasile e in Giappone è sconsigliato il contatto visivo prolungato.

O che in Vietnam le dita incrociate indicano gli organi genitali femminili.

Ti interesserà sapere che nelle Fiji se stingi la mano a qualcuno devi mantenerla per tutta la conversazione.

L’università di Boston, nel 2009, ha addirittura creato il “Gestibolario on line”, un video vocabolario, che ti permette di ripetere davanti alla webcam il gesto per ottenere la traduzione nella lingua che preferisci.

Nulla di più sviante.

È vero che in alcune circostanze la comunicazione corporea assume un ruolo predominante, sopratutto laddove quella verbale risulta latente o discorde.

Ed è vero anche che i gesti sono importanti, ed è bene sapere che ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato arbitrario, ma il più delle volte,  sopratutto in certi casi, possono fuorviare ed essere portatori sani di stereotipi e luoghi comuni.

Lo sappiamo bene noi del bel Paese.

Del resto la forte gestualità che caratterizza gli italiani, spesso accompagnata da un tono di voce molto alta, ci ha sempre raffigurato come aggressivi e invadenti agli occhi degli altri.

E ne approfitto per dare a tutti la notizia:

Gli italiani non gesticolano di più, usano semplicemente più spazio per farlo.

I nostri gesti sono più ampi, più aperti, tanto da ridurre lo spazio prossemico e fisico, a volte, fino al contatto. Un classico.

Ma evitare il contatto diretto, non alzare il volume della voce, trattare tutti i partecipanti allo stesso modo, sono basilari e banali accorgimenti di cui dovresti già avere piena cognizione, sui quali dunque non mi soffermerei.

È importante conoscere i gesti rituali, evitare segni culturalmente inadeguati, essere consapevoli che in società diverse esistono diversi modi di salutarsi, ringraziare, presentarsi ecc. e quindi un linguaggio del corpo differente.

Ma il primo passo per abbattere le barriere, è quello di favorire la costruzione di un canale e far si che il messaggio sia recepito ad ogni livello da tutti gli interessati.

Per fare questo dovrai distanziarti dal tuo sistema di valori e razionalizzare tutta una serie di saperi e nozioni condivise, con e per tutti.

Mirare alla comprensione universale di insegnamenti, competenze ed abilità, occupandoti in primo luogo della questione linguistica, ostacolo primo per eccellenza.

Stabilisci, dunque, sin dall’inizio una lingua che sia comune a più partecipanti possibili e che tu per primo sei in grado di padroneggiare.

Quindi, scopri quali sono le ulteriori lingue parlate nel gruppo e, nel caso in cui ci siano partecipanti coi quali non condividi nessuna lingua, individua qualcuno che è in grado di tradurre e facilitagli il lavoro, anche solo con uno spostamento di posto, o con ogni altro mezzo a tua disposizione.

Chiunque si rapporti ad una platea con la quale non si condividono lingua, gestualità e percezioni legate all’ambito culturale, deve porre particolare attenzione alla ricezione dei feedback, all’uso corretto di domande e risposte ed al trattamento dei messaggi, siano essi verbali o no.

Perciò il passo successivo, che agevolerà la loro partecipazione intellettuale e ti restituirà la sicurezza di una comunicazione quantomai efficace, potrebbe essere un’attività di sensibilizzazione ai sistemi di comunicazione, agli strumenti in uso ed ai loro effetti.

Questo genere di consapevolezza può essere raggiunta attraverso esercizi di ascolto, dialogo e linguaggio gestuale, al fine di mostrare l’abilità sociale e le capacità che ognuno possiede ed è in grado di eseguire.

Per quanto sia semplice capire come funziona, non è altrettanto facile mettere in pratica tali espedienti. Quando si incontrano uno o più interlocutori che fanno riferimento a conoscenze di base che si differenziano dalle nostre, quanto meno condividiamo le nostre conoscenze, tanto saremo distanti da questi e con loro sarà difficile comunicare.

Potranno esserti d’aiuto compiti rituali, come i saluti o le presentazioni, così da favorire l’interazione e mettere in luce le differenze.

Inoltre la tua partecipazione in prima persona è un buon modo per ridurre le distanze.

Chi conduce lo sforzo primo di comunicare, deve negoziare il significato di ogni messaggio, saper riconoscere le disuguaglianze rispettando i destinatari.

Imparare dagli altri, evitare di generalizzare, appianare il malessere derivante dal confronto col diverso e dunque con la paura di proporsi in modo erroneo, o peggio, ambiguo.

