Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

L’area della gestione delle risorse umane, sebbene rappresenti un “problema” simile e comune ad ogni tipo di azienda, è per lo più dominata e governata dall’intuito e l’istinto di responsabili più o meno illuminati, piuttosto che da un sapere condiviso e consolidato.

Auteri, già un decennio fa, aveva reso nota l’esistenza di stereotipi e luoghi comuni, che risultano ancora oggi attualissimi, che si traducono in slogan del tipo: le persone si motivano solo con i soldi!; capi si nasce! E luoghi comuni come “i collaboratori son duri a cambiare, non possiamo farci niente, ecc.”

Chi, a vario titolo, si occupa o si è occupato di persone, più che di risorse umane, sa bene che i soldi non bastano da soli a motivare i collaboratori, servono piuttosto coinvolgimento, responsabilizzazione, protagonismo, obiettivi e soprattutto delega. Un concetto quest’ultimo dai contorni ancora confusi e sfumati che riprenderemo più avanti.

È vero che a volte capi si nasce, ma solo a volte, molto spesso capi si diventa: per avanzamento di carriera, per merito, per ambizione, per esperienza. C’è chi si trova a fare il capo per scelta, chi per professione, chi per esigenze aziendali. C’è chi si improvvisa capo, chi possiede doti naturali e chi si sottopone a numerosi, variegati e spesso avventurosi corsi che si propongono di “insegnare” l’arte del capo. Leadership, delega, comunicazione, motivazione, organizzazione, team working, ecc. sono termini che riempiono articoli su blog, social, riviste specialiste così come l’offerta formativa rivolta a chi ha il ruolo di guidare, dirigire, decidere.

Rispetto all’attendibilità, o meglio, l’efficacia dei corsi che animano il panorama della formazione in Italia, spiccano per popolarità i servizi di coaching, i corsi motivazionali, i percorsi di crescita e sviluppo personale, proposte accomunate dal desiderio di scoprirsi, conoscersi, alimentare la propria autostima.

Esistono numerosi altri corsi e servizi rivolti a questa utenza, spesso concentrati sugli elementi “hard” più che sugli aspetti (soft, appunto) che consentono a un buon capo di cogliere le sfaccettature, di valorizzare le differenze, di riconoscere la particolarità, l’estro, la potenzialità di ogni persona con cui ha la fortuna di lavorare. Non basta aver riconosciuto un ruolo aziendale per essere un capo, figuriamoci un buon capo! Esistono in ogni azienda che si rispetti ruoli formali e ruoli informali. C’è il capo nominato e il capo scelto dal gruppo. C’è chi con forte carisma trascina le folle e chi è “sottomesso” alla volontà dei suoi stessi“sottoposti”. Ci sono tante figure di capo, almeno tante quante sono le realtà aziendali quotidiane, e per quanto possano esistere delle linee guida, dei corsi, dei percorsi ad indicare e spianare la strada che un buon capo percorre o dovrebbe percorrere, ogni specifica situazione ha un capo efficace e ideale nel rispondere a quella specifica situazione. Ma al di là delle situazioni ideali, un buon capo è colui che sa ascoltare, coinvolgere, organizzare, prendere decisioni con rapidità, delegare e fidarsi del lavoro dei propri collaboratori.

leadership

Un buon capo non può essere un tuttologo, non può saperne di ogni settore e di ogni ambito. Deve essere capace di ottenere il massimo dai propri collaboratori e di valorizzare quanto più possibile le specializzazioni di ognuno. Ma se da una parte fidarsi è bene, dall’altra parte, come direbbe il proverbio, non fidarsi è meglio. Delegare non significa demandare, scaricare, spostare compiti e responsabilità, scrollarsi di dosso qualcosa di poco urgente, noioso, stancante, rischioso. La delega prevede, di contro, gestione e controllo. Un buon capo controlla il più possibile e in prima persona fa il più possibile.

È l’esempio così come le giuste direzioni e decisioni a rendere un capo un buon capo. Non è per nulla vero che con i collaboratori non ci sia niente da fare per farli cambiare. A volte basta fare le cose giuste, attivare delle leve (formazione, avanzamento, sistema premiante, ecc.) capaci di risvegliare quella scintilla che accende ogni lavoratore, capo o collaboratore che sia.

