Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Il paradosso della formazione è che la figura formante (formatore, insegnante, docente, maestro,… ) dovrebbe ragionare come se un giorno volesse essere a sua volta allievo dei suoi corsisti. Chi ragiona in questa modalità cercherà di trasmettere nozioni e strumenti affinché il corsista ne comprenda utilità e funzionamento, affinché “possa superare il maestro”.

Cos’è un corso di formazione

Il corso di formazione è un’attività tenuta da professionisti del settore che hanno capacità formative, nella quale viene spiegato l’utilizzo di strumenti, metodi e nozioni, mediante teoria e pratica.

Quali sono i punti cardine di un corso di formazione?

Di seguito abbiamo realizzato una serie di parametri che potranno aiutarti ad inquadrare la tipologia di corso. Alcuni parametri potranno essere trovati prima di effettuare la scelta, mentre altri li potrai ottenere solo durante o alla fine del corso.

Programma del corso

Tutti i corsi formativi devono avere un programma che identifichi chiaramente quali saranno gli argomenti affrontati con delle tempistiche di massima. Le tempistiche potranno variare da sessione a sessione, a seconda di ciò che avverrà in aula.

Destinatari chiari

Sapere a chi è destinato il corso fa comprendere ad esempio se è destinato a un pubblico professionale o amatoriale.

  • A chi è rivolto questo corso?
  • È rivolto a persone che lavorano in un certo ambito?
  • Quali conseguenze potrebbe avere partecipare a un corso rivolto a un ambito specifico al quale non appartengo?
Obiettivi ben definiti

Non esiste formazione senza degli obiettivi chiari.

  • Quali obiettivi ha chi sta creando il corso?
  • Cosa vuole trasferire a te?
  • Alcuni obiettivi sono gli stessi che vuoi raggiungere tu?
Informazioni sui docenti

Occorrono informazioni sui docenti. Nel caso fossero presenti è importante poterle verificare e non attenersi unicamente a quanto viene raccontato e descritto.

  • Chi sono i docenti?
  • Qual è la loro area di competenza ed esperienza sul campo?
  • Sono presenti sui social?
  • Oltre che insegnare l’argomento ne sono anche fruitori o protagonisti?

Poni attenzione ai risultati che hanno ottenuto nei corsi formativi precedenti, ma non ti basare solo su questo parametro.

Tempi, luoghi, contatti e logistica

Gli aspetti logistici devono essere ben definiti, occorre sapere:

  • Quali sono i moduli?
  • Quanto dureranno?
  • Gli orari di inizio e fine giornata
  • Luogo del corso
  • Come raggiungerlo
  • Eventuali note sull’abbigliamento
  • Materiali da portare
  • Chi potrai contattare per eventuali disguidi o variazioni?
Modalità di iscrizione

Occorre fare attenzione specialmente negli ultimi tre punti che possono nascondere modalità di urgenza e scarsità non sempre veritiere.

  • Come ci si iscrive, come si può pagare?
  • Esistono dei requisiti per partecipare al corso o possono iscriversi tutti?
  • Esiste una selezione in caso di sovrannumero?
  • Puoi partecipare solo ad alcuni moduli?
  • Esistono promozioni nel caso ti iscrivessi presto?
  • Esistono promozioni se inviti altre persone interessate?
  • Quanti posti ci sono a disposizione
Metodologie utilizzate.

Quali metodologie formative e organizzative verranno utilizzante in questo corso?

  • Sarà una lezione frontale o una lezione interattiva?
  • Quali attività pratiche sono previste?
  • Ci saranno attività di gruppo?

La conoscenza di queste informazioni ci permetterà di arrivare al corso preparati su quanto, in linea di massima, potrà accadere. Questi aspetti sono importanti per definire il corso e per comprenderne la coerenza rispetto a quanto promesso.

Partecipereste mai a un corso che vi insegnerà a parlare in pubblico ma che non prevede la pratica? 😉

Sistema di monitoraggio e valutazione

La valutazione preventiva dei partecipanti permette di suddividere i partecipanti a seconda di parametri utili a un migliore svolgimento della formazione.

  • Prima di arrivare al corso ti hanno chiesto informazioni per conoscerti?
  • Durante il corso erano presenti tutor d’aula o altre figure che monitoravano l’andamento del corso?
  • Alla fine del corso ti hanno chiesto di compilare una scheda di valutazione del corso?
  • Hai ricevuto un modulo di autovalutazione?
  • Ti è stato richiesto di lasciare un feedback o una testimonianza dell’evento?
Coerenza

Nello svolgimento deve realizzarsi quanto promesso e ciò avviene personalizzando schemi, programma e attività al livello dei corsisti. Le attività non personalizzate ai corsisti risultano essere non perfettamente centrate e in alcune situazioni noiose.

Numero dei partecipanti

Un corso di formazione per essere definito tale non può superare i 50 partecipanti. Il numero ideale varia a seconda dell’argomento, della tipologia di corsisti e attività inserite, e da numerosissime altre variabili.

L’unico dato concreto è che quelli che vengono definiti corsi e hanno un numero superiore di partecipanti non sono corsi formativi, ma attività nelle quali si creano delle dinamiche più vicine allo show o all’intrattenimento. Questo momento potrà anche essere interessante e apportare dei contenuti, ma è praticamente impossibile che abbia alle spalle una programmazione formativa. Gli obiettivi di questi eventi tante volte sono rivolti unicamente a vendere eventi o corsi futuri giocando sull’interesse che non è stato soddisfatto, per poi lavorare su urgenza e scarsità.


La “morte” del formatore

Le figure educative (insegnante, formatore, maestro, …) devono lavorare per la propria morte (metaforica).

“Come un genitore lavora per l’indipendenza del proprio figlio e non per la dipendenza da lui, allo stesso modo lavorerò per consentire a te allievo di camminare con le tue gambe.”

Coloro che, esperti o meno del proprio settore, creano giornate definite corsi di formazione, non possono fornire delle ricette senza spiegare qualità e quantità degli ingredienti e nel dettaglio i passaggi che svolgono. Questi personaggi sanno però che guadagna di più chi viene chiamato tante volte, rispetto a chi fornisce bene la conoscenza e tendono a fare una formazione basata unicamente sul ritorno economico o dei veri e propri corshow.

Tutto questo continuerà a succedere, fino a quando non sarà chiaro il tranello; sarà questo il momento in cui risulterà essere chiara l’inefficienza del suo intervento e perderà fiducia da parte dei suoi corsisti.

Perché la formazione non funziona

Perché la formazione non funziona

Quando sentivo dire “la formazione non funziona”, nel mio corpo partiva il processo di ebollizione del sangue. Poi mi sono abbandonato alla realtà e cioè che sono veramente poche le situazioni nelle quali le attività formative arrivano ai propri obiettivi. Cominciamo un’analisi ai personaggi che interagiscono nella formazione e proviamo di scoprire insieme quali sono le cause che portano tanti a chiedersi: “Perché la formazione non funziona?”

Il mito della caverna.

Credere che la verità sia solo in quello che vedi, consuma la tua capacità di ragionamento.

I corsisti non sono esigenti

Partecipo spesso a diverse forme di giornate formative e informative e ascoltando i partecipanti si comprende velocemente quale sia uno dei problemi; in pochi conoscono la differenza tra le varie tipologie di evento e troppo spesso escono da grandi eventi credendo di essere il problema, senza rendersi conto che ne sono parte ma non il cuore.

Quello che dice il corsista medio è:

“C’erano i più grandi esperti del settore, torno a casa con tantissime nuove nozioni, è stato un bellissimo corso, ho imparato tanto.”

Ma molte volte questa è solo una giustificazione e il vero pensiero è:

“Devo mettermi a studiare, ho capito poco o niente di quello che hanno detto.”

O anche:

“Questo argomento non fa per me, ho sbagliato tipologia di corso”

I motivi probabili sono semplici:

  • Non ha partecipato ad alcun corso formativo, ma soltanto informativo quando va bene.
  • Non esisteva una strategia formativa per l’evento, ma solo un programma.
  • Non ha partecipato a un corso, master, laboratorio, workshop  ma a qualcosa che chi ha organizzato ha erroneamente o volutamente chiamato corso.

Un altro motivo che non aiuta la diffusione sulla poca efficacia di alcuni corsi, riguarda il corsista che ha investito una somma abbastanza alta e che sarebbe imbarazzato nel dire di non aver compreso e/o portato a casa nulla.

Troppi truffatori e furbetti

In generale possiamo riassumere gli obiettivi di questi personaggi in 2 punti:

  1. Incassare e non formare. Le realtà che hanno questa tipologia di approccio sono differenti, dal singolo personaggio che ha creato la schiera di adepti, all’ente di formazione più o meno accreditato che come unico scopo ha portare a casa margine a scapito della qualità. Il mondo formativo comprende troppi furbetti, che spacciano per formazione ciò che non è; migliaia di guru e santoni che cercano di indottrinare con la rivelazione di metodi, tecniche, segreti, strategie, modalità semplici e velocissime per fare le cose e diventare i migliori in un battito di ciglia.
  2. Darvi lo stretto indispensabile per tenervi connessi a un cordone ombelicale che a voi restituisce un po’ di ossigeno e a loro regala prestigio, denaro e fidelizzazione. Se quello che propongono fosse formazione loro sarebbero formatori, coach, mentor, counselor e non guru o professorini. Il più delle volte il corsista non conosce la differenza tra le varie figure e segue ciecamente chi si autoproclama figura di riferimento detentrice della verità.

Se non verrete formati bene non sarete mai liberi di utilizzare autonomamente degli strumenti, ma ci sarà sempre qualcuno che vi dirà quali strumenti utilizzare e come farlo per ottenere il successo. Attenzione, perché questa attività si chiama addestramento e non formazione. Questa tipologia di insegnamento piace ai più pigri, quelli che vogliono la pappa pronta per ottenere risultati.

Le aziende non sono attente

Il mio ruolo mi fa entrare di continuo all’interno di aziende di tutte le dimensioni ed è bello vedere le tante modalità di approccio alla formazione che hanno i partecipanti e gli organizzatori.

È difficile trovare reale interesse. Questo deriva da una scarsa fiducia e conoscenza delle attività formative. I motivi sono differenti:

  • Scelta dei formatori fatta casualmente o affidandosi a realtà non interessate alla formazione ma unicamente al guadagno.
  • Attività poco efficaci perché basate solo sui budget.
  • Formazione programmata solo in seguito alla scoperta di fondi o finanziamenti. In questo modo si scelgono spesso attività formative generiche e non personalizzate ai reali obiettivi/esigenze aziendali.
  • Formazione fatta internamente ma con personale inadatto a trasferire concetti. Non è da tutti saper trasferire concetti. Alcuni sono preparati e bravissimi nel proprio argomento/settore/attività, ma non è detto che siano capaci e abbiano voglia o intenzione di preparare i colleghi.

I formatori sono scarsamente efficaci

Vediamo quali sono le problematiche che riguardano le figure che dovrebbero formare:

  • Incapacità a mantenere l’attenzione. – L’attenzione dei corsisti è difficile da conquistare e da mantenere e la maggioranza dei formatori hanno enormi problemi nella gestione di questo processo cognitivo. Esistono delle modalità che permettono di sfruttare al massimo questa risorsa e mantenere alta l’attenzione dell’auditorio anche per ore.
  • Fraintendimento del proprio ruolo. – Il formatore è un ruolo ben preciso, non è difficile trovare formatori che fanno i consulenti o i “professori universitari” quando non richiesto o non efficace in una certa situazione.
  • Mancata conoscenza delle modalità formative. – Per rendere interessanti e apprendibili dei concetti occorre conoscere bene le dinamiche di apprendimento. Esistono numerosi studi che spiegano come presentare i concetti e quali modalità utilizzare affinché chi deve apprendere abbia maggiori possibilità di comprendere e poter riutilizzare quanto viene presentato. Ad esempio puoi approfondire il Ciclo di Kolb.
  • Scarsa preparazione sugli argomenti. – Ti hanno chiesto di fare il formatore di un certo argomento, non puoi essere impreparato su quell’argomento, sembra banale come concetto, ma vedo che non lo è per nulla. Gli auditori sono lì per ascoltare te e devi essere pronto a parlare e descrivere al livello adeguato richiesto. Come corsista e azienda, diffida dai formatori che hanno troppi corsi su argomenti totalmente disconnessi tra loro.
  • Presunzione. – “Sono preparatissimo su questo argomento e l’unica modalità corretta è la mia”, “Insegno proprio quest’argomento/Sono da 30 anni in questo settore, pensi che non lo sappia?”. Il formatore che crede di sapere o di essere arrivato non ottiene grande appeal con chi lo sta ascoltando. Lo stesso vale per chi cerca di inculcare concetti, senza tenere in considerazione il punto di vista altrui.
  • Omertà. – Il formatore dovrebbe essere colui che spiega quello che sto raccontando in questo scritto per migliorare il proprio settore, ma ciò non succede. È tanta la paura e la rassegnazione nel far notare quali sono le problematiche. Un formatore che non vuole far capire e risolvere quali sono le problematiche del proprio settore credo non sia un grandissimo esempio.

Dopo la descrizione dei protagonisti della formazione e delle loro problematiche è facile arrivare alla conclusione che la formazione sia inefficace.

La formazione non funziona quando tutti o anche solo uno degli attori che la compongono non ne conoscono appieno il significato. In articoli successivi andremo ad approfondire alcuni punti elencati in precedenza e vedremo come si possono risolvere i problemi della formazione, per fare in modo che funzioni.

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Il termine ruolo (dal francese rôle/rôtle’, accezione del termine latino ‘ròtulus’: rotolo di carta)  nasce in ambito teatrale per indicare il foglio di carta arrotolato, chiamato appunto ròtulus, sul quale erano scritte le battute che gli attori recitavano sul palco.

Dal punto di vista sociologico, il concetto di ruolo definisce gli obblighi e le aspettative legate alla posizione sociale di ogni individuo (status).

Per un lavoratore,  l’identità lavorativa è una dimensione molto importante, da essa dipende infatti la costruzione dell’identità personale e lo sviluppo delle capacità di comunicazione e socializzazione con l’ambiente.

Esistono professioni che sono socialmente riconosciute e che non necessitano di ulteriori chiarimenti, perché il loro campo d’azione e le pratiche ad esso legate fanno parte del senso comune: un avvocato è un avvocato, un ingegnere è un ingegnere, un medico è un medico e così via.

Ma esistono delle professioni generate dall’evoluzione delle dinamiche storiche e sociali, che spesso e volentieri risultano poco riconoscibili, soprattutto se legate ad un ambito in via di sviluppo.

È il caso del mestiere del formatore, la cui identità risulta in costante evoluzione, oltre che difficilmente circoscrivibile.

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Il raggio d’azione di chi si occupa di formazione comprende l’esperienza nel campo dei processi didattici e disciplinari, passando per l’analisi dei bisogni e l’organizzazione e la progettazione di corsi e percorsi formativi. Egli, all’occasione, può essere un valutatore come anche un docente.

Il termine formazione si riferisce a quell’insieme di processi che, sotto forma di attività educative organizzate, hanno la funzione di produrre apprendimento, sia esso finalizzato alla crescita personale, professionale, soggettiva o aziendale.

In Europa un embrionale concetto di formazione, in ambito aziendale e professionale, prende piede sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, sulla base di modelli importati dagli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Ottanta si comincerà a trattare il processo formativo in quanto tale, delineando una precisa distinzione dei quattro momenti che lo caratterizzano: si parte dall’analisi dei bisogni, segue una fase di progettazione, si passa all’esecuzione di un intervento formativo che si comprova infine grazie alla valutazione dei risultati raggiunti.

In passato, il momento dell’apprendimento e quello del lavoro erano due periodi distinti, separati e consequenziali nella vita di ogni individuo: prima uno, poi l’altro. Oggi tale scissione risulta pressoché impossibile.

Nessuno riesce ad operare in ambito lavorativo, qualunque esso sia, con le sole competenze avute in eredità dal periodo dell’apprendimento scolastico.

La “vita moderna” offre ad ognuno di noi un ventaglio di possibilità e prospettive professionali ben più ampio rispetto al passato, ma con esso anche tutta una serie di inevitabili rischi.

La libertà di scelta, la mobilità, la gestione in termini di tempo della carriera universitaria, hanno, per alcuni la colpa, per altri il merito, di avere trasformato i canali di accesso al mondo del lavoro.

Ma, nonostante risulti in aumento la percentuale di studenti che protraggono gli studi, quanti di questi, a livello pratico, possiedono le competenze specifiche per entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro?

Quanti ne restano inevitabilmente esclusi?

In questo strano, dinamico, vivace contesto, i tempi dell’apprendimento e del lavoro si fondono per favorire lo sviluppo sociale e professionale di ogni lavoratore, attraverso la “Form-Azione”.

Immaginatela come un’opera teatrale: il racconto, in cinque atti, di una storia che è la stessa di sempre.

Le competenze apprese durante i primi anni di vita (Atto I – Educazione prescolare), trasmesse in ambito familiare, favoriranno la socializzazione e getteranno le basi per la costituzione dell’identità dell’individuo. Il modellamento e lo sviluppo cosciente dei propri ambiti di interesse avverrà grazie al confronto in ambiente scolastico (Atto II – Educazione primaria, Atto III – educazione secondaria), fino alla scelta del ramo di specializzazione (Atto IV – educazione terziaria), il quale permetterà di acquisire le competenze teoriche nel campo scelto.

Ma le competenze e le attitudini maturate in ambito familiare, scolastico, universitario, non saranno valide per sempre. Per questa ragione il quinto, ultimo, perpetuo atto della nostra grande opera teatrale, prevede l’educazione permanente.

Ad oggi, il sistema economico e sociale di questo primo spicchio di XXI secolo evidenzia la necessità di continuare ad investire sugli individui in termini di istruzione e formazione, per garantire alla popolazione tutta le competenze necessarie alla realizzazione e/o alla riqualificazione professionale.

Pertanto la formazione diviene sempre più un sistema, all’interno del quale l’analisi e la valutazione risultano due eventi non più lontani, ma contigui o persino sovrapposti tra loro.

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Allestita la scena, si presentino gli attori

Sì perché, come in ogni opera che si rispetti, gli attori sono importanti ed è bene citarli insieme ai rispettivi campi d’azione.

Figura di spicco al centro del nostro palcoscenico è il formatore, che è sia professionista della materia, sia colui che gestisce i singoli momenti del sistema e li mette in relazione.

É una figura che nasce da una prospettiva istruzionista (il sapere come elemento esterno all’individuo): il suo compito, in passato, era quello di veicolare in modo unilaterale nozioni specifiche e professionali, spesso legate agli imperativi di un’azienda committente.

Ad oggi, tale ruolo riflette uno sguardo più riflessivo ed empatico nei confronti di chi è allievo, ovvero il principale attore protagonista: un formatore non riempie un contenitore vuoto in un modo sempre uguale a sè stesso, bensì, partendo dalla centralità della dimensione soggettiva dell’apprendimento, costruisce e modella il suo intervento attraverso l’analisi dei bisogni, raggiungendo così una sorta di alchimia relazionale; ed è proprio quest’ultima che fa la differenza, oggi, nell’ambito della formazione.

La relazione fra gli attori è, infatti, strumento e insieme scopo del lavoro del formatore, a partire dal primo incontro con il committente.

Il formatore dovrà aiutarlo ad individuare quelli che sono i bisogni reali, coordinare l’attivazione e l’erogazione dell’iniziativa e coinvolgere il docente che, dal canto suo, si occuperà della trasmissione dei contenuti e del metodo.

Nel momento dell’erogazione gli allievi saranno chiamati a migliorare il loro bagaglio di competenze, e anche i loro responsabili parteciperanno attivamente in quanto “beneficiari”.

Tuttavia, per quanto stimolante e professionalmente gratificante, dal punto di vista sia relazionale che gestionale, possa essere l’operato del formatore, al tempo stesso in lui possono insorgere sentimenti come l’insoddisfazione, o peggio la frustrazione.

Avviene perchè spesso i risultati del suo agire non sono espressamente e immediatamente visibili, quindi empiricamente dimostrabili (o almeno, lo sono in minor misura rispetto ad altri settori). Inoltre, la sua riconoscibilità resta la problematica prima, a causa della scarsa informazione intorno a un mestiere che, invece, si dimostra decisivo nel promuovere lo sviluppo sociale e lavorativo della comunità.

Silenzio… ha senso

Silenzio… ha senso

Ogni interazione tra uno e più individui prevede un atto comunicativo che si finalizzi con la codifica di un messaggio: racchiuso possibilmente in un gesto, un’espressione facciale, una parola, o anche semplicemente nel silenzio.

Quanto pesa il silenzio?

Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso.

Pur avendo la facoltà di parlare, uno dei due interlocutori sceglie sempre di far silenzio. Per favorire la comunicazione o per comunicare a sua volta.

Sia esso assordante, inquietante, pieno, infinito. Può essere espressione di vergogna, disappunto, rispetto, riverenza, accettazione, servilismo.

“Finezza d’amore” per Shakespeare, “una delle grandi arti della conversazione” per Hazlitt.

Quel frangente privo, pare, di note, apparentemente quieto e segreto, è in realtà pieno di “trasmissioni”. Per di più, può rivelarsi spesso un atto empatico e accogliente, sintomo di attenzione e condivisione.

Nel suo saggio Silere/Tacere, Luigi Heillman opera una distinzione semantica interessante tra i termini latini ‘sileo’ e ‘taceo’, appunto: l’uno sta a indicare la quiete, l’immobilità; tra due persone indica indifferenza, risentimento, sentimenti tipici di chi non è in grado di interagire, non vuole far parte di un’esperienza, o di chi volutamente tende all’isolamento. L’altro è una forma fondamentale per il dialogo, sia esso il ‘taceo’ di ascolto, di colui che accoglie il messaggio e ne ricerca il senso, o il cosiddetto ‘taceo’ reciproco, che si realizza in una situazione di conoscenza e comunione profonda, laddove non servono le parole per capirsi.

In silenzio puoi dire…

Molti temono di cadere nel silenzio, perché lo vivono come un momento di disagio, imbarazzo o apparente nulla. Esso invece funziona bene se sai padroneggiarlo.

La voce del silenzio non parla all’orecchio, ma parla.

Al tuo ingresso all’interno di un’aula o una sala conferenze, prova a restare qualche secondo in silenzio, attirerai facilmente l’attenzione e come te faranno silenzio gli altri, in forma di rispetto, educazione, e darai loro modo di elaborare le prime tacite informazioni.

Sì perché, pur non avendo aperto bocca, il tuo solo atteggiamento e il tuo corpo rivelano tutta una serie di informazioni. Sempre, che tu lo voglia o no.

Siano esse l’età, il sesso, lo stato fisico, le emozioni, lo status sociale e così via.

Tutti elementi che non andrai a specificare a parole, perché probabilmente irrilevanti ai fini dell’incontro e silenziosamente impliciti.

Molti, ma non tutti, sanno inoltre che è l’arma per eccellenza quando si tratta di attirare l’attenzione, all’interno di un gruppo o durante una spiegazione. Se c’è qualcuno che non è partecipe o chiacchiera, lasciar calare il silenzio concentrerà l’attenzione, ora tua, ora degli altri, solo su chi disturba, che immediatamente recepirà il messaggio “solo con lo sguardo”.

Assenza, o attesa?

Piuttosto che martellare i nostri interlocutori stile “tubo catodico”, concedere, a noi e a loro, una pausa silenziosa tra un discorso e un altro, favorirà l’elaborazione delle parole appena pronunciate. I tuoi destinatari avranno il tempo di formulare un pensiero personale a riguardo e tu di progettare e riorganizzare le idee.

In silenzio. Fioriscono lo spirito critico, la riflessione, la creatività.

Quella pausa, inoltre, rappresenta per chi ascolta, l’equatore che divide il prima dal dopo: fin qui si è detto questo, lo metabolizzo, formulo un giudizio e creo delle aspettative per il futuro, per quello che mi verrà detto ancora.

“Dosalo”

Una pausa è detta tale perché assume il compito di mantenere vivo lo scambio, diventando un filo invisibile che collega pensieri e parole.

Nel corso di una discussione però, se il silenzio si prolunga, all’interno della sfera emotiva di una persona, si rischia di innescare un processo mentale spiacevole: l’imbarazzo.

Esso si realizza in una sensazione di disagio emotivo e turbamento, vergogna, ma anche soggezione. È un fenomeno sia relazionale che sociale, in quanto nasce e vive all’interno di una interazione, ma influisce sull’immagine di se e l’immagine che gli altri hanno della persona imbarazzata.

Dopo quanto un silenzio diventa imbarazzante?

Qualche anno fa, Namkje Koudenburg, studioso olandese dell’Università di Groningen, Paesi Bassi, pubblicò in un articolo sul Journal of Experimental Social Psychology i risultati di uno studio sull’accettazione sociale e l’appartenenza, affermando che il silenzio è un atto emotivamente tollerabile all’interno di un tempo di quattro secondi.

L’esperimento, condotto su 162 studenti, ha rivelato un risveglio di sensazioni quali timore, esclusione, allontanamento, disagio.

Il silenzio diviene, dunque, imbarazzante, laddove provoca uno “scollamento emotivo”, che altro non fa che alterare la percezione dell’altro e spostare l’attenzione.

Alla base di tutto, spiega, ci sono gli istinti dell’accettazione sociale e dell’appartenenza e la paura primordiale di essere esclusi.

Abbiamo scoperto che una conversazione fluente, oltre a essere molto piacevole, ci informa che le cose vanno bene. Significa che facciamo parte di questo gruppo, e che siamo d’accordo l’uno con l’altro. Questo tipo di conversazioni serve per stabilire l’appartenenza, l’autostima e fornisce una validazione sociale.

Presente all’appello

Come ogni conversazione o scambio, quella che avviene tra docente e discente può essere intesa come l’interazione di due o più esperienze a confronto.

Dalla tua, ci si aspetta che tu sappia gestire e condurre la situazione, sia dal punto di vista formale, che dal punto di vista emotivo. Che sia in grado di cogliere i significati e trasmetterli durante i momenti di apparente vuoto.

Dunque, non chiuderti mai nel tuo silenzio.

È, sì un momento di riflessione, di contemplazione del se e dell’altro, ma la scelta di tacere in pubblico prevede comunque che tu ci sia, che sia lì, che sia presente: rischi altrimenti che il tuo pubblico si distragga e si allontani. Mantieni il contatto.

Cosa avrà voluto dire?

In ultimo ma non per ultimo: altrettanto importante, per uno scambio efficace, è saper riconoscere la tipologia di silenzio dell’altro, focalizzare cosa sta e vuole comunicare con quel silenzio, rispettarlo e interagire di conseguenza.

Saper distinguere un silenzio di mediazione in un momento di difficoltà, da quello chiuso e ostile di chi resiste alla conversazione (in tali casi si tratta di mutismo: rifiuto di comunicare uno stato di sofferenza), da quello d’imbarazzo, da quello di chi non conosce la risposta alla domanda e da quello di chi la domanda non l’ha proprio capita.

Leggere la sorpresa di chi resta senza parole e così via.

Il silenzio può essere una delle esperienze più profonde dell’essere, condivisione di sapere e mistero, la tacita descrizione di sintomi e sensazioni.

Al tempo stesso è uno degli aspetti più controversi e interessanti del public speaking, per la sua contraddittoria efficacia.

Ma per un formatore esso è soprattutto ascolto, immersione vera all’interno del mondo interiore del soggetto in formazione, condizione ambientale che ci permette di entrare in contatto con l’altro ad un livello profondo, tanto da raggiungere la genesi di un’idea o di un pensiero.

Da qualche parte ho letto che il silenzio è la forma più alta della parola, e comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio! Stereotipi e luoghi comuni sulla gestione delle risorse umane

L’area della gestione delle risorse umane, sebbene rappresenti un “problema” simile e comune ad ogni tipo di azienda, è per lo più dominata e governata dall’intuito e l’istinto di responsabili più o meno illuminati, piuttosto che da un sapere condiviso e consolidato.

Auteri, già un decennio fa, aveva reso nota l’esistenza di stereotipi e luoghi comuni, che risultano ancora oggi attualissimi, che si traducono in slogan del tipo: le persone si motivano solo con i soldi!; capi si nasce! E luoghi comuni come “i collaboratori son duri a cambiare, non possiamo farci niente, ecc.”

Chi, a vario titolo, si occupa o si è occupato di persone, più che di risorse umane, sa bene che i soldi non bastano da soli a motivare i collaboratori, servono piuttosto coinvolgimento, responsabilizzazione, protagonismo, obiettivi e soprattutto delega. Un concetto quest’ultimo dai contorni ancora confusi e sfumati che riprenderemo più avanti.

È vero che a volte capi si nasce, ma solo a volte, molto spesso capi si diventa: per avanzamento di carriera, per merito, per ambizione, per esperienza. C’è chi si trova a fare il capo per scelta, chi per professione, chi per esigenze aziendali. C’è chi si improvvisa capo, chi possiede doti naturali e chi si sottopone a numerosi, variegati e spesso avventurosi corsi che si propongono di “insegnare” l’arