Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Il termine ruolo (dal francese rôle/rôtle’, accezione del termine latino ‘ròtulus’: rotolo di carta)  nasce in ambito teatrale per indicare il foglio di carta arrotolato, chiamato appunto ròtulus, sul quale erano scritte le battute che gli attori recitavano sul palco.

Dal punto di vista sociologico, il concetto di ruolo definisce gli obblighi e le aspettative legate alla posizione sociale di ogni individuo (status).

Per un lavoratore,  l’identità lavorativa è una dimensione molto importante, da essa dipende infatti la costruzione dell’identità personale e lo sviluppo delle capacità di comunicazione e socializzazione con l’ambiente.

Esistono professioni che sono socialmente riconosciute e che non necessitano di ulteriori chiarimenti, perché il loro campo d’azione e le pratiche ad esso legate fanno parte del senso comune: un avvocato è un avvocato, un ingegnere è un ingegnere, un medico è un medico e così via.

Ma esistono delle professioni generate dall’evoluzione delle dinamiche storiche e sociali, che spesso e volentieri risultano poco riconoscibili, soprattutto se legate ad un ambito in via di sviluppo.

È il caso del mestiere del formatore, la cui identità risulta in costante evoluzione, oltre che difficilmente circoscrivibile.

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Il raggio d’azione di chi si occupa di formazione comprende l’esperienza nel campo dei processi didattici e disciplinari, passando per l’analisi dei bisogni e l’organizzazione e la progettazione di corsi e percorsi formativi. Egli, all’occasione, può essere un valutatore come anche un docente.

Il termine formazione si riferisce a quell’insieme di processi che, sotto forma di attività educative organizzate, hanno la funzione di produrre apprendimento, sia esso finalizzato alla crescita personale, professionale, soggettiva o aziendale.

In Europa un embrionale concetto di formazione, in ambito aziendale e professionale, prende piede sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, sulla base di modelli importati dagli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Ottanta si comincerà a trattare il processo formativo in quanto tale, delineando una precisa distinzione dei quattro momenti che lo caratterizzano: si parte dall’analisi dei bisogni, segue una fase di progettazione, si passa all’esecuzione di un intervento formativo che si comprova infine grazie alla valutazione dei risultati raggiunti.

In passato, il momento dell’apprendimento e quello del lavoro erano due periodi distinti, separati e consequenziali nella vita di ogni individuo: prima uno, poi l’altro. Oggi tale scissione risulta pressoché impossibile.

Nessuno riesce ad operare in ambito lavorativo, qualunque esso sia, con le sole competenze avute in eredità dal periodo dell’apprendimento scolastico.

La “vita moderna” offre ad ognuno di noi un ventaglio di possibilità e prospettive professionali ben più ampio rispetto al passato, ma con esso anche tutta una serie di inevitabili rischi.

La libertà di scelta, la mobilità, la gestione in termini di tempo della carriera universitaria, hanno, per alcuni la colpa, per altri il merito, di avere trasformato i canali di accesso al mondo del lavoro.

Ma, nonostante risulti in aumento la percentuale di studenti che protraggono gli studi, quanti di questi, a livello pratico, possiedono le competenze specifiche per entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro?

Quanti ne restano inevitabilmente esclusi?

In questo strano, dinamico, vivace contesto, i tempi dell’apprendimento e del lavoro si fondono per favorire lo sviluppo sociale e professionale di ogni lavoratore, attraverso la “Form-Azione”.

Immaginatela come un’opera teatrale: il racconto, in cinque atti, di una storia che è la stessa di sempre.

Le competenze apprese durante i primi anni di vita (Atto I – Educazione prescolare), trasmesse in ambito familiare, favoriranno la socializzazione e getteranno le basi per la costituzione dell’identità dell’individuo. Il modellamento e lo sviluppo cosciente dei propri ambiti di interesse avverrà grazie al confronto in ambiente scolastico (Atto II – Educazione primaria, Atto III – educazione secondaria), fino alla scelta del ramo di specializzazione (Atto IV – educazione terziaria), il quale permetterà di acquisire le competenze teoriche nel campo scelto.