Divenire parlanti in grado di mediare e trasferire competenze linguisticamente e culturalmente, vuol dire interagire in modo critico e creativo accettando una nozione più ampia del se e dell’altro. Dimostrarsi sensibili alla natura interculturale di ogni comunicazione per semplificare l’apertura, acquisire nuove conoscenze, costumi, consuetudini, essere in grado di interpretare, gestire e valutare in maniera costruttiva punti di vista e pratiche, proprie ed altrui.

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Ti sei mai chiesto da che lato pende l’ago della bilancia quando parli in pubblico?

Sicuramente si, nella testa di ogni formatore balena l'”epico dilemma”:

Conta più ciò che dici o come lo dici?

Gestire un pubblico è un arte. Ammaliare, interessare, suscitare, istruire, rispondere a un bisogno, crearne uno nuovo. Colui che ha il compito di educare, o formare, fa tutto questo e molto altro quando si rivolge a una platea, piccola o vasta che sia.

Ma Quanto è importante l’arte oratoria per un formatore?

Fondamentale.

Devi saper bene cosa dire, utilizzare un linguaggio consono al contesto ed esporre tesi e teorie in maniera limpida e comprensibile, tenendo conto di tutti quegli elementi che portano alla codifica di un messaggio efficace.

Rullo di tamburi.

E la comunicazione non verbale?

È qui che ti volevo.

Secondo gli studi del Prof. Albert Mehrabian, datati 1967, il 93% del messaggio recepito proviene da elementi esuli dalla conversazione verbale.

Lo psicologo statunitense, elaborò la teoria secondo la quale la percezione prima del messaggio proviene, in maggior ragione, dalla comunicazione non verbale (mimica e gestualità) e paraverbale (tono e volume della voce).

Ed ecco a voi la teoria più travisata del secolo!

Come spesso accade, i risultati vennero fraintesi e riproposti sotto forma di regole comportamentali, con un valore quasi deontologico, da coloro che su tale teoria hanno improntato fra i più svariati metodi di public speaking.

Si pensi agli innumerevoli corsi di coaching sul mercato della formazione professionale, primi su tutti i corsi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica), che promuove l’apprendimento di competenze come:

UTILIZZARE LA VISIONE PANORAMICA PER DECODIFICARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO DEL TUO INTERLOCUTORE!

COMUNICARE CON EFFICACIA E CONSAPEVOLEZZA, IMPARANDO A SUSCITARE NEGLI ALTRI LE REAZIONI CHE DESIDERI!

Accompagnati da slogan come:

GRAZIE A QUESTO CORSO EVITERAI DI BASARE L’EFFICACIA DELLA TUA COMUNICAZIONE SOLO SULLE PAROLE!

Povero Albert, con grande disappunto, tenta ancora di chiarire che i risultati delle sue ricerche sono relativi alla comunicazione di atteggiamenti e sentimenti, simpatie e antipatie, dunque a dinamiche ben lontane da quelle che un formatore gestisce in pubblico.

L’utilizzo della comunicazione non verbale,infatti, sia essa volontaria o involontaria, influisce sul risultato, ma ricopre un ruolo puramente marginale nell’atto comunicativo.

Essa infatti può rafforzare, smentire o creare una possibilità di feedback, ma l’intenzione unica di comunicare un dato, al di là della forma e del contorno proposto, si realizza nell’atto verbale vero e proprio.

Ci tengo a dire che attraverso la puntualizzazione di certe tematiche non tento di sminuire l’importanza della CNV, della quale tratteremo ancora, ma solo di dare a questa un peso specifico in relazione agli elementi di natura linguistica.

Ogni individuo ha, inoltre, una percezione del tutto personale della realtà e dell’altro, filtrata da quello che è il proprio vissuto, riassunto nei rispettivi ideali, culture e credenze.

Basti questo a scoraggiarti dall’imboccare la via della manipolazione reciproca, per mezzo di gesti e rituali prestabiliti e standardizzati poi.

La comunicazione è una cosa oramai cosi falsata e costruita, calcolata. Quasi non si considera più l’interazione tra individui come tale. Le parole sono come un albero spoglio a Natale, non ci piace vederlo così. Vogliamo agghindarlo, riempirlo di luci, effetti, neve finta e regali impacchettati, che fanno salire l’attesa e la suspense.

Eppure quell’albero aveva radici, aveva vita, aveva senso così com’era, il suo messaggio era chiaro comunque. Era un abete. Mi avrebbe ricordato il Natale lo stesso. A te no?

4 regole base per parlare ad una sala

4 regole base per parlare ad una sala

Ho sempre trovato estremamente complesse le regole “ufficiali” di comunicazione davanti ad una sala.
Forse perché essendo in una famiglia di professori, e avendo passato tanti anni a discutere su internet di vari temi, e almeno 5 anni a fare ripetizioni private ai ragazzi delle superiori, per me spiegare è ovvio. E’ banale, insomma io ho il mio modo di affrontare la comunicazione in pubblico.