FONTE: E. Auteri, 2004, Management delle risorse umane, Guerini Studio.

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

Circa 8 anni fa ero sdraiato sul letto a guardare il soffitto e mi ritrovavo in mezzo a un ragionamento molto faticoso che avrebbe fortemente condizionato la mia esistenza. Prima di scriverti il mio dubbio, devo fare una premessa: vedevo amici che si arricchivano, facendo lavori classici, ma io proprio non ne volevo sapere di seguire le “strade note”, preferivo piuttosto cercare vie inesplorate da scoprire come nuove rotte di business.

Le cose che ci si sente dire dagli amici e conoscenti quando si racconta quello che ho appena premesso, sono dei luoghi comuni che se sei creativo ti avranno certamente detto, tipo:

  • “Guarda che è praticamente già stato inventato tutto”
  • “Non è che tu scopri l’uovo di Colombo dal quale potrai diventare ricco e famoso”
  • “Se questa strada è così chiara come dici, perché non c’è nessuno che la segue?”

Il “non detto” di queste persone credo che potrebbe essere: “io so come si fa” o anche “piuttosto smettila di sognare e vedi di farti un gran mazzo che forse un giorno diventerai come me”, come se una persona che cerca il nuovo non si facesse il mazzo, poi io non volevo diventare ne ricco ne famoso, ma sapevo bene che le autostrade sono le strade che si bloccano di più durante i fine settimana. Adesso magari ti chiederai che nesso ci sia tra i weekend e il mio ragionamento, vedrai che il nesso c’è.

Il nostro periodo economico vede autostrade note percorse da tanti che puntualmente si fermano al casello della riscossione e a volte tendono a non riscuotere mai e a rimanere imbottigliati per anni, mentre le strade di campagna sono meno inquinate, meno frequentate e lungo queste si può godere un panorama più genuino e artigianale. Poi è certamente vero che spesso ci sono semafori e greggi di pecore che rallentano, ma il viaggio, vuoi mettere il viaggio su strade inesplorate quanta soddisfazione può portarti?

Insomma mi trovavo con amici che seguivano rotte note e dalle quali riuscivano a spremerne alcune migliaia di euro ed io ero continuamente alla ricerca di un qualcosa che si distaccasse dal loro pensiero, perché in un qualche modo non mi convinceva.

Il mio ragionamento

A quel punto è nato il ragionamento di cui ti parlavo: “Nella vita dovrò seguire una strada classica e nota, oppure faccio bene a cercarne di nuove? Quando avrò altre persone da mantenere, dovrò smettere di sognare o potrò rimanere il cercasogni che mi piace tanto essere vivendo sulle strade di campagna?”

Tra poco ti dirò cosa mi sono risposto, ora arriviamo al concetto che ti voglio trasmettere.

“La teoria del fenomeno”

La formazione è un’attività molto complessa e ti troverai spesso di fronte persone che apprendono in maniera differente e non potrai utilizzare con tutti le stesse modalità; in quei momenti potrai andare alla ricerca dei metodi e delle tecniche che trasmettono i concetti nei modi migliori, ma se anche questi non dovessero servire allora dovrai ricorrere alla tua creatività e andare alla ricerca delle strade di campagna, le nuove strade.

È interessante vedere formatori professionisti che nonostante sappiano tutte le metodologie di insegnamento siano, a loro insaputa, i migliori rappresentanti della “Teoria del fenomeno”, ovvero incolpino i propri auditori di non essere in grado di imparare, ascoltare, capire, senza rendersi conto che il principale problema sono loro con la presunzione di saper formare.

Non fermarti mai di fronte a qualcuno che sembra non apprendere i tuoi concetti, ma cambia modalità, mostra una faccia differente, un nuovo approccio, vai alla ricerca di un nuovo canale di ascolto e quando l’avrai trovato usalo.

In conclusione ti lascio con la risposta al mio dubbio su “strade note oppure strade nuove”, che è stata semplice:

“Probabilmente in tante situazioni potrò rimanere in autostrada, ma dovrò sempre rimanere attento ai cartelli e ai messaggi sul traffico, perché altrimenti potrò cacciarmi in un ingorgo che rallenterà e innervosirà il mio viaggio e quello delle persone che trasporto.”

Le strade nuove devono sempre essere cercate, altrimenti si rischia di passare il weekend lungo in autostrada 😉

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