Silenzio… ha senso

Silenzio… ha senso

Ogni interazione tra uno e più individui prevede un atto comunicativo che si finalizzi con la codifica di un messaggio: racchiuso possibilmente in un gesto, un’espressione facciale, una parola, o anche semplicemente nel silenzio.

Quanto pesa il silenzio?

Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso.

Pur avendo la facoltà di parlare, uno dei due interlocutori sceglie sempre di far silenzio. Per favorire la comunicazione o per comunicare a sua volta.

Sia esso assordante, inquietante, pieno, infinito. Può essere espressione di vergogna, disappunto, rispetto, riverenza, accettazione, servilismo.

“Finezza d’amore” per Shakespeare, “una delle grandi arti della conversazione” per Hazlitt.

Quel frangente privo, pare, di note, apparentemente quieto e segreto, è in realtà pieno di “trasmissioni”. Per di più, può rivelarsi spesso un atto empatico e accogliente, sintomo di attenzione e condivisione.

Nel suo saggio Silere/Tacere, Luigi Heillman opera una distinzione semantica interessante tra i termini latini ‘sileo’ e ‘taceo’, appunto: l’uno sta a indicare la quiete, l’immobilità; tra due persone indica indifferenza, risentimento, sentimenti tipici di chi non è in grado di interagire, non vuole far parte di un’esperienza, o di chi volutamente tende all’isolamento. L’altro è una forma fondamentale per il dialogo, sia esso il ‘taceo’ di ascolto, di colui che accoglie il messaggio e ne ricerca il senso, o il cosiddetto ‘taceo’ reciproco, che si realizza in una situazione di conoscenza e comunione profonda, laddove non servono le parole per capirsi.

In silenzio puoi dire…

Molti temono di cadere nel silenzio, perché lo vivono come un momento di disagio, imbarazzo o apparente nulla. Esso invece funziona bene se sai padroneggiarlo.

La voce del silenzio non parla all’orecchio, ma parla.

Al tuo ingresso all’interno di un’aula o una sala conferenze, prova a restare qualche secondo in silenzio, attirerai facilmente l’attenzione e come te faranno silenzio gli altri, in forma di rispetto, educazione, e darai loro modo di elaborare le prime tacite informazioni.

Sì perché, pur non avendo aperto bocca, il tuo solo atteggiamento e il tuo corpo rivelano tutta una serie di informazioni. Sempre, che tu lo voglia o no.

Siano esse l’età, il sesso, lo stato fisico, le emozioni, lo status sociale e così via.

Tutti elementi che non andrai a specificare a parole, perché probabilmente irrilevanti ai fini dell’incontro e silenziosamente impliciti.

Molti, ma non tutti, sanno inoltre che è l’arma per eccellenza quando si tratta di attirare l’attenzione, all’interno di un gruppo o durante una spiegazione. Se c’è qualcuno che non è partecipe o chiacchiera, lasciar calare il silenzio concentrerà l’attenzione, ora tua, ora degli altri, solo su chi disturba, che immediatamente recepirà il messaggio “solo con lo sguardo”.

Assenza, o attesa?

Piuttosto che martellare i nostri interlocutori stile “tubo catodico”, concedere, a noi e a loro, una pausa silenziosa tra un discorso e un altro, favorirà l’elaborazione delle parole appena pronunciate. I tuoi destinatari avranno il tempo di formulare un pensiero personale a riguardo e tu di progettare e riorganizzare le idee.

In silenzio. Fioriscono lo spirito critico, la riflessione, la creatività.

Quella pausa, inoltre, rappresenta per chi ascolta, l’equatore che divide il prima dal dopo: fin qui si è detto questo, lo metabolizzo, formulo un giudizio e creo delle aspettative per il futuro, per quello che mi verrà detto ancora.

“Dosalo”

Una pausa è detta tale perché assume il compito di mantenere vivo lo scambio, diventando un filo invisibile che collega pensieri e parole.

Nel corso di una discussione però, se il silenzio si prolunga, all’interno della sfera emotiva di una persona, si rischia di innescare un processo mentale spiacevole: l’imbarazzo.