Ma le competenze e le attitudini maturate in ambito familiare, scolastico, universitario, non saranno valide per sempre. Per questa ragione il quinto, ultimo, perpetuo atto della nostra grande opera teatrale, prevede l’educazione permanente.

Ad oggi, il sistema economico e sociale di questo primo spicchio di XXI secolo evidenzia la necessità di continuare ad investire sugli individui in termini di istruzione e formazione, per garantire alla popolazione tutta le competenze necessarie alla realizzazione e/o alla riqualificazione professionale.

Pertanto la formazione diviene sempre più un sistema, all’interno del quale l’analisi e la valutazione risultano due eventi non più lontani, ma contigui o persino sovrapposti tra loro.

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Allestita la scena, si presentino gli attori

Sì perché, come in ogni opera che si rispetti, gli attori sono importanti ed è bene citarli insieme ai rispettivi campi d’azione.

Figura di spicco al centro del nostro palcoscenico è il formatore, che è sia professionista della materia, sia colui che gestisce i singoli momenti del sistema e li mette in relazione.

É una figura che nasce da una prospettiva istruzionista (il sapere come elemento esterno all’individuo): il suo compito, in passato, era quello di veicolare in modo unilaterale nozioni specifiche e professionali, spesso legate agli imperativi di un’azienda committente.

Ad oggi, tale ruolo riflette uno sguardo più riflessivo ed empatico nei confronti di chi è allievo, ovvero il principale attore protagonista: un formatore non riempie un contenitore vuoto in un modo sempre uguale a sè stesso, bensì, partendo dalla centralità della dimensione soggettiva dell’apprendimento, costruisce e modella il suo intervento attraverso l’analisi dei bisogni, raggiungendo così una sorta di alchimia relazionale; ed è proprio quest’ultima che fa la differenza, oggi, nell’ambito della formazione.

La relazione fra gli attori è, infatti, strumento e insieme scopo del lavoro del formatore, a partire dal primo incontro con il committente.

Il formatore dovrà aiutarlo ad individuare quelli che sono i bisogni reali, coordinare l’attivazione e l’erogazione dell’iniziativa e coinvolgere il docente che, dal canto suo, si occuperà della trasmissione dei contenuti e del metodo.

Nel momento dell’erogazione gli allievi saranno chiamati a migliorare il loro bagaglio di competenze, e anche i loro responsabili parteciperanno attivamente in quanto “beneficiari”.

Tuttavia, per quanto stimolante e professionalmente gratificante, dal punto di vista sia relazionale che gestionale, possa essere l’operato del formatore, al tempo stesso in lui possono insorgere sentimenti come l’insoddisfazione, o peggio la frustrazione.

Avviene perchè spesso i risultati del suo agire non sono espressamente e immediatamente visibili, quindi empiricamente dimostrabili (o almeno, lo sono in minor misura rispetto ad altri settori). Inoltre, la sua riconoscibilità resta la problematica prima, a causa della scarsa informazione intorno a un mestiere che, invece, si dimostra decisivo nel promuovere lo sviluppo sociale e lavorativo della comunità.

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Una delle prime domande che mi piace fare alle nuove persone che conosco è questa:

“Qual è stato il primo formatore della tua vita?”

Le risposte che vengono alla mente di tanti sono sempre molto simili; alcuni mi dicono la maestra, altri la maestra dell’asilo, ma non tutti ricordano immediatamente i primi formatori in assoluto: i genitori. Sono loro che nella maggior parte dei casi hanno cercato di trasferirti le loro conoscenze. Hai memorizzato le parole mamma e papà perché proprio loro per ore si sono dedicati alla tua conoscenza affinché cominciassi a parlare e a dire i termini che per loro erano più importanti per sentire forte le emozioni dei tuoi risultati.

Poi, mentre crescevi, i tuoi genitori hanno delegato altre persone della tua formazione, pensa ad esempio al momento in cui per svago o per necessità hanno voluto/dovuto affidarti a qualcuno per avere del tempo da passare da soli e si sono rivolti a qualcuno di fiducia, qualcuno che potesse accudirti con le stesse premure che stavano avendo loro. La ricerca, da parte delle famiglie, del formatore migliore è sempre più radicata nello spirito genitoriale e i fatti di cronaca hanno sempre più portato all’attenzione, l’importanza del saper selezionare le persone idonee a questa attività.

Hai conosciuto i nonni, o forse qualche altra persona ti ha accudito e magari tuttora ricordi alcuni degli insegnamenti che hanno voluto trasmetterti o che ti hanno donato senza esserne consapevoli.

Il tempo è passato ed è arrivato il momento di trasmetterti le basi dell’educazione e per questo motivo sei entrato all’asilo, poi a scuola, poi in realtà formative sempre più complesse.

Gli insegnanti

La scuola elementare è uno di quei momenti che in tanti ricordano con piacere, per me è stato un periodo meraviglioso nel quale la mia maestra si prendeva cura di tutti e 16 gli alunni della classe, guidandoci e trasferendo le nozioni in principio come una madre e poi sempre più come una maestra. Alla fine dei 5 anni era diventata una figura che si fingeva distaccata per darci la possibilità di non soffrire troppo della sua sostituzione con i professori delle scuole medie, ma che ricordo aver visto piangere appena uscita dal congedo con noi.

Non tutti gli insegnanti sono stati dei buoni maestri e la scuola italiana soffre di tante distrazioni e superficialità da parte di chi dovrebbe essere il formatore degli insegnanti, ma questo è un altro argomento di cui parleremo in articoli successivi.

Quello su cui voglio farti soffermare sono le tecniche e gli strumenti che ha utilizzato la tua maestra per trasmetterti i concetti, ha utilizzato il gioco e i colori, ha usato il racconto e magari ti ha fatto ascoltare canzoni e vedere video. Le tecniche di formazione erano adeguate al tipo di pubblico che doveva partecipare alle lezioni.

Lo sport

Si sa che un bambino deve fare attività fisica e per questo motivo sarai stato iscritto a un’attività sportiva e un allenatore ti avrà fatto ripetere tanti movimenti perché i tuoi muscoli si rinforzassero, il tuo cervello li meccanizzasse e riuscissi ad utilizzare il tuo corpo in maniera fluida e dinamica.

Chi ti ha seguito ha dovuto preparasi una scaletta di ogni singolo allenamento, pensando cosa proporti perché i tuoi progressi fossero continui senza pretendere troppo da te, ma allo stesso tempo chiedendoti di migliorare costantemente le tue prestazioni.

Non sempre i coach sono preparati sulle tecniche formative, in diverse situazioni la direzione delle attività viene dettata unicamente dall’esperienza, dal buon senso e dalle proprie competenze, ma non è detto che questi tre punti siano adeguatamente preparati per produrre risultati eccellenti. Gli allenatori improvvisati nel mondo sportivo sono molti di più di quanto tu possa immaginare e quando si parla del proprio corpo non c’è da scherzare.

Il mondo del lavoro

Dopo diversi anni di studio sei cresciuto ed è arrivato il momento di integrarti in una realtà lavorativa e qua è arrivata un’altra fase molto interessante della formazione, perché hai dovuto mettere in pratica gran parte degli insegnamenti appresi da tutti i formatori precedenti. Allo stesso tempo è arrivato un nuovo formatore, il capo, l’imprenditore, il caporeparto, il manager, il lavoratore esperto, il ragazzo che presto lascerà il ruolo che stai per ricoprire, che ti ha affiancato per spiegarti cosa e come fare, facendoti scoprire dei profili interessanti dell’attività che andrai a svolgere.

L’immagine che ti ho mostrato rappresenta la situazione media nella quale un nuovo lavoratore si dovrebbe trovare, ma la realtà del mondo del lavoro è differente, infatti sono diverse le figure che si dovrebbero occupare di formazione ma che, il più delle volte, non sanno minimamente da dove iniziare.

Ti sarà certamente capitato di incontrare colleghi che non avevano per nulla capacità formative, ma del resto non si può nemmeno pretendere troppo, visto che nessuno ci ha mai spiegato l’importanza della conoscenza delle tecniche formative.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Stai cominciando a renderti conto di quanto c’entrino le tecniche formative con la tua vita?” ][/gdlr_box_icon]
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La politica

Immagina un politico che oltre a nascondersi dietro a degli slogan o a dei finti risultati, abbia realmente l’interesse di vedere la propria Nazione migliorare, portando i propri cittadini ad un livello superiore di educazione e cultura utilizzando le tecniche formative.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-thumb-tack” icon_color=”#d55949″ icon_position=”left” title=”Facciamo un esempio” ]Il mio obiettivo è quello di vedere maggiore interesse dei cittadini per la propria città e aumentare il senso civico e il senso di appartenenza. Organizzo un incontro formativo tra un esperto di marketing territoriale e i principali referenti della comunità (ad esempio le associazioni) per spiegare quanto siano importanti gli aspetti di pulizia e appartenenza nel pubblicizzare la città verso nuovi turisti e organizzo una competizione nei quartieri per la pulizia del territorio. [/gdlr_box_icon]
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Quando sento la frase “I politici dovrebbero dare per primi il buon esempio”, nella mia testa partono sempre due ragionamenti, il primo mi dice di fare attenzione a chi sta dicendo la frase, ovvero il popolo, che spesso si nasconde dietro a questa scusa per sentirsi autorizzato a fare quello che vuole, il secondo ragionamento invece mi dice che sarebbe ora che la politica analizzasse, comprendesse e metabolizzasse questa necessità impellente di formare i propri cittadini anche mediante il loro esempio, ma questo è ovviamente solo il punto più evidente delle tecniche formative applicate alla politica.

Come sappiamo bene i politici hanno solo intenzione a comunicare e poco a formare ed è questo il principale problema.

Gli oratori

Chi parla in pubblico si rivolge al mondo della comunicazione e del public speaking per apprendere i concetti principali.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Per veicolare bene le informazioni e per fare in modo che il nostro auditorio recepisca quello che stiamo dicendo, occorre che si utilizzino anche delle tecniche formative.” ][/gdlr_box_icon]
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Molti speaker credono che le maggiori conoscenze da apprendere siano i messaggi non verbali del corpo, il tono della voce, la postura e l’abito, trascurando totalmente le tecniche formative.

Diciamo che sarebbe come se cercassi di vendere una macchina veicolando un prezzo su tutti i canali mediatici, trascurando totalmente i venditori e la loro formazione alla vendita.

In conclusione

Per insegnarti come costruire un muro potrei chiamare un professionista della costruzione perché ti mostri come farlo, potrei dirti di guardare un tutorial video per farti provare a replicare i movimenti e le tecniche, ma se io so come si fa a costruirlo e volessi stringere un rapporto di fiducia tra me e te, allora utilizzerei la strada migliore, quindi cercherei l’umiltà di un formatore e le tecniche formative migliori per trasmetterti passo passo quello che mi hanno insegnato tutte le persone con le quali ho parlato, ciò che ho visto nei video e quello che ho scoperto facendolo e tu probabilmente impareresti a farlo.

La formazione prima o poi ti ricorderà che devi assolutamente sapere qualcuna delle sue tecniche, altrimenti tutto sarà molto più complicato da trasmettere e in tanti casi potrai non riuscirci affatto, ottenendo nella peggiore delle ipotesi l’effetto opposto.

Per un formatore scrivere non è come parlare: ne ho le prove.

Per un formatore scrivere non è come parlare: ne ho le prove.

Nella tua attività di formatore ti capiterà spesso di doverti sedere a scrivere.

Scrivere non è come parlare: lo sai dalla tua infanzia, già prima di cominciare a frequentare la scuola. Sono due esercizi simili, entrambi comunicano un messaggio a un destinatario attraverso l’uso di parole, in un caso scritte nell’altro parlate, ma adottano strumenti differenti. Parlare è più spontaneo, si impara prima nel corso della vita, e oltre ai suoi grandi svantaggi gode di un indubbio vantaggio: l’intonazione della voce, l’uso delle pause, la gesticolazione, l’emozione che traspare dal parlante – per citarne solo alcuni – sono tutti strumenti che aiutano a definire lo scopo, l’importanza e il valore del messaggio stesso, così che l’ascoltatore lo possa interpretare meglio.
Esiste persino un’intera branca della scienza che studia questa materia, il tema è assai complesso, ma qui ci interessa affrontare solo un piccolo, grande problema: come simulare, nello scrivere un testo scritto, gli strumenti così efficaci che l’uso della voce e del corpo ti danno a disposizione quando parli ma ti sono proibiti quando scrivi?

Mentre parlare è un’espressione di vitalità, un testo scritto – per sua natura – appare impersonale, freddo, inanimato, come morto, e quindi tende ad allontanare e intimidire molte persone.

Per introdurre, intanto, le pause e rianimare un pochino il paziente esiste una cosa chiamata punteggiatura: cioè le virgole, i punti fermi, quelli esclamativi eccetera. Sono tutti accorgimenti che svolgono la funzione delle giunture dello scheletro nel corpo del discorso, costituito altrimenti da una sequenza di parole ininterrotta e incalzante. Hai mai fatto la prova, anche per gioco?
Elimina integralmente la punteggiatura da un testo scritto e l’effetto sarà grottesco, distorsivo, quasi ipnotico: dopo qualche riga al massimo ciò che hai davanti perderà la sua identità e diventerà un’unica massa indistinta di lettere separate da spazi, incapace di trasmettere il suo reale significato a chi legge. Una cantilena che non giunge a destinazione e non lascia tracce, per cui il messaggio che volevi comunicare svanisce nel nulla.

Ma la punteggiatura, se sfruttata al meglio, permette di riportare la piena salute al malato, così che possa correre e saltare e vivere a lungo, e soprattutto conquistare il più ambito dei traguardi, quando scrivi: l’autorevolezza.
Sarai autorevole per quello che scriverai, certo! Ma lo sarai anche per come lo scriverai. La punteggiatura, puntando a questo obiettivo, sarà il tuo alleato più formidabile. Ma qui non ci riferiamo al rispetto delle regole della lingua scritta, basilari e irrinunciabili: ci riferiamo a come ti orienterai fra i confini invalicabili posti dalle regole linguistiche, cercando la tua strada nella mappa del testo che stai scrivendo.

Buon viaggio.

L'umanità del semidio, ovvero perché anche i Guru hanno difetti

L'umanità del semidio, ovvero perché anche i Guru hanno difetti

Anche io come te e come ogni persona che si rispetti ho i miei idoli, persone che ammiro, persone che secondo me hanno fatto qualcosa di grande nella loro vita.
Quando ero nell’età in cui ci si forma una lista di eroi personali ero uno sfigatello alla scuola pubblica, e siccome amavo di più le storie che leggevo nei libri di testo che non i rapporti con i miei compagni, i miei eroi sono diventati Newton, Einstein, Gandhi, Abel, Gauss, e compagnia.

La fisica ha sempre regalato storie davvero affascinanti, quasi al limite dei grandi romanzi: litigi, amori, geni che verranno compresi solo decenni dopo, persone dimenticate perché diverse, umorismo, personaggi secondari che scompaiono nel nulla, e così via.

Naturalmente oltre ad avere i propri eroi ognuno ha una classifica di importanza: Superman è figo, sì, ma vuoi mettere batman? Fa le stesse cose ma è solo un terrestre! E poi la kriptonite non gli fa nulla!
Ovviamente anche io ho la mia classifica nell’elenco degli eroi.
Ed essendo che la cima della classifica è occupata dagli dei intramontabili, quasi delle divinità, quelli che vengono dopo saranno tutti semidei.

Addirittura Landau, famoso fisico russo di conclamata genialità, aveva una sua classificazione per i suoi idoli. Classificava la genialità dei fisici del passato in una scala da 0 a 10, dove 10 era “normale cervello un po’ stupido”, e 0,5 era Einstein.

Ti sto raccontando tutto questo aneddoto sia per lasciarmi crogiolare 5 minuti nei ricordi della mia infanzia, sia per arrivare a dimostrarti che questa teoria dei semidei è pericolosa, ed in parte campata in aria.

Perché?

Perché è vero, Einstein era geniale, ma lo sai che ha sacrificato la vita della moglie per poterlo diventare?
Lo sai che lei ha sacrificato la sua vita accademica per poter permettere a lui di poterne avere una?
Lo sai che si dice addirittura che le idee di base della relatività ristretta, lo “stare a cavalcioni dell’onda luminosa” fossero venute a lei, e non a lui?

Lo sai che Churchill, – uomo cardine dell’Inghilterra degli anni ’40, che diede coraggio ad una Londra bombardata dai nazisti – fu un padre pessimo che portò almeno una figlia al suicidio per barbiturici?
In più passò quasi tutta la sua vita a dover convivere con la depressione.

Perché ti racconto questi gossip da bar?
Perché ci sono persone che traggono forza dall’esempio dei propri eroi, dei propri semidei, pur rimanendo consapevoli della loro umanità.
Ci sono altre persone, come per esempio io, che tendono a venirne schiacciati.
Abbiamo così tanta voglia di copiare il semidio, di emularlo, che ci dimentichiamo degli aspetti negativi della loro vita, e quindi pretendiamo da noi stessi una perfezione che non è umana.

Questo vale anche per quelli che seguono i guru della formazione.
Personaggi che creano una vasta schiera di fan creandosi un’immagine di perfezione.

Se tu fossi un formatore che tipo di immagine di te vorresti creare?

Le varie figure che parlano: venditori, informatori e Formatori

Le varie figure che parlano: venditori, informatori e Formatori

L’oratoria è l’arte di parlare in pubblico! Quante tipologie di figure esistono nel mondo dell’oratoria? Partiamo da un punto che dobbiamo obbligatoriamente approfondire prima di distinguere i nomi che vengono attribuiti alle persone che parlano.

Quali sono i motivi per cui si parla davanti ad una platea di 1, 10 o 10.000.000 di persone?

I 6 gruppi dell’oratoria

Possiamo riassumere i motivi in 6 grandi gruppi

  1. Intrattenere per divertimento o per far guadagnare tempo a qualcuno: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi intrattenitore.
  2. Presentare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi presentatore.
  3. Vendere: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi venditore.
  4. Informare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi informatore.
  5. Insegnare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi insegnante.
  6. Intrattenere, presentare, vendere, informare, insegnare, ispirare, coinvolgere, appassionare: La figura che si occupa di questo gruppo la chiameremo d’ora in poi Formatore.

Perché siete lì?

La maggior parte delle situazioni in cui ci si trova a parlare in pubblico riguardano tre situazioni specifiche, ovvero: vendere, informare o formare, le altre situazioni riguardano una parte molto limitata di chi si trova per obbligo o per piacere a parlare in pubblico. È molto importante individuare in quale delle situazioni appena citate ci si trova, per capire quali sono le caratteristiche fondamentali della figura scelta, per poter personalizzare al meglio l’intervento che dovremo svolgere.

Qualche settimana fa ho accompagnato un amico regista in una serata nella quale avrebbe presentato i retroscena delle scene cinematografiche. Il suo compito era quello di accompagnare i partecipanti in un viaggio che gli avrebbe permesso di scoprire cosa si nascondesse dietro agli effetti speciali dei film. Quello che dovevo fare io era chiaro, ero un presentatore che avrebbe annunciato l’arrivo di un regista professionista. Il dubbio a cui lui si trovava di fronte era il seguente:

Lui – “Come dovrò comportarmi davanti alla mia platea?”

io – “Qual è il tuo obiettivo? Chi dovrai essere tu questa sera per loro? Quale sarà il tuo ruolo? Se fossi il protagonista di un film chi saresti? Quali sono le caratteristiche che ti hanno fatto scegliere proprio questo personaggio?”

In pochi minuti ha ottenuto le sue risposte con un breve confronto. Il suo obiettivo era quello di affascinare i partecipanti con i contenuti proposti e invitarli a partecipare alle serate successive; sarebbe stato per loro un cicerone che apre i passaggi segreti del cinema; il suo ruolo era quindi di Formatore e in pochi secondi ha capito le caratteristiche del personaggio da interpretare (che non mi ha mai voluto svelare chi fosse). Ero molto contento, perché in poco tempo aveva chiaro come comportarsi, sarebbe stato ancora meglio se questo ragionamento l’avesse fatto prima di scrivere i contenuti, perché sarebbero stati focalizzati non solo sull’obiettivo della serata, ma anche sulle caratteristiche efficaci del suo ruolo.

Nei prossimi articoli andremo ad approfondire le caratteristiche di ogni singola figura dell’oratoria, potrete così comprendere meglio quale sarà il vostro ruolo nel parlare in pubblico.

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