Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Ti sei mai chiesto da che lato pende l’ago della bilancia quando parli in pubblico?

Sicuramente si, nella testa di ogni formatore balena l'”epico dilemma”:

Conta più ciò che dici o come lo dici?

Gestire un pubblico è un arte. Ammaliare, interessare, suscitare, istruire, rispondere a un bisogno, crearne uno nuovo. Colui che ha il compito di educare, o formare, fa tutto questo e molto altro quando si rivolge a una platea, piccola o vasta che sia.

Ma Quanto è importante l’arte oratoria per un formatore?

Fondamentale.

Devi saper bene cosa dire, utilizzare un linguaggio consono al contesto ed esporre tesi e teorie in maniera limpida e comprensibile, tenendo conto di tutti quegli elementi che portano alla codifica di un messaggio efficace.

Rullo di tamburi.

E la comunicazione non verbale?

È qui che ti volevo.

Secondo gli studi del Prof. Albert Mehrabian, datati 1967, il 93% del messaggio recepito proviene da elementi esuli dalla conversazione verbale.

Lo psicologo statunitense, elaborò la teoria secondo la quale la percezione prima del messaggio proviene, in maggior ragione, dalla comunicazione non verbale (mimica e gestualità) e paraverbale (tono e volume della voce).

Ed ecco a voi la teoria più travisata del secolo!

Come spesso accade, i risultati vennero fraintesi e riproposti sotto forma di regole comportamentali, con un valore quasi deontologico, da coloro che su tale teoria hanno improntato fra i più svariati metodi di public speaking.

Si pensi agli innumerevoli corsi di coaching sul mercato della formazione professionale, primi su tutti i corsi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica), che promuove l’apprendimento di competenze come:

UTILIZZARE LA VISIONE PANORAMICA PER DECODIFICARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO DEL TUO INTERLOCUTORE!

COMUNICARE CON EFFICACIA E CONSAPEVOLEZZA, IMPARANDO A SUSCITARE NEGLI ALTRI LE REAZIONI CHE DESIDERI!

Accompagnati da slogan come:

GRAZIE A QUESTO CORSO EVITERAI DI BASARE L’EFFICACIA DELLA TUA COMUNICAZIONE SOLO SULLE PAROLE!

Povero Albert, con grande disappunto, tenta ancora di chiarire che i risultati delle sue ricerche sono relativi alla comunicazione di atteggiamenti e sentimenti, simpatie e antipatie, dunque a dinamiche ben lontane da quelle che un formatore gestisce in pubblico.

L’utilizzo della comunicazione non verbale,infatti, sia essa volontaria o involontaria, influisce sul risultato, ma ricopre un ruolo puramente marginale nell’atto comunicativo.

Essa infatti può rafforzare, smentire o creare una possibilità di feedback, ma l’intenzione unica di comunicare un dato, al di là della forma e del contorno proposto, si realizza nell’atto verbale vero e proprio.

Ci tengo a dire che attraverso la puntualizzazione di certe tematiche non tento di sminuire l’importanza della CNV, della quale tratteremo ancora, ma solo di dare a questa un peso specifico in relazione agli elementi di natura linguistica.

Ogni individuo ha, inoltre, una percezione del tutto personale della realtà e dell’altro, filtrata da quello che è il proprio vissuto, riassunto nei rispettivi ideali, culture e credenze.

Basti questo a scoraggiarti dall’imboccare la via della manipolazione reciproca, per mezzo di gesti e rituali prestabiliti e standardizzati poi.

La comunicazione è una cosa oramai cosi falsata e costruita, calcolata. Quasi non si considera più l’interazione tra individui come tale. Le parole sono come un albero spoglio a Natale, non ci piace vederlo così. Vogliamo agghindarlo, riempirlo di luci, effetti, neve finta e regali impacchettati, che fanno salire l’attesa e la suspense.

Eppure quell’albero aveva radici, aveva vita, aveva senso così com’era, il suo messaggio era chiaro comunque. Era un abete. Mi avrebbe ricordato il Natale lo stesso. A te no?

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