Esso si realizza in una sensazione di disagio emotivo e turbamento, vergogna, ma anche soggezione. È un fenomeno sia relazionale che sociale, in quanto nasce e vive all’interno di una interazione, ma influisce sull’immagine di se e l’immagine che gli altri hanno della persona imbarazzata.

Dopo quanto un silenzio diventa imbarazzante?

Qualche anno fa, Namkje Koudenburg, studioso olandese dell’Università di Groningen, Paesi Bassi, pubblicò in un articolo sul Journal of Experimental Social Psychology i risultati di uno studio sull’accettazione sociale e l’appartenenza, affermando che il silenzio è un atto emotivamente tollerabile all’interno di un tempo di quattro secondi.

L’esperimento, condotto su 162 studenti, ha rivelato un risveglio di sensazioni quali timore, esclusione, allontanamento, disagio.

Il silenzio diviene, dunque, imbarazzante, laddove provoca uno “scollamento emotivo”, che altro non fa che alterare la percezione dell’altro e spostare l’attenzione.

Alla base di tutto, spiega, ci sono gli istinti dell’accettazione sociale e dell’appartenenza e la paura primordiale di essere esclusi.

Abbiamo scoperto che una conversazione fluente, oltre a essere molto piacevole, ci informa che le cose vanno bene. Significa che facciamo parte di questo gruppo, e che siamo d’accordo l’uno con l’altro. Questo tipo di conversazioni serve per stabilire l’appartenenza, l’autostima e fornisce una validazione sociale.

Presente all’appello

Come ogni conversazione o scambio, quella che avviene tra docente e discente può essere intesa come l’interazione di due o più esperienze a confronto.

Dalla tua, ci si aspetta che tu sappia gestire e condurre la situazione, sia dal punto di vista formale, che dal punto di vista emotivo. Che sia in grado di cogliere i significati e trasmetterli durante i momenti di apparente vuoto.

Dunque, non chiuderti mai nel tuo silenzio.

È, sì un momento di riflessione, di contemplazione del se e dell’altro, ma la scelta di tacere in pubblico prevede comunque che tu ci sia, che sia lì, che sia presente: rischi altrimenti che il tuo pubblico si distragga e si allontani. Mantieni il contatto.

Cosa avrà voluto dire?

In ultimo ma non per ultimo: altrettanto importante, per uno scambio efficace, è saper riconoscere la tipologia di silenzio dell’altro, focalizzare cosa sta e vuole comunicare con quel silenzio, rispettarlo e interagire di conseguenza.

Saper distinguere un silenzio di mediazione in un momento di difficoltà, da quello chiuso e ostile di chi resiste alla conversazione (in tali casi si tratta di mutismo: rifiuto di comunicare uno stato di sofferenza), da quello d’imbarazzo, da quello di chi non conosce la risposta alla domanda e da quello di chi la domanda non l’ha proprio capita.

Leggere la sorpresa di chi resta senza parole e così via.

Il silenzio può essere una delle esperienze più profonde dell’essere, condivisione di sapere e mistero, la tacita descrizione di sintomi e sensazioni.

Al tempo stesso è uno degli aspetti più controversi e interessanti del public speaking, per la sua contraddittoria efficacia.

Ma per un formatore esso è soprattutto ascolto, immersione vera all’interno del mondo interiore del soggetto in formazione, condizione ambientale che ci permette di entrare in contatto con l’altro ad un livello profondo, tanto da raggiungere la genesi di un’idea o di un pensiero.

Da qualche parte ho letto che il silenzio è la forma più alta della parola, e comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

La natura di un fenomeno sociale è, sempre, direttamente proporzionale alla sua funzionalità.

Da secoli, (nonostante la percezione odierna sia quella di un fenomeno eccezionale) la mobilità, le migrazioni, l’attitudine delle popolazioni allo spostamento, sono avvenimenti di carattere sociale che favoriscono la redistribuzione e l’evoluzione numerica della popolazione mondiale, seguendo standard geopolitici, climatici e di promozione sociale o lavorativa.

