Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Il paradosso della formazione è che la figura formante (formatore, insegnante, docente, maestro,… ) dovrebbe ragionare come se un giorno volesse essere a sua volta allievo dei suoi corsisti. Chi ragiona in questa modalità cercherà di trasmettere nozioni e strumenti affinché il corsista ne comprenda utilità e funzionamento, affinché “possa superare il maestro”.

Cos’è un corso di formazione

Il corso di formazione è un’attività tenuta da professionisti del settore che hanno capacità formative, nella quale viene spiegato l’utilizzo di strumenti, metodi e nozioni, mediante teoria e pratica.

Quali sono i punti cardine di un corso di formazione?

Di seguito abbiamo realizzato una serie di parametri che potranno aiutarti ad inquadrare la tipologia di corso. Alcuni parametri potranno essere trovati prima di effettuare la scelta, mentre altri li potrai ottenere solo durante o alla fine del corso.

Programma del corso

Tutti i corsi formativi devono avere un programma che identifichi chiaramente quali saranno gli argomenti affrontati con delle tempistiche di massima. Le tempistiche potranno variare da sessione a sessione, a seconda di ciò che avverrà in aula.

Destinatari chiari

Sapere a chi è destinato il corso fa comprendere ad esempio se è destinato a un pubblico professionale o amatoriale.

  • A chi è rivolto questo corso?
  • È rivolto a persone che lavorano in un certo ambito?
  • Quali conseguenze potrebbe avere partecipare a un corso rivolto a un ambito specifico al quale non appartengo?
Obiettivi ben definiti

Non esiste formazione senza degli obiettivi chiari.

  • Quali obiettivi ha chi sta creando il corso?
  • Cosa vuole trasferire a te?
  • Alcuni obiettivi sono gli stessi che vuoi raggiungere tu?
Informazioni sui docenti

Occorrono informazioni sui docenti. Nel caso fossero presenti è importante poterle verificare e non attenersi unicamente a quanto viene raccontato e descritto.

  • Chi sono i docenti?
  • Qual è la loro area di competenza ed esperienza sul campo?
  • Sono presenti sui social?
  • Oltre che insegnare l’argomento ne sono anche fruitori o protagonisti?

Poni attenzione ai risultati che hanno ottenuto nei corsi formativi precedenti, ma non ti basare solo su questo parametro.

Tempi, luoghi, contatti e logistica

Gli aspetti logistici devono essere ben definiti, occorre sapere:

  • Quali sono i moduli?
  • Quanto dureranno?
  • Gli orari di inizio e fine giornata
  • Luogo del corso
  • Come raggiungerlo
  • Eventuali note sull’abbigliamento
  • Materiali da portare
  • Chi potrai contattare per eventuali disguidi o variazioni?
Modalità di iscrizione

Occorre fare attenzione specialmente negli ultimi tre punti che possono nascondere modalità di urgenza e scarsità non sempre veritiere.

  • Come ci si iscrive, come si può pagare?
  • Esistono dei requisiti per partecipare al corso o possono iscriversi tutti?
  • Esiste una selezione in caso di sovrannumero?
  • Puoi partecipare solo ad alcuni moduli?
  • Esistono promozioni nel caso ti iscrivessi presto?
  • Esistono promozioni se inviti altre persone interessate?
  • Quanti posti ci sono a disposizione
Metodologie utilizzate.

Quali metodologie formative e organizzative verranno utilizzante in questo corso?

  • Sarà una lezione frontale o una lezione interattiva?
  • Quali attività pratiche sono previste?
  • Ci saranno attività di gruppo?

La conoscenza di queste informazioni ci permetterà di arrivare al corso preparati su quanto, in linea di massima, potrà accadere. Questi aspetti sono importanti per definire il corso e per comprenderne la coerenza rispetto a quanto promesso.

Partecipereste mai a un corso che vi insegnerà a parlare in pubblico ma che non prevede la pratica? 😉

Sistema di monitoraggio e valutazione

La valutazione preventiva dei partecipanti permette di suddividere i partecipanti a seconda di parametri utili a un migliore svolgimento della formazione.

  • Prima di arrivare al corso ti hanno chiesto informazioni per conoscerti?
  • Durante il corso erano presenti tutor d’aula o altre figure che monitoravano l’andamento del corso?
  • Alla fine del corso ti hanno chiesto di compilare una scheda di valutazione del corso?
  • Hai ricevuto un modulo di autovalutazione?
  • Ti è stato richiesto di lasciare un feedback o una testimonianza dell’evento?
Coerenza

Nello svolgimento deve realizzarsi quanto promesso e ciò avviene personalizzando schemi, programma e attività al livello dei corsisti. Le attività non personalizzate ai corsisti risultano essere non perfettamente centrate e in alcune situazioni noiose.

Numero dei partecipanti

Un corso di formazione per essere definito tale non può superare i 50 partecipanti. Il numero ideale varia a seconda dell’argomento, della tipologia di corsisti e attività inserite, e da numerosissime altre variabili.

L’unico dato concreto è che quelli che vengono definiti corsi e hanno un numero superiore di partecipanti non sono corsi formativi, ma attività nelle quali si creano delle dinamiche più vicine allo show o all’intrattenimento. Questo momento potrà anche essere interessante e apportare dei contenuti, ma è praticamente impossibile che abbia alle spalle una programmazione formativa. Gli obiettivi di questi eventi tante volte sono rivolti unicamente a vendere eventi o corsi futuri giocando sull’interesse che non è stato soddisfatto, per poi lavorare su urgenza e scarsità.


La “morte” del formatore

Le figure educative (insegnante, formatore, maestro, …) devono lavorare per la propria morte (metaforica).

“Come un genitore lavora per l’indipendenza del proprio figlio e non per la dipendenza da lui, allo stesso modo lavorerò per consentire a te allievo di camminare con le tue gambe.”

Coloro che, esperti o meno del proprio settore, creano giornate definite corsi di formazione, non possono fornire delle ricette senza spiegare qualità e quantità degli ingredienti e nel dettaglio i passaggi che svolgono. Questi personaggi sanno però che guadagna di più chi viene chiamato tante volte, rispetto a chi fornisce bene la conoscenza e tendono a fare una formazione basata unicamente sul ritorno economico o dei veri e propri corshow.

Tutto questo continuerà a succedere, fino a quando non sarà chiaro il tranello; sarà questo il momento in cui risulterà essere chiara l’inefficienza del suo intervento e perderà fiducia da parte dei suoi corsisti.

Quando saper far domande fa la differenza

Quando saper far domande fa la differenza

La domanda è uno strumento per analizzare, conoscere e interpretare la realtà. Fare una domanda è molto simile all’utilizzo di uno strumento come un termometro, un contachilometri, una bilancia, ma la differenza con uno strumento oggettivo meccanico la fa il soggetto umano.

Mettiamo il caso in cui la domanda sia correttamente (“perfettamente”) posta, non saremo comunque mai sicuri che la risposta ottenuta sia veritiera, perché l’essere umano è limitato e tende a interpretare, sbagliare, non completare, strumentalizzare, truffare…

Quanto sono importanti le domande?

Nella vita di tutti i giorni le domande sono uno degli strumenti più importanti della comunicazione. Ci permettono di approfondire argomenti che ci interessano, ottenere il maggior numero di informazioni e/o arrivare velocemente a una risposta. In alcune situazioni come quella formativa permettono al formatore di far ragionare tutta l’aula o singolarmente il corsista.

Non è assolutamente facile porre delle domande interessanti, si riescono ad ottenere dei risultati discreti dopo tanto allenamento. Di seguito potrete avere alcuni spunti per cominciare a creare le vostre domande.

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.

Pierre-Marc-Gaston de Lévis

Come si creano delle buone domande?

La scuola ci ha insegnato molto bene a fare delle domande analitiche, ma spesso non teniamo in considerazione quell’insegnamento. Facciamo un riepilogo:

Domande aperte e chiuseEsistono due tipologie di domande, quelle aperte e quelle chiuse.

Cosa sono le domande aperte

Le domande aperte sono il più delle volte basate su avverbi interrogativi (Chi, cosa, dove, quando, perché, quanto, quale), sono i quesiti più utili per ottenere tante informazioni.

Cosa sono le domande chiuse

Le domande chiuse sono quelle di cui sappiamo già da prima che la risposta sarà lapidaria, ad esempio sì/no, bianco/nero, la pasta/il pane, … Facciamo un po’ di esempi di domande chiuse e aperte. Potremmo chiedere a una persona:

Facciamo degli esempi

“Sei laureato in psicologia?” DOMANDA CHIUSA   

oppure   “In cosa sei laureato?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda ci darà un buon risultato solo se azzecchiamo la risposta, altrimenti per avere successo dovremo riproporla, con tutte le altre facoltà universitarie. La seconda ci permette di ottenere nel minor tempo una risposta con maggiori informazioni.


“Ti piace il mare?”  DOMANDA CHIUSA
oppure   “Cosa ne pensi del mare?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda permetterà di avere una risposta secca e veloce. La seconda ci permetterà di ottenere maggiori informazioni riguardo al punto di vista della persona.

Se doveste porre una domanda a un amico che in genere parla poco, ma dal quale volete ottenere tante informazioni, quale tipologia di domanda utilizzereste? Ovviamente una domanda aperta. 🙂

Come porsi le domande giuste

Esistono domande giuste o sbagliate? Diverse volte ad alcune mie domande ho ricevuto questa come risposta: “Hai sbagliato domanda!“. Chi fa questa affermazione come può sapere se ho veramente sbagliato domanda, visto che non sa a quale dubbio voglio rispondere? Il dubbio che una persona vuole risolvere potrebbe essere diverso dalla domanda posta che è solo un tramite per la risposta “reale”.