Ti racconterò alcune delle cose che ho osservato.

Se fossi in questo momento davanti ad una sala l’unica cosa che farei, l’unica domanda che mi porrei sarebbe: come posso spiegargli efficacemente ciò che per me è chiaro in testa?
L’unica risposta che mi darei sarebbe: lo vedo e glielo spiego.
Quindi come se tu dovessi raccontare cosa c’è in un’immagine che vedi: la guardi, e la descrivi.

“Siamo in una scena innevata, invernale. Sulla destra si trova un picco piuttosto massiccio ricoperto di neve, mentre al centro, verso il basso, c’è una schiera di tetti di case e alberghi in classico stile altoatesino. Dietro ci sono alcune piste da sci, e la cresta di una montagna si pone come degli spalti di un teatro. Ogni tanto ci sono dei sempreverde a costellare il tutto.”

Scriviamo quindi quali sono alcuni accorgimenti da seguire.

Spiega

Mi rendo conto che sia in assoluto il consiglio più banale che si possa dare in questo contesto, ma in effetti la soluzione più facile è questa: “spiega!”.
Se sei davanti ad una sala e devi spiegare un concetto, banalmente spiegalo! Soprattutto per chi è abituato a PNL, o altre arti metodiche dove ti viene insegnato a modificare il tuo modo di parlare per andare incontro alle necessità della sala (tono della voce, parole che usi, modo in cui ti muovi, i supporti tecnici come luci e video che decidi di utilizzare, e così via).
In effetti quando il mondo della comunicazione e della formazione è focalizzato sulla forma con cui si spiega il primo suggerimento che si può dare è: concentrati sul contenuto!
Regola base?
Spiega come se lo dovessi spiegare a tua nonna: non esiste nessun concetto per quanto complesso che non possa essere spiegato con parole semplici, magari facendo un certo numero di premesse e di “giri attorno”.
Se devi per forza utilizzare dei paroloni tecnici significa che alla fin fine non lo sai spiegare. Quindi, se tua nonna capisce significa che va bene.

Non fare orfani

E qua si torna ad alcuni concetti di PNL.
Questa è una regola magica fondamentale. Le persone sono attirate nella loro attenzione da ciò che dici e da come lo dici. La loro attenzione dipende dal loro interesse e dalla tua bravura.
Se non sei bravo a cogliere l’attenzione di tutti, finisce che qualcuno si distrae e perde pezzi del discorso.
Esistono orfani visivi, e orfani sensoriali. Cioè: puoi fare orfani perché guardi solo una parte della sala, e le altre zone abbassano il loro livello di interesse perché si sentono di meno al centro dell’attenzione.
Puoi fare orfani perché utilizzi tantissimo un canale percettivo, e ti dimentichi gli altri.
I canali percettivi sono 3 (quelli principali, quindi significa che ce ne sono altri, di cui vi parleremo più avanti): visivo, auditivo e cinestesico (i cinestesici imparano dalle sensazioni fisiche). Se tu fai una presentazione solo auditiva (parli e basta davanti ad una sala) rischi di perderti per strada tutte le persone che sono visive o cinestesiche.
Una buona presentazione viene accompagnata sicuramente da slide, da video (se può aiutare), e da esercizi pratici dove i protagonisti diventano loro.

Psicologia

Devi avere a che fare con una serie di persone che hanno teste diverse, caratteri diversi, esperienze di vita diverse, modi diversi di vivere le stesse emozioni.
Se uno del pubblico ti pone una domanda che ti mette in imbarazzo, oppure critica direttamente ciò che tu hai appena finito di dire, come devi reagire? Lo zittisci? Gli spieghi meglio? Inizi un dibattito? Gli chiedi di uscire? Coinvolgi le persone nella sala per sapere loro cosa ne pensano? Lo ignori, e svicoli la domanda elegantemente? Gli proponi di chiarirvi meglio in privato?
Cosa rischi? Di iniziare un dibattito infinito? Di spaccare la sala a metà e di non moderare più la situazione? Di vedere che l’intera sala si aizza contro di te? Di perdere l’interesse di metà della sala (si chiama catalizzare: quando dai una risposta molto forte, netta e precisa, magari tenti di zittire l’intervento, al ché chi è d’accordo con te inizia ad amarti, e chi non è d’accordo inizia a considerarti un cretino o uno stronzo)?
Fare dei questionari iniziali per testare gli umori della sala può essere davvero utile per adeguare la tua “psicologia”.