È facile quindi, anche per un formatore, ritrovarsi di fronte ad una platea costituita da persone di un’altra cultura, che parlano altre lingue, che possiedono un background differente dal suo.

Mi chiedo,

sono pronto a misurarmi con un pubblico “straniero”?

Filtrata dai nostri sensi, dall’educazione e dalle proprie esperienze, è bene tenere sempre a mente che, la comunicazione non rappresenta un canale unilaterale, non è solo ciò che desideri comunicare, è anche come viene percepito.

Per chi guarda e ascolta, avere a che fare con modalità e stili di comunicazione ai quali non si è abituati, soprattutto, (se si tratta di migranti o richiedenti asilo) per chi non è mai uscito dal proprio paese e non si è mai rapportato ad altri, può portare alla nascita di sentimenti quali frustrazione, imbarazzo, ma anche alla realizzazione, più o meno ideale, di svantaggi sociali, come discriminazioni e stereotipi, fino all’esclusione.

I conflitti e le incomprensioni fra interlocutori che hanno un dissimile retroterra culturale, possono nascere per una cattiva gestione della comunicazione interpersonale, ma per mediare culturalmente e linguisticamente basterà stimolare e facilitare lo scambio e l’accettazione.

Il web è pieno zeppo di consigli e analogie che mirano al raggiungimento di una piena capacità di interazione multietnica.

Senza dimenticare mai che in una situazione multiculturale possano nascere problemi di omomorfia: gesto uguale, significato diverso.

Corsi, nozioni, consigli e manuali, che ti aiuteranno a tenere sempre sotto controllo i gesti ed il loro rapporto simbolico, come se il dialogo con “lo straniero” dovesse avvenire più che mai attraverso messaggi solo visivi.

Saprai che nelle Filippine chiamare facendo segno con la mano è il modo di chiamare i cani.

Che in Brasile e in Giappone è sconsigliato il contatto visivo prolungato.

O che in Vietnam le dita incrociate indicano gli organi genitali femminili.

Ti interesserà sapere che nelle Fiji se stingi la mano a qualcuno devi mantenerla per tutta la conversazione.

L’università di Boston, nel 2009, ha addirittura creato il “Gestibolario on line”, un video vocabolario, che ti permette di ripetere davanti alla webcam il gesto per ottenere la traduzione nella lingua che preferisci.

Nulla di più sviante.

È vero che in alcune circostanze la comunicazione corporea assume un ruolo predominante, sopratutto laddove quella verbale risulta latente o discorde.

Ed è vero anche che i gesti sono importanti, ed è bene sapere che ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato arbitrario, ma il più delle volte,  sopratutto in certi casi, possono fuorviare ed essere portatori sani di stereotipi e luoghi comuni.

Lo sappiamo bene noi del bel Paese.

Del resto la forte gestualità che caratterizza gli italiani, spesso accompagnata da un tono di voce molto alta, ci ha sempre raffigurato come aggressivi e invadenti agli occhi degli altri.

E ne approfitto per dare a tutti la notizia:

Gli italiani non gesticolano di più, usano semplicemente più spazio per farlo.

I nostri gesti sono più ampi, più aperti, tanto da ridurre lo spazio prossemico e fisico, a volte, fino al contatto. Un classico.

Ma evitare il contatto diretto, non alzare il volume della voce, trattare tutti i partecipanti allo stesso modo, sono basilari e banali accorgimenti di cui dovresti già avere piena cognizione, sui quali dunque non mi soffermerei.

È importante conoscere i gesti rituali, evitare segni culturalmente inadeguati, essere consapevoli che in società diverse esistono diversi modi di salutarsi, ringraziare, presentarsi ecc. e quindi un linguaggio del corpo differente.

Ma il primo passo per abbattere le barriere, è quello di favorire la costruzione di un canale e far si che il messaggio sia recepito ad ogni livello da tutti gli interessati.