Le domande più semplici sono le più profonde, Dove sei nato? Dov’è la tua casa? Dove stai andando? Che cosa stai facendo? Pensa a queste cose di quando in quando, e osserva le tue risposte cambiare.

Richard Bach

Cosa sono le domande mal poste?

Non è semplice esporre cosa siano le domande mal poste, ma certamente il fulcro della spiegazione è fissato sull’interpretazione della domanda e della risposta.

Chi riceverà la domanda potrebbe rimanere vittima della propria interpretazione (in ricezione o in risposta) o dell’interpretazione (in realizzazione o in esposizione del quesito) di chi l’ha posta. Chi crea una domanda dovrebbe avere un chiaro obiettivo, non è però facile tradurlo in domanda.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti sull’interpretazione qui:

L’interpretazione

e qui

Contro le frasi di senso compiuto

Quando una domanda è mal posta?

Non è possibile determinare se una domanda sia mal posta se non se ne conosce l’obiettivo e il ragionamento che ha portato alla creazione di quel quesito. Tutte le volte che qualcuno vi dice La domanda è mal posta! non conoscendo il vostro obiettivo e ragionamento, sta probabilmente peccando di presunzione.

Come limitare i problemi di interpretazione

Per limitare i problemi di interpretazione ci si può attenere ad alcuni accorgimenti:

  • Elimina il tono di chi pone domanda.
  • Se scorgi una fonte di ambiguità nella domanda fai o richiedi chiarezza.

Cosa sono le domande inopportune?

Una domanda è inopportuna quando viene posta in un luogo, contesto e/o tempo non adeguato. Lo sono tutte quelle domande che toccano la sfera intima o privata di chi la riceve o quando sono maliziose e/o offensive.

Nelle diverse rubriche pomeridiane delle reti televisive italiane si sentono spesso queste domande, che sono la cartina tornasole del pubblico che li segue, un pubblico assetato di indiscrezioni e retroscena maliziosi, macabri o vittimistici.

Facciamo degli esempi
  • Vedendo una donna con una pancia prominente: “A quale mese di gravidanza è?”
  • A una persona che ha appena perso un caro: “Come si sente?”
  • Dopo un cataclisma: “Se lo sarebbe mai aspettato?”

Quando una domanda è scomoda?

Una domanda è scomoda quando viene creata, o casualmente posta, per mettere in difficoltà chi la dovrà ricevere, chiedendo notizie o approfondimenti sui punti deboli.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti qui:

Come affrontare una domanda scomoda

Via | Mistermedia

Quando dobbiamo iniziare a porci delle domande?

Sui social fare domande è un’ottimo modo per coinvolgere e far interagire i propri contatti; esistono diversi modi per porle: alcuni ad esempio lo fanno per trarre informazioni per poi creare articoli, questa modalità di co-creazione viene ben accettata da alcuni utenti che amano rispondere alle domande e vedere come chi ha posto il quesito saprà creare un articolo interessante dalle risposte. Altri utenti si sentono sfruttati da queste modalità di raccolta informazioni; ciò avviene specialmente quando chi sta ponendo la domanda non è interessato realmente al pensiero altrui, ma soltanto all’utilizzo delle informazioni. Si possono riconoscere questi ultimi perché pongono domande e non interagiscono contestualmente, autenticamente e attivamente con chi risponde.

Per me è molto interessante ascoltare le risposte delle persone che mi circondano, permettono di scoprire i vari punti di vista. Alcuni utilizzano il porre domande come strategia per pesare le persone, altri lo fanno solo per curiosità, e altri ancora lo fanno per fare in modo che chi ascolta impari a porsi delle domande.


Chi non fa mai domande

Come potremmo definire quelle persone che non pongono o non si pongono mai delle domande? Poco curiose? O forse persone che pensano di avere già trovato tutte le risposte senza nemmeno chiedere. Vi lascio con quest’ultima citazione:

Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.

Luciano De Crescenzo

Perché la formazione non funziona

Perché la formazione non funziona

Quando sentivo dire “la formazione non funziona”, nel mio corpo partiva il processo di ebollizione del sangue. Poi mi sono abbandonato alla realtà e cioè che sono veramente poche le situazioni nelle quali le attività formative arrivano ai propri obiettivi. Cominciamo un’analisi ai personaggi che interagiscono nella formazione e proviamo di scoprire insieme quali sono le cause che portano tanti a chiedersi: “Perché la formazione non funziona?”

Il mito della caverna.

Credere che la verità sia solo in quello che vedi, consuma la tua capacità di ragionamento.