Emozioni

Qui ci sono due cose da dire: devi imparare a gestire le tue emozioni, e devi trasmettere quanta passione provi per quel che stai spiegando.
Devi evitare di arrivare triste, o nervoso davanti alla platea ed evitare di scaricare sulla platea quelle emozioni.
D’altra parte mentre comunichi, comunichi sia le emozioni che il contenuto, e se sei coerente tra i due è più facile che la gente ti segua.

Mi è successo più volte di parlare con una persona che mi spiegava come e perché dovessi prendere la vita più alla leggera e mi dovessi amare molto di più. Me lo raccontava con un tono estremamente leggero, amoroso, rilassato, e sicuro di sé.
Durante la spiegazione, percependo il suo tono, tutto aveva senso. Era ovvio.
Tornato a casa, quando ripensavo alle parole che mi aveva detto, e senza avere il supporto della sua emotività, la mia sensazione era “ma cosa mi ha detto? Quello che ricordo non ha senso!”.

 Faticavo a memorizzare le emozioni legate a quanto fosse stato detto, forse mi concentravo troppo sul contenuto e troppo poco sulle emozioni, o forse ero talmente trasportato dalla mia attenzione per le emozioni che perdevo per strada il senso del contenuto; ma ora vi sto parlando di me e delle mie emozioni, quindi vi lascio e continuo a riflettere 😉

Le varie figure che parlano: venditori, informatori e Formatori

Le varie figure che parlano: venditori, informatori e Formatori

L’oratoria è l’arte di parlare in pubblico! Quante tipologie di figure esistono nel mondo dell’oratoria? Partiamo da un punto che dobbiamo obbligatoriamente approfondire prima di distinguere i nomi che vengono attribuiti alle persone che parlano.

Quali sono i motivi per cui si parla davanti ad una platea di 1, 10 o 10.000.000 di persone?

I 6 gruppi dell’oratoria

Possiamo riassumere i motivi in 6 grandi gruppi

  1. Intrattenere per divertimento o per far guadagnare tempo a qualcuno: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi intrattenitore.
  2. Presentare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi presentatore.
  3. Vendere: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi venditore.
  4. Informare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi informatore.
  5. Insegnare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi insegnante.
  6. Intrattenere, presentare, vendere, informare, insegnare, ispirare, coinvolgere, appassionare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi Formatore.

Perché siete lì?

La maggior parte delle situazioni in cui ci si trova a parlare in pubblico riguardano tre situazioni specifiche, ovvero: vendere, informare o formare, le altre situazioni riguardano una parte molto limitata di chi si trova per obbligo o per piacere a parlare in pubblico. È molto importante individuare in quale delle situazioni appena citate ci si trova, per capire quali sono le caratteristiche fondamentali della figura scelta, per poter personalizzare al meglio l’intervento che dovremo svolgere.

Qualche settimana fa ho accompagnato un amico regista in una serata nella quale avrebbe presentato i retroscena delle scene cinematografiche. Il suo compito era quello di accompagnare i partecipanti in un viaggio che gli avrebbe permesso di scoprire cosa si nascondesse dietro agli effetti speciali dei film. Quello che dovevo fare io era chiaro, ero un presentatore che avrebbe annunciato l’arrivo di un regista professionista. Il dubbio a cui lui si trovava di fronte era il seguente:

Lui – “Come dovrò comportarmi davanti alla mia platea?”

io – “Qual è il tuo obiettivo? Chi dovrai essere tu questa sera per loro? Quale sarà il tuo ruolo? Se fossi il protagonista di un film chi saresti? Quali sono le caratteristiche che ti hanno fatto scegliere proprio questo personaggio?”

In pochi minuti ha ottenuto le sue risposte con un breve confronto. Il suo obiettivo era quello di affascinare i partecipanti con i contenuti proposti e invitarli a partecipare alle serate successive; sarebbe stato per loro un cicerone che apre i passaggi segreti del cinema; il suo ruolo era quindi di Formatore e in pochi secondi ha capito le caratteristiche del personaggio da interpretare (che non mi ha mai voluto svelare chi fosse). Ero molto contento, perché in poco tempo aveva chiaro come comportarsi, sarebbe stato ancora meglio se questo ragionamento l’avesse fatto prima di scrivere i contenuti, perché sarebbero stati focalizzati non solo sull’obiettivo della serata, ma anche sulle caratteristiche efficaci del suo ruolo.

Nei prossimi articoli andremo ad approfondire le caratteristiche di ogni singola figura dell’oratoria, potrete così comprendere meglio quale sarà il vostro ruolo nel parlare in pubblico.

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