Per fare questo dovrai distanziarti dal tuo sistema di valori e razionalizzare tutta una serie di saperi e nozioni condivise, con e per tutti.

Mirare alla comprensione universale di insegnamenti, competenze ed abilità, occupandoti in primo luogo della questione linguistica, ostacolo primo per eccellenza.

Stabilisci, dunque, sin dall’inizio una lingua che sia comune a più partecipanti possibili e che tu per primo sei in grado di padroneggiare.

Quindi, scopri quali sono le ulteriori lingue parlate nel gruppo e, nel caso in cui ci siano partecipanti coi quali non condividi nessuna lingua, individua qualcuno che è in grado di tradurre e facilitagli il lavoro, anche solo con uno spostamento di posto, o con ogni altro mezzo a tua disposizione.

Chiunque si rapporti ad una platea con la quale non si condividono lingua, gestualità e percezioni legate all’ambito culturale, deve porre particolare attenzione alla ricezione dei feedback, all’uso corretto di domande e risposte ed al trattamento dei messaggi, siano essi verbali o no.

Perciò il passo successivo, che agevolerà la loro partecipazione intellettuale e ti restituirà la sicurezza di una comunicazione quantomai efficace, potrebbe essere un’attività di sensibilizzazione ai sistemi di comunicazione, agli strumenti in uso ed ai loro effetti.

Questo genere di consapevolezza può essere raggiunta attraverso esercizi di ascolto, dialogo e linguaggio gestuale, al fine di mostrare l’abilità sociale e le capacità che ognuno possiede ed è in grado di eseguire.

Per quanto sia semplice capire come funziona, non è altrettanto facile mettere in pratica tali espedienti. Quando si incontrano uno o più interlocutori che fanno riferimento a conoscenze di base che si differenziano dalle nostre, quanto meno condividiamo le nostre conoscenze, tanto saremo distanti da questi e con loro sarà difficile comunicare.

Potranno esserti d’aiuto compiti rituali, come i saluti o le presentazioni, così da favorire l’interazione e mettere in luce le differenze.

Inoltre la tua partecipazione in prima persona è un buon modo per ridurre le distanze.

Chi conduce lo sforzo primo di comunicare, deve negoziare il significato di ogni messaggio, saper riconoscere le disuguaglianze rispettando i destinatari.

Imparare dagli altri, evitare di generalizzare, appianare il malessere derivante dal confronto col diverso e dunque con la paura di proporsi in modo erroneo, o peggio, ambiguo.

Divenire parlanti in grado di mediare e trasferire competenze linguisticamente e culturalmente, vuol dire interagire in modo critico e creativo accettando una nozione più ampia del se e dell’altro. Dimostrarsi sensibili alla natura interculturale di ogni comunicazione per semplificare l’apertura, acquisire nuove conoscenze, costumi, consuetudini, essere in grado di interpretare, gestire e valutare in maniera costruttiva punti di vista e pratiche, proprie ed altrui.

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

Circa 8 anni fa ero sdraiato sul letto a guardare il soffitto e mi ritrovavo in mezzo a un ragionamento molto faticoso che avrebbe fortemente condizionato la mia esistenza. Prima di scriverti il mio dubbio, devo fare una premessa: vedevo amici che si arricchivano, facendo lavori classici, ma io proprio non ne volevo sapere di seguire le “strade note”, preferivo piuttosto cercare vie inesplorate da scoprire come nuove rotte di business.

Le cose che ci si sente dire dagli amici e conoscenti quando si racconta quello che ho appena premesso, sono dei luoghi comuni che se sei creativo ti avranno certamente detto, tipo:

  • “Guarda che è praticamente già stato inventato tutto”
  • “Non è che tu scopri l’uovo di Colombo dal quale potrai diventare ricco e famoso”
  • “Se questa strada è così chiara come dici, perché non c’è nessuno che la segue?”

