Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

La natura di un fenomeno sociale è, sempre, direttamente proporzionale alla sua funzionalità.

Da secoli, (nonostante la percezione odierna sia quella di un fenomeno eccezionale) la mobilità, le migrazioni, l’attitudine delle popolazioni allo spostamento, sono avvenimenti di carattere sociale che favoriscono la redistribuzione e l’evoluzione numerica della popolazione mondiale, seguendo standard geopolitici, climatici e di promozione sociale o lavorativa.

È facile quindi, anche per un formatore, ritrovarsi di fronte ad una platea costituita da persone di un’altra cultura, che parlano altre lingue, che possiedono un background differente dal suo.

Mi chiedo,

sono pronto a misurarmi con un pubblico “straniero”?

Filtrata dai nostri sensi, dall’educazione e dalle proprie esperienze, è bene tenere sempre a mente che, la comunicazione non rappresenta un canale unilaterale, non è solo ciò che desideri comunicare, è anche come viene percepito.

Per chi guarda e ascolta, avere a che fare con modalità e stili di comunicazione ai quali non si è abituati, soprattutto, (se si tratta di migranti o richiedenti asilo) per chi non è mai uscito dal proprio paese e non si è mai rapportato ad altri, può portare alla nascita di sentimenti quali frustrazione, imbarazzo, ma anche alla realizzazione, più o meno ideale, di svantaggi sociali, come discriminazioni e stereotipi, fino all’esclusione.

I conflitti e le incomprensioni fra interlocutori che hanno un dissimile retroterra culturale, possono nascere per una cattiva gestione della comunicazione interpersonale, ma per mediare culturalmente e linguisticamente basterà stimolare e facilitare lo scambio e l’accettazione.

Il web è pieno zeppo di consigli e analogie che mirano al raggiungimento di una piena capacità di interazione multietnica.

Senza dimenticare mai che in una situazione multiculturale possano nascere problemi di omomorfia: gesto uguale, significato diverso.

Corsi, nozioni, consigli e manuali, che ti aiuteranno a tenere sempre sotto controllo i gesti ed il loro rapporto simbolico, come se il dialogo con “lo straniero” dovesse avvenire più che mai attraverso messaggi solo visivi.

Saprai che nelle Filippine chiamare facendo segno con la mano è il modo di chiamare i cani.

Che in Brasile e in Giappone è sconsigliato il contatto visivo prolungato.

O che in Vietnam le dita incrociate indicano gli organi genitali femminili.

Ti interesserà sapere che nelle Fiji se stingi la mano a qualcuno devi mantenerla per tutta la conversazione.

L’università di Boston, nel 2009, ha addirittura creato il “Gestibolario on line”, un video vocabolario, che ti permette di ripetere davanti alla webcam il gesto per ottenere la traduzione nella lingua che preferisci.

Nulla di più sviante.

È vero che in alcune circostanze la comunicazione corporea assume un ruolo predominante, sopratutto laddove quella verbale risulta latente o discorde.

Ed è vero anche che i gesti sono importanti, ed è bene sapere che ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato arbitrario, ma il più delle volte,  sopratutto in certi casi, possono fuorviare ed essere portatori sani di stereotipi e luoghi comuni.

Lo sappiamo bene noi del bel Paese.

Del resto la forte gestualità che caratterizza gli italiani, spesso accompagnata da un tono di voce molto alta, ci ha sempre raffigurato come aggressivi e invadenti agli occhi degli altri.

E ne approfitto per dare a tutti la notizia:

Gli italiani non gesticolano di più, usano semplicemente più spazio per farlo.

I nostri gesti sono più ampi, più aperti, tanto da ridurre lo spazio prossemico e fisico, a volte, fino al contatto. Un classico.

Ma evitare il contatto diretto, non alzare il volume della voce, trattare tutti i partecipanti allo stesso modo, sono basilari e banali accorgimenti di cui dovresti già avere piena cognizione, sui quali dunque non mi soffermerei.

È importante conoscere i gesti rituali, evitare segni culturalmente inadeguati, essere consapevoli che in società diverse esistono diversi modi di salutarsi, ringraziare, presentarsi ecc. e quindi un linguaggio del corpo differente.

Ma il primo passo per abbattere le barriere, è quello di favorire la costruzione di un canale e far si che il messaggio sia recepito ad ogni livello da tutti gli interessati.

Per fare questo dovrai distanziarti dal tuo sistema di valori e razionalizzare tutta una serie di saperi e nozioni condivise, con e per tutti.

Mirare alla comprensione universale di insegnamenti, competenze ed abilità, occupandoti in primo luogo della questione linguistica, ostacolo primo per eccellenza.

Stabilisci, dunque, sin dall’inizio una lingua che sia comune a più partecipanti possibili e che tu per primo sei in grado di padroneggiare.

Quindi, scopri quali sono le ulteriori lingue parlate nel gruppo e, nel caso in cui ci siano partecipanti coi quali non condividi nessuna lingua, individua qualcuno che è in grado di tradurre e facilitagli il lavoro, anche solo con uno spostamento di posto, o con ogni altro mezzo a tua disposizione.

Chiunque si rapporti ad una platea con la quale non si condividono lingua, gestualità e percezioni legate all’ambito culturale, deve porre particolare attenzione alla ricezione dei feedback, all’uso corretto di domande e risposte ed al trattamento dei messaggi, siano essi verbali o no.

Perciò il passo successivo, che agevolerà la loro partecipazione intellettuale e ti restituirà la sicurezza di una comunicazione quantomai efficace, potrebbe essere un’attività di sensibilizzazione ai sistemi di comunicazione, agli strumenti in uso ed ai loro effetti.

Questo genere di consapevolezza può essere raggiunta attraverso esercizi di ascolto, dialogo e linguaggio gestuale, al fine di mostrare l’abilità sociale e le capacità che ognuno possiede ed è in grado di eseguire.

Per quanto sia semplice capire come funziona, non è altrettanto facile mettere in pratica tali espedienti. Quando si incontrano uno o più interlocutori che fanno riferimento a conoscenze di base che si differenziano dalle nostre, quanto meno condividiamo le nostre conoscenze, tanto saremo distanti da questi e con loro sarà difficile comunicare.

Potranno esserti d’aiuto compiti rituali, come i saluti o le presentazioni, così da favorire l’interazione e mettere in luce le differenze.

Inoltre la tua partecipazione in prima persona è un buon modo per ridurre le distanze.

Chi conduce lo sforzo primo di comunicare, deve negoziare il significato di ogni messaggio, saper riconoscere le disuguaglianze rispettando i destinatari.

Imparare dagli altri, evitare di generalizzare, appianare il malessere derivante dal confronto col diverso e dunque con la paura di proporsi in modo erroneo, o peggio, ambiguo.

Divenire parlanti in grado di mediare e trasferire competenze linguisticamente e culturalmente, vuol dire interagire in modo critico e creativo accettando una nozione più ampia del se e dell’altro. Dimostrarsi sensibili alla natura interculturale di ogni comunicazione per semplificare l’apertura, acquisire nuove conoscenze, costumi, consuetudini, essere in grado di interpretare, gestire e valutare in maniera costruttiva punti di vista e pratiche, proprie ed altrui.

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

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