I corsisti non sono esigenti

Partecipo spesso a diverse forme di giornate formative e informative e ascoltando i partecipanti si comprende velocemente quale sia uno dei problemi; in pochi conoscono la differenza tra le varie tipologie di evento e troppo spesso escono da grandi eventi credendo di essere il problema, senza rendersi conto che ne sono parte ma non il cuore.

Quello che dice il corsista medio è:

“C’erano i più grandi esperti del settore, torno a casa con tantissime nuove nozioni, è stato un bellissimo corso, ho imparato tanto.”

Ma molte volte questa è solo una giustificazione e il vero pensiero è:

“Devo mettermi a studiare, ho capito poco o niente di quello che hanno detto.”

O anche:

“Questo argomento non fa per me, ho sbagliato tipologia di corso”

I motivi probabili sono semplici:

  • Non ha partecipato ad alcun corso formativo, ma soltanto informativo quando va bene.
  • Non esisteva una strategia formativa per l’evento, ma solo un programma.
  • Non ha partecipato a un corso, master, laboratorio, workshop  ma a qualcosa che chi ha organizzato ha erroneamente o volutamente chiamato corso.

Un altro motivo che non aiuta la diffusione sulla poca efficacia di alcuni corsi, riguarda il corsista che ha investito una somma abbastanza alta e che sarebbe imbarazzato nel dire di non aver compreso e/o portato a casa nulla.

Troppi truffatori e furbetti

In generale possiamo riassumere gli obiettivi di questi personaggi in 2 punti:

  1. Incassare e non formare. Le realtà che hanno questa tipologia di approccio sono differenti, dal singolo personaggio che ha creato la schiera di adepti, all’ente di formazione più o meno accreditato che come unico scopo ha portare a casa margine a scapito della qualità. Il mondo formativo comprende troppi furbetti, che spacciano per formazione ciò che non è; migliaia di guru e santoni che cercano di indottrinare con la rivelazione di metodi, tecniche, segreti, strategie, modalità semplici e velocissime per fare le cose e diventare i migliori in un battito di ciglia.
  2. Darvi lo stretto indispensabile per tenervi connessi a un cordone ombelicale che a voi restituisce un po’ di ossigeno e a loro regala prestigio, denaro e fidelizzazione. Se quello che propongono fosse formazione loro sarebbero formatori, coach, mentor, counselor e non guru o professorini. Il più delle volte il corsista non conosce la differenza tra le varie figure e segue ciecamente chi si autoproclama figura di riferimento detentrice della verità.

Se non verrete formati bene non sarete mai liberi di utilizzare autonomamente degli strumenti, ma ci sarà sempre qualcuno che vi dirà quali strumenti utilizzare e come farlo per ottenere il successo. Attenzione, perché questa attività si chiama addestramento e non formazione. Questa tipologia di insegnamento piace ai più pigri, quelli che vogliono la pappa pronta per ottenere risultati.

Le aziende non sono attente

Il mio ruolo mi fa entrare di continuo all’interno di aziende di tutte le dimensioni ed è bello vedere le tante modalità di approccio alla formazione che hanno i partecipanti e gli organizzatori.

È difficile trovare reale interesse. Questo deriva da una scarsa fiducia e conoscenza delle attività formative. I motivi sono differenti:

  • Scelta dei formatori fatta casualmente o affidandosi a realtà non interessate alla formazione ma unicamente al guadagno.
  • Attività poco efficaci perché basate solo sui budget.
  • Formazione programmata solo in seguito alla scoperta di fondi o finanziamenti. In questo modo si scelgono spesso attività formative generiche e non personalizzate ai reali obiettivi/esigenze aziendali.
  • Formazione fatta internamente ma con personale inadatto a trasferire concetti. Non è da tutti saper trasferire concetti. Alcuni sono preparati e bravissimi nel proprio argomento/settore/attività, ma non è detto che siano capaci e abbiano voglia o intenzione di preparare i colleghi.

I formatori sono scarsamente efficaci

Vediamo quali sono le problematiche che riguardano le figure che dovrebbero formare:

  • Incapacità a mantenere l’attenzione. – L’attenzione dei corsisti è difficile da conquistare e da mantenere e la maggioranza dei formatori hanno enormi problemi nella gestione di questo processo cognitivo. Esistono delle modalità che permettono di sfruttare al massimo questa risorsa e mantenere alta l’attenzione dell’auditorio anche per ore.
  • Fraintendimento del proprio ruolo. – Il formatore è un ruolo ben preciso, non è difficile trovare formatori che fanno i consulenti o i “professori universitari” quando non richiesto o non efficace in una certa situazione.
  • Mancata conoscenza delle modalità formative. – Per rendere interessanti e apprendibili dei concetti occorre conoscere bene le dinamiche di apprendimento. Esistono numerosi studi che spiegano come presentare i concetti e quali modalità utilizzare affinché chi deve apprendere abbia maggiori possibilità di comprendere e poter riutilizzare quanto viene presentato. Ad esempio puoi approfondire il Ciclo di Kolb.
  • Scarsa preparazione sugli argomenti. – Ti hanno chiesto di fare il formatore di un certo argomento, non puoi essere impreparato su quell’argomento, sembra banale come concetto, ma vedo che non lo è per nulla. Gli auditori sono lì per ascoltare te e devi essere pronto a parlare e descrivere al livello adeguato richiesto. Come corsista e azienda, diffida dai formatori che hanno troppi corsi su argomenti totalmente disconnessi tra loro.
  • Presunzione. – “Sono preparatissimo su questo argomento e l’unica modalità corretta è la mia”, “Insegno proprio quest’argomento/Sono da 30 anni in questo settore, pensi che non lo sappia?”. Il formatore che crede di sapere o di essere arrivato non ottiene grande appeal con chi lo sta ascoltando. Lo stesso vale per chi cerca di inculcare concetti, senza tenere in considerazione il punto di vista altrui.
  • Omertà. – Il formatore dovrebbe essere colui che spiega quello che sto raccontando in questo scritto per migliorare il proprio settore, ma ciò non succede. È tanta la paura e la rassegnazione nel far notare quali sono le problematiche. Un formatore che non vuole far capire e risolvere quali sono le problematiche del proprio settore credo non sia un grandissimo esempio.

Dopo la descrizione dei protagonisti della formazione e delle loro problematiche è facile arrivare alla conclusione che la formazione sia inefficace.

La formazione non funziona quando tutti o anche solo uno degli attori che la compongono non ne conoscono appieno il significato. In articoli successivi andremo ad approfondire alcuni punti elencati in precedenza e vedremo come si possono risolvere i problemi della formazione, per fare in modo che funzioni.

L'entrata in scena nei concerti

L'entrata in scena nei concerti

Il momento che prediligo negli eventi pubblici ai quali partecipo o che ho occasione di seguire indirettamente, è quello dell’entrata in scena.

Avete presente quel momento di un concerto nel quale il cantante compare sul palco, il momento in cui deve dominare e convivere con le sue paure e le sue ansie, e nello stesso tempo, cominciare a fare ciò che tutti si aspettano faccia e faccia anche bene, cantare.

Ecco, quello è il momento che mi appassiona veramente perché è il momento nel quale l’oratore di turno (il cantante) deve dare il meglio di se per apparire naturale e per cominciare a parlare (cantare), davanti a centinaia, migliaia o più, occhi che osservano ogni minimo particolare.

L’entrata in scena è uno dei momenti più difficoltosi per tutti i professionisti, la tensione sale, il battito cardiaco accelera e a seconda delle caratteristiche psicologiche possono avvenire tra i fenomeni più imbarazzanti in assoluto, come l’iperidrosi (sudorazione copiosa), la secchezza delle fauci e a volte l’impossibilità totale di parola.

Non vi sto parlando a caso di concerti, vista la fortissima analogia in diverse occasioni ed emozioni, con il parlare in pubblico.

A seconda di chi deve entrare in scena e delle sue caratteristiche, l’entrata potrà essere totalmente differente e le ho suddivise in diverse tipologie e qui ne elencherò alcune.

  • Entrata esuberante – quella in cui il cantante entra e sta già cantando dal buio delle quinte.
  • Entrata di accettazione – quella che permette di entrare in “confidenza” con il proprio auditorio, una sorta di preliminari nei quali ci si conosce, per poi arrivare al dunque quando ci si sente pronti a farlo.
  • Entrata all’oscuro – il cantante è nascosto, l’effetto scenico è molto alto, in diversi casi il cantante non guarda il pubblico fino a quando non ha cominciato a cantare. Notate la finezza, comincia a guarda il pubblico dopo aver cominciato a cantare, quindi la visione della massa di persone avviene solo successivamente al delirio che i fan scatenano appena la voce parte. La differenza con l’entrata esuberante è che il cantante può partire anche con un pezzo meno d’impatto e magari in crescendo.

Ecco alcune entrate in scena di professionisti della musica italiana. Mi sono rimaste in testa, vi allego alcuni miei pensieri e ragionamenti.

Con esuberanza

In questo video vi propongo l’entrata in scena di Ligabue il 10 Settembre 2005 alla prima edizione del Campovolo, immaginate che si trovava di fronte a 180.000 persone.

  • Parte dal fondo del palco ed entra sfogando tutta la sua energia per ristabilire un equilibrio emotivo interno.
  • Ruota su se stesso; immedesimandomi immagino il subbuglio della tensione unito al vuoto allo stomaco, mischiandolo con la testa resa leggera dalle rotazioni.
  • In questo pezzo non proprio “di riscaldamento” della voce, ci sono alcune lievi incertezze che a poco a poco scompariranno.

In accettazione

Questo invece è l’ingresso di Elisa al Forum di Assago di Milano il 24 Marzo 2014.

  • Saluta i presenti entrando in una connessione empatica
  • Mani aperte, braccia aperte, sorriso, baci, naturalezza
  • Un’amica che sta salutando tanti amici
  • Comincia a ballare e a muoversi stemperando la tensione
  • Quando deciderà di cominciare a cantare la band la seguirà
  • Notate la prima incertezza nella voce, forse dovuta a problemi tecnici o al suono della registrazione, che viene poi ripresa immediatamente.

Nell’oscurità degli occhi chiusi

In questo video potrete vedere l’entrata in scena di Renato Zero.

  • Tiene basso lo sguardo, non vede il pubblico per il primo minuto di canzone
  • Ha a disposizione il gobbo elettronico per eventuali amnesie
  • Quando ha superato l’inizio della canzone “si trasforma”

La magia

Ricordo un magnifico concerto di Jovanotti a Bologna del 2011, nel quale ad un certo punto comparve un ospite e la sua entrata in scena fu particolarmente coinvolgente per il pubblico.

Ho trovato la stessa scena riproposta anche a Riccione, ma credo che l’entrata di Bologna sia stata ancora migliore vista la presenza del fumo a coprire quanto stava avvenendo e a mascherare l’identità del nuovo componente sul palco.

In conclusione

vi lascio con questa entrata in scena epica, in stile concertone, direttamente da Megamind della DreamWorks.

Dai video che hai appena visto potrai comprendere che dovrai aver pronte differenti entrate in scena, per poter scegliere quella più adeguata alla tua situazione emotiva, quindi preparati e analizza il modo con cui i grandi professionisti scelgono di comparire nelle loro apparizioni pubbliche.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

L’area della gestione delle risorse umane, sebbene rappresenti un “problema” simile e comune ad ogni tipo di azienda, è per lo più dominata e governata dall’intuito e l’istinto di responsabili più o meno illuminati, piuttosto che da un sapere condiviso e consolidato.

Auteri, già un decennio fa, aveva reso nota l’esistenza di stereotipi e luoghi comuni, che risultano ancora oggi attualissimi, che si traducono in slogan del tipo: le persone si motivano solo con i soldi!; capi si nasce! E luoghi comuni come “i collaboratori son duri a cambiare, non possiamo farci niente, ecc.”

Chi, a vario titolo, si occupa o si è occupato di persone, più che di risorse umane, sa bene che i soldi non bastano da soli a motivare i collaboratori, servono piuttosto coinvolgimento, responsabilizzazione, protagonismo, obiettivi e soprattutto delega. Un concetto quest’ultimo dai contorni ancora confusi e sfumati che riprenderemo più avanti.

È vero che a volte capi si nasce, ma solo a volte, molto spesso capi si diventa: per avanzamento di carriera, per merito, per ambizione, per esperienza. C’è chi si trova a fare il capo per scelta, chi per professione, chi per esigenze aziendali. C’è chi si improvvisa capo, chi possiede doti naturali e chi si sottopone a numerosi, variegati e spesso avventurosi corsi che si propongono di “insegnare” l’arte del capo. Leadership, delega, comunicazione, motivazione, organizzazione, team working, ecc. sono termini che riempiono articoli su blog, social, riviste specialiste così come l’offerta formativa rivolta a chi ha il ruolo di guidare, dirigire, decidere.

Rispetto all’attendibilità, o meglio, l’efficacia dei corsi che animano il panorama della formazione in Italia, spiccano per popolarità i servizi di coaching, i corsi motivazionali, i percorsi di crescita e sviluppo personale, proposte accomunate dal desiderio di scoprirsi, conoscersi, alimentare la propria autostima.

Esistono numerosi altri corsi e servizi rivolti a questa utenza, spesso concentrati sugli elementi “hard” più che sugli aspetti (soft, appunto) che consentono a un buon capo di cogliere le sfaccettature, di valorizzare le differenze, di riconoscere la particolarità, l’estro, la potenzialità di ogni persona con cui ha la fortuna di lavorare. Non basta aver riconosciuto un ruolo aziendale per essere un capo, figuriamoci un buon capo! Esistono in ogni azienda che si rispetti ruoli formali e ruoli informali. C’è il capo nominato e il capo scelto dal gruppo. C’è chi con forte carisma trascina le folle e chi è “sottomesso” alla volontà dei suoi stessi“sottoposti”. Ci sono tante figure di capo, almeno tante quante sono le realtà aziendali quotidiane, e per quanto possano esistere delle linee guida, dei corsi, dei percorsi ad indicare e spianare la strada che un buon capo percorre o dovrebbe percorrere, ogni specifica situazione ha un capo efficace e ideale nel rispondere a quella specifica situazione. Ma al di là delle situazioni ideali, un buon capo è colui che sa ascoltare, coinvolgere, organizzare, prendere decisioni con rapidità, delegare e fidarsi del lavoro dei propri collaboratori.

leadership

Un buon capo non può essere un tuttologo, non può saperne di ogni settore e di ogni ambito. Deve essere capace di ottenere il massimo dai propri collaboratori e di valorizzare quanto più possibile le specializzazioni di ognuno. Ma se da una parte fidarsi è bene, dall’altra parte, come direbbe il proverbio, non fidarsi è meglio. Delegare non significa demandare, scaricare, spostare compiti e responsabilità, scrollarsi di dosso qualcosa di poco urgente, noioso, stancante, rischioso. La delega prevede, di contro, gestione e controllo. Un buon capo controlla il più possibile e in prima persona fa il più possibile.

È l’esempio così come le giuste direzioni e decisioni a rendere un capo un buon capo. Non è per nulla vero che con i collaboratori non ci sia niente da fare per farli cambiare. A volte basta fare le cose giuste, attivare delle leve (formazione, avanzamento, sistema premiante, ecc.) capaci di risvegliare quella scintilla che accende ogni lavoratore, capo o collaboratore che sia.

FONTE: E. Auteri, 2004, Management delle risorse umane, Guerini Studio.

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Ecco perché le tecniche di formazione c'entrano con la tua vita.

Una delle prime domande che mi piace fare alle nuove persone che conosco è questa:

“Qual è stato il primo formatore della tua vita?”

Le risposte che vengono alla mente di tanti sono sempre molto simili; alcuni mi dicono la maestra, altri la maestra dell’asilo, ma non tutti ricordano immediatamente i primi formatori in assoluto: i genitori. Sono loro che nella maggior parte dei casi hanno cercato di trasferirti le loro conoscenze. Hai memorizzato le parole mamma e papà perché proprio loro per ore si sono dedicati alla tua conoscenza affinché cominciassi a parlare e a dire i termini che per loro erano più importanti per sentire forte le emozioni dei tuoi risultati.

Poi, mentre crescevi, i tuoi genitori hanno delegato altre persone della tua formazione, pensa ad esempio al momento in cui per svago o per necessità hanno voluto/dovuto affidarti a qualcuno per avere del tempo da passare da soli e si sono rivolti a qualcuno di fiducia, qualcuno che potesse accudirti con le stesse premure che stavano avendo loro. La ricerca, da parte delle famiglie, del formatore migliore è sempre più radicata nello spirito genitoriale e i fatti di cronaca hanno sempre più portato all’attenzione, l’importanza del saper selezionare le persone idonee a questa attività.

Hai conosciuto i nonni, o forse qualche altra persona ti ha accudito e magari tuttora ricordi alcuni degli insegnamenti che hanno voluto trasmetterti o che ti hanno donato senza esserne consapevoli.

Il tempo è passato ed è arrivato il momento di trasmetterti le basi dell’educazione e per questo motivo sei entrato all’asilo, poi a scuola, poi in realtà formative sempre più complesse.

Gli insegnanti

La scuola elementare è uno di quei momenti che in tanti ricordano con piacere, per me è stato un periodo meraviglioso nel quale la mia maestra si prendeva cura di tutti e 16 gli alunni della classe, guidandoci e trasferendo le nozioni in principio come una madre e poi sempre più come una maestra. Alla fine dei 5 anni era diventata una figura che si fingeva distaccata per darci la possibilità di non soffrire troppo della sua sostituzione con i professori delle scuole medie, ma che ricordo aver visto piangere appena uscita dal congedo con noi.

Non tutti gli insegnanti sono stati dei buoni maestri e la scuola italiana soffre di tante distrazioni e superficialità da parte di chi dovrebbe essere il formatore degli insegnanti, ma questo è un altro argomento di cui parleremo in articoli successivi.

Quello su cui voglio farti soffermare sono le tecniche e gli strumenti che ha utilizzato la tua maestra per trasmetterti i concetti, ha utilizzato il gioco e i colori, ha usato il racconto e magari ti ha fatto ascoltare canzoni e vedere video. Le tecniche di formazione erano adeguate al tipo di pubblico che doveva partecipare alle lezioni.

Lo sport

Si sa che un bambino deve fare attività fisica e per questo motivo sarai stato iscritto a un’attività sportiva e un allenatore ti avrà fatto ripetere tanti movimenti perché i tuoi muscoli si rinforzassero, il tuo cervello li meccanizzasse e riuscissi ad utilizzare il tuo corpo in maniera fluida e dinamica.

Chi ti ha seguito ha dovuto preparasi una scaletta di ogni singolo allenamento, pensando cosa proporti perché i tuoi progressi fossero continui senza pretendere troppo da te, ma allo stesso tempo chiedendoti di migliorare costantemente le tue prestazioni.

Non sempre i coach sono preparati sulle tecniche formative, in diverse situazioni la direzione delle attività viene dettata unicamente dall’esperienza, dal buon senso e dalle proprie competenze, ma non è detto che questi tre punti siano adeguatamente preparati per produrre risultati eccellenti. Gli allenatori improvvisati nel mondo sportivo sono molti di più di quanto tu possa immaginare e quando si parla del proprio corpo non c’è da scherzare.

Il mondo del lavoro

Dopo diversi anni di studio sei cresciuto ed è arrivato il momento di integrarti in una realtà lavorativa e qua è arrivata un’altra fase molto interessante della formazione, perché hai dovuto mettere in pratica gran parte degli insegnamenti appresi da tutti i formatori precedenti. Allo stesso tempo è arrivato un nuovo formatore, il capo, l’imprenditore, il caporeparto, il manager, il lavoratore esperto, il ragazzo che presto lascerà il ruolo che stai per ricoprire, che ti ha affiancato per spiegarti cosa e come fare, facendoti scoprire dei profili interessanti dell’attività che andrai a svolgere.

L’immagine che ti ho mostrato rappresenta la situazione media nella quale un nuovo lavoratore si dovrebbe trovare, ma la realtà del mondo del lavoro è differente, infatti sono diverse le figure che si dovrebbero occupare di formazione ma che, il più delle volte, non sanno minimamente da dove iniziare.

Ti sarà certamente capitato di incontrare colleghi che non avevano per nulla capacità formative, ma del resto non si può nemmeno pretendere troppo, visto che nessuno ci ha mai spiegato l’importanza della conoscenza delle tecniche formative.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Stai cominciando a renderti conto di quanto c’entrino le tecniche formative con la tua vita?” ][/gdlr_box_icon]
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La politica

Immagina un politico che oltre a nascondersi dietro a degli slogan o a dei finti risultati, abbia realmente l’interesse di vedere la propria Nazione migliorare, portando i propri cittadini ad un livello superiore di educazione e cultura utilizzando le tecniche formative.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-thumb-tack” icon_color=”#d55949″ icon_position=”left” title=”Facciamo un esempio” ]Il mio obiettivo è quello di vedere maggiore interesse dei cittadini per la propria città e aumentare il senso civico e il senso di appartenenza. Organizzo un incontro formativo tra un esperto di marketing territoriale e i principali referenti della comunità (ad esempio le associazioni) per spiegare quanto siano importanti gli aspetti di pulizia e appartenenza nel pubblicizzare la città verso nuovi turisti e organizzo una competizione nei quartieri per la pulizia del territorio. [/gdlr_box_icon]
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Quando sento la frase “I politici dovrebbero dare per primi il buon esempio”, nella mia testa partono sempre due ragionamenti, il primo mi dice di fare attenzione a chi sta dicendo la frase, ovvero il popolo, che spesso si nasconde dietro a questa scusa per sentirsi autorizzato a fare quello che vuole, il secondo ragionamento invece mi dice che sarebbe ora che la politica analizzasse, comprendesse e metabolizzasse questa necessità impellente di formare i propri cittadini anche mediante il loro esempio, ma questo è ovviamente solo il punto più evidente delle tecniche formative applicate alla politica.

Come sappiamo bene i politici hanno solo intenzione a comunicare e poco a formare ed è questo il principale problema.

Gli oratori

Chi parla in pubblico si rivolge al mondo della comunicazione e del public speaking per apprendere i concetti principali.

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[gdlr_box_icon icon=”fa-lightbulb-o” icon_color=”#1975ad” icon_position=”left” title=”Per veicolare bene le informazioni e per fare in modo che il nostro auditorio recepisca quello che stiamo dicendo, occorre che si utilizzino anche delle tecniche formative.” ][/gdlr_box_icon]
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Molti speaker credono che le maggiori conoscenze da apprendere siano i messaggi non verbali del corpo, il tono della voce, la postura e l’abito, trascurando totalmente le tecniche formative.

Diciamo che sarebbe come se cercassi di vendere una macchina veicolando un prezzo su tutti i canali mediatici, trascurando totalmente i venditori e la loro formazione alla vendita.

In conclusione

Per insegnarti come costruire un muro potrei chiamare un professionista della costruzione perché ti mostri come farlo, potrei dirti di guardare un tutorial video per farti provare a replicare i movimenti e le tecniche, ma se io so come si fa a costruirlo e volessi stringere un rapporto di fiducia tra me e te, allora utilizzerei la strada migliore, quindi cercherei l’umiltà di un formatore e le tecniche formative migliori per trasmetterti passo passo quello che mi hanno insegnato tutte le persone con le quali ho parlato, ciò che ho visto nei video e quello che ho scoperto facendolo e tu probabilmente impareresti a farlo.

La formazione prima o poi ti ricorderà che devi assolutamente sapere qualcuna delle sue tecniche, altrimenti tutto sarà molto più complicato da trasmettere e in tanti casi potrai non riuscirci affatto, ottenendo nella peggiore delle ipotesi l’effetto opposto.

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