Il “non detto” di queste persone credo che potrebbe essere: “io so come si fa” o anche “piuttosto smettila di sognare e vedi di farti un gran mazzo che forse un giorno diventerai come me”, come se una persona che cerca il nuovo non si facesse il mazzo, poi io non volevo diventare ne ricco ne famoso, ma sapevo bene che le autostrade sono le strade che si bloccano di più durante i fine settimana. Adesso magari ti chiederai che nesso ci sia tra i weekend e il mio ragionamento, vedrai che il nesso c’è.

Il nostro periodo economico vede autostrade note percorse da tanti che puntualmente si fermano al casello della riscossione e a volte tendono a non riscuotere mai e a rimanere imbottigliati per anni, mentre le strade di campagna sono meno inquinate, meno frequentate e lungo queste si può godere un panorama più genuino e artigianale. Poi è certamente vero che spesso ci sono semafori e greggi di pecore che rallentano, ma il viaggio, vuoi mettere il viaggio su strade inesplorate quanta soddisfazione può portarti?

Insomma mi trovavo con amici che seguivano rotte note e dalle quali riuscivano a spremerne alcune migliaia di euro ed io ero continuamente alla ricerca di un qualcosa che si distaccasse dal loro pensiero, perché in un qualche modo non mi convinceva.

Il mio ragionamento

A quel punto è nato il ragionamento di cui ti parlavo: “Nella vita dovrò seguire una strada classica e nota, oppure faccio bene a cercarne di nuove? Quando avrò altre persone da mantenere, dovrò smettere di sognare o potrò rimanere il cercasogni che mi piace tanto essere vivendo sulle strade di campagna?”

Tra poco ti dirò cosa mi sono risposto, ora arriviamo al concetto che ti voglio trasmettere.

“La teoria del fenomeno”

La formazione è un’attività molto complessa e ti troverai spesso di fronte persone che apprendono in maniera differente e non potrai utilizzare con tutti le stesse modalità; in quei momenti potrai andare alla ricerca dei metodi e delle tecniche che trasmettono i concetti nei modi migliori, ma se anche questi non dovessero servire allora dovrai ricorrere alla tua creatività e andare alla ricerca delle strade di campagna, le nuove strade.

È interessante vedere formatori professionisti che nonostante sappiano tutte le metodologie di insegnamento siano, a loro insaputa, i migliori rappresentanti della “Teoria del fenomeno”, ovvero incolpino i propri auditori di non essere in grado di imparare, ascoltare, capire, senza rendersi conto che il principale problema sono loro con la presunzione di saper formare.

Non fermarti mai di fronte a qualcuno che sembra non apprendere i tuoi concetti, ma cambia modalità, mostra una faccia differente, un nuovo approccio, vai alla ricerca di un nuovo canale di ascolto e quando l’avrai trovato usalo.

In conclusione ti lascio con la risposta al mio dubbio su “strade note oppure strade nuove”, che è stata semplice:

“Probabilmente in tante situazioni potrò rimanere in autostrada, ma dovrò sempre rimanere attento ai cartelli e ai messaggi sul traffico, perché altrimenti potrò cacciarmi in un ingorgo che rallenterà e innervosirà il mio viaggio e quello delle persone che trasporto.”

Le strade nuove devono sempre essere cercate, altrimenti si rischia di passare il weekend lungo in autostrada 😉

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Una delle prime domande che mi piace fare alle nuove persone che conosco è questa:

“Qual è stato il primo formatore della tua vita?”

Le risposte che vengono alla mente di tanti sono sempre molto simili; alcuni mi dicono la maestra, altri la maestra dell’asilo, ma non tutti ricordano immediatamente i primi formatori in assoluto: i genitori. Sono loro che nella maggior parte dei casi hanno cercato di trasferirti le loro conoscenze. Hai memorizzato le parole mamma e papà perché proprio loro per ore si sono dedicati alla tua conoscenza affinché cominciassi a parlare e a dire i termini che per loro erano più importanti per sentire forte le emozioni dei tuoi risultati.

Poi, mentre crescevi, i tuoi genitori hanno delegato altre persone della tua formazione, pensa ad esempio al momento in cui per svago o per necessità hanno voluto/dovuto affidarti a qualcuno per avere del tempo da passare da soli e si sono rivolti a qualcuno di fiducia, qualcuno che potesse accudirti con le stesse premure che stavano avendo loro. La ricerca, da parte delle famiglie, del formatore migliore è sempre più radicata nello spirito genitoriale e i fatti di cronaca hanno sempre più portato all’attenzione, l’importanza del saper selezionare le persone idonee a questa attività.

Hai conosciuto i nonni, o forse qualche altra persona ti ha accudito e magari tuttora ricordi alcuni degli insegnamenti che hanno voluto trasmetterti o che ti hanno donato senza esserne consapevoli.

Il tempo è passato ed è arrivato il momento di trasmetterti le basi dell’educazione e per questo motivo sei entrato all’asilo, poi a scuola, poi in realtà formative sempre più complesse.

Gli insegnanti

La scuola elementare è uno di quei momenti che in tanti ricordano con piacere, per me è stato un periodo meraviglioso nel quale la mia maestra si prendeva cura di tutti e 16 gli alunni della classe, guidandoci e trasferendo le nozioni in principio come una madre e poi sempre più come una maestra. Alla fine dei 5 anni era diventata una figura che si fingeva distaccata per darci la possibilità di non soffrire troppo della sua sostituzione con i professori delle scuole medie, ma che ricordo aver visto piangere appena uscita dal congedo con noi.

Non tutti gli insegnanti sono stati dei buoni maestri e la scuola italiana soffre di tante distrazioni e superficialità da parte di chi dovrebbe essere il formatore degli insegnanti, ma questo è un altro argomento di cui parleremo in articoli successivi.

Quello su cui voglio farti soffermare sono le tecniche e gli strumenti che ha utilizzato la tua maestra per trasmetterti i concetti, ha utilizzato il gioco e i colori, ha usato il racconto e magari ti ha fatto ascoltare canzoni e vedere video. Le tecniche di formazione erano adeguate al tipo di pubblico che doveva partecipare alle lezioni.

Lo sport

Si sa che un bambino deve fare attività fisica e per questo motivo sarai stato iscritto a un’attività sportiva e un allenatore ti avrà fatto ripetere tanti movimenti perché i tuoi muscoli si rinforzassero, il tuo cervello li meccanizzasse e riuscissi ad utilizzare il tuo corpo in maniera fluida e dinamica.

Chi ti ha seguito ha dovuto preparasi una scaletta di ogni singolo allenamento, pensando cosa proporti perché i tuoi progressi fossero continui senza pretendere troppo da te, ma allo stesso tempo chiedendoti di migliorare costantemente le tue prestazioni.

Non sempre i coach sono preparati sulle tecniche formative, in diverse situazioni la direzione delle attività viene dettata unicamente dall’esperienza, dal buon senso e dalle proprie competenze, ma non è detto che questi tre punti siano adeguatamente preparati per produrre risultati eccellenti. Gli allenatori improvvisati nel mondo sportivo sono molti di più di quanto tu possa immaginare e quando si parla del proprio corpo non c’è da scherzare.

Il mondo del lavoro

Dopo diversi anni di studio sei cresciuto ed è arrivato il momento di integrarti in una realtà lavorativa e qua è arrivata un’altra fase molto interessante della formazione, perché hai dovuto mettere in pratica gran parte degli insegnamenti appresi da tutti i formatori precedenti. Allo stesso tempo è arrivato un nuovo formatore, il capo, l’imprenditore, il caporeparto, il manager, il lavoratore esperto, il ragazzo che presto lascerà il ruolo che stai per ricoprire, che ti ha affiancato per spiegarti cosa e come fare, facendoti scoprire dei profili interessanti dell’attività che andrai a svolgere.

L’immagine che ti ho mostrato rappresenta la situazione media nella quale un nuovo lavoratore si dovrebbe trovare, ma la realtà del mondo del lavoro è differente, infatti sono diverse le figure che si dovrebbero occupare di formazione ma che, il più delle volte, non sanno minimamente da dove iniziare.

Ti sarà certamente capitato di incontrare colleghi che non avevano per nulla capacità formative, ma del resto non si può nemmeno pretendere troppo, visto che nessuno ci ha mai spiegato l’importanza della conoscenza delle tecniche formative.

[gdlr_row]
[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Stai cominciando a renderti conto di quanto c’entrino le tecniche formative con la tua vita?” ][/gdlr_box_icon]
[/gdlr_row]

La politica

Immagina un politico che oltre a nascondersi dietro a degli slogan o a dei finti risultati, abbia realmente l’interesse di vedere la propria Nazione migliorare, portando i propri cittadini ad un livello superiore di educazione e cultura utilizzando le tecniche formative.

[gdlr_space height=”40px”]
[gdlr_row]
[gdlr_box_icon icon=”fa-thumb-tack” icon_color=”#d55949″ icon_position=”left” title=”Facciamo un esempio” ]Il mio obiettivo è quello di vedere maggiore interesse dei cittadini per la propria città e aumentare il senso civico e il senso di appartenenza. Organizzo un incontro formativo tra un esperto di marketing territoriale e i principali referenti della comunità (ad esempio le associazioni) per spiegare quanto siano importanti gli aspetti di pulizia e appartenenza nel pubblicizzare la città verso nuovi turisti e organizzo una competizione nei quartieri per la pulizia del territorio. [/gdlr_box_icon]
[/gdlr_row]

Quando sento la frase “I politici dovrebbero dare per primi il buon esempio”, nella mia testa partono sempre due ragionamenti, il primo mi dice di fare attenzione a chi sta dicendo la frase, ovvero il popolo, che spesso si nasconde dietro a questa scusa per sentirsi autorizzato a fare quello che vuole, il secondo ragionamento invece mi dice che sarebbe ora che la politica analizzasse, comprendesse e metabolizzasse questa necessità impellente di formare i propri cittadini anche mediante il loro esempio, ma questo è ovviamente solo il punto più evidente delle tecniche formative applicate alla politica.

Come sappiamo bene i politici hanno solo intenzione a comunicare e poco a formare ed è questo il principale problema.

Gli oratori

Chi parla in pubblico si rivolge al mondo della comunicazione e del public speaking per apprendere i concetti principali.

[gdlr_row]
[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Per veicolare bene le informazioni e per fare in modo che il nostro auditorio recepisca quello che stiamo dicendo, occorre che si utilizzino anche delle tecniche formative.” ][/gdlr_box_icon]
[/gdlr_row]

Molti speaker credono che le maggiori conoscenze da apprendere siano i messaggi non verbali del corpo, il tono della voce, la postura e l’abito, trascurando totalmente le tecniche formative.

Diciamo che sarebbe come se cercassi di vendere una macchina veicolando un prezzo su tutti i canali mediatici, trascurando totalmente i venditori e la loro formazione alla vendita.

In conclusione

Per insegnarti come costruire un muro potrei chiamare un professionista della costruzione perché ti mostri come farlo, potrei dirti di guardare un tutorial video per farti provare a replicare i movimenti e le tecniche, ma se io so come si fa a costruirlo e volessi stringere un rapporto di fiducia tra me e te, allora utilizzerei la strada migliore, quindi cercherei l’umiltà di un formatore e le tecniche formative migliori per trasmetterti passo passo quello che mi hanno insegnato tutte le persone con le quali ho parlato, ciò che ho visto nei video e quello che ho scoperto facendolo e tu probabilmente impareresti a farlo.

La formazione prima o poi ti ricorderà che devi assolutamente sapere qualcuna delle sue tecniche, altrimenti tutto sarà molto più complicato da trasmettere e in tanti casi potrai non riuscirci affatto, ottenendo nella peggiore delle ipotesi l’effetto opposto.

Ecco come essere un Formatore Efficace

Ecco come essere un Formatore Efficace

Domanda secca: come essere un formatore efficace?

Un Formatore Efficace ti accompagna trai concetti

Un Formatore Efficace ti accompagna trai concetti

La risposta a questa domanda vale tanti soldi quanti sono gli argomenti che riuscirete ad aggiungere al vostro bagaglio di conoscenze.

E come si padroneggia lo stress del parlare davanti ad una platea?

Beh, partiamo dall’inizio, poi strada facendo vi svelerò qualche trucco che vi aiuterà a gestire meglio le vostre emozioni.

Ricordo la prima giornata di formazione: da quel giorno venivo considerato “un formatore”, mi sentivo a mio agio in quel ruolo, ma non avevo ancora capito quali e quante fossero le nozioni che dovevo conoscere e padroneggiare.

Mi avevano dato i contenuti da erogare,  ma nessuno mi aveva spiegato quando e come dire le cose, ovvero, qualcosa mi era stato accennato, ma erano più delle rassicurazioni che delle vere e proprie “tecniche” o metodologie di approccio verso le persone che mi avrebbero ascoltato.

Alla fine di cosa avevo bisogno per parlare a quella platea?

Dovevo “solo” raccontare quegli argomenti che avevo scritto nelle mie splendide slide e le persone dall’altra parte avrebbero ascoltato come se fossi un messo reale che sta annunciando una diminuzione, macché dico, un’abolizione totale delle tasse del reame.

La classica delle paure, ovvero quella di parlare in pubblico non la sentivo particolarmente, ero un caso anomalo, ma stavo per avere un vero e proprio attacco di panico e non ne avevo la benché minima avvisaglia!

La mia anomalia era dettata dalla fiducia nelle mie capacità di sapere sgusciare fuori dalle situazioni difficili con una serie di battute di spirito (che ho tragicamente scoperto in diverse situazioni che erano divertenti solo per me) e dal numero esiguo di persone che mi avrebbero ascoltato.

La fortuna ha voluto che non si presentasse nessuno per una nevicata che nella notte aveva bloccato la città del corso (Bologna) e la mia magra figura era stata posticipata ad una data che si è presentata dopo pochi giorni. Il racconto della disfatta lo terrò per un articolo futuro in cui parlerò di stress da oratoria!

Non c’è niente da fare, per imparare a parlare in pubblico occorrono due cose fondamentali, la prima è farlo, la seconda è sbagliare.

Dai propri errori si impara, come racconta il detto, certamente sarebbe molto bello imparare solo dagli errori degli altri, però non è sempre possibile.

Parlare in pubblico è un’ arte che si apprende dopo un buon esercizio monitorato da un oratore esperto, ma essere un formatore non è la stessa cosa.

Come si fa ad essere un buon formatore?

Per esserlo non basta solo l’esercizio, ma un vero e proprio percorso formativo e un qualcosa che non si compra al mercato, la passione per quello che si sta raccontando.

Un formatore deve padroneggiare una serie di strumenti evoluti come proiettori e programmi per creare presentazioni, deve saper cercare su internet immagini che non siano protette da copyright, deve essere un ottimo osservatore e in tante occasioni un discreto psicologo, deve saper utilizzare i propri sensi al 100%, deve essere preciso e puntuale, molto puntuale.

Cosa deve avere un formatore efficace in più delle altre persone che parlano in pubblico?

Oltre a quello che abbiamo appena visto, deve avere delle caratteristiche avanzate, perché non è solo una persona che parla in pubblico, ma una persona che con le proprie parole deve formare, deve far comprendere concetti, la sua organizzazione mentale deve essere coerente.

Tutto deve essere al posto giusto e al momento programmato.

Se tutte le caratteristiche di un Formatore Efficace fossero state facilmente riassumibili in unico articolo l’avrei fatto, ho invece scelto di crearne un sito, nel quale potrete seguire l’argomento e non solo, potrete partecipare facendo domande ed osservazioni, presentando la vostra esperienza e condividendo i contenuti con i vostri amici e/o colleghi che parlano frequentemente in pubblico o che avrebbero sempre voluto farlo.

© Copyright FormatoreEfficace 2015-, All Right Reserved - GENIOALLOPERA P.I. 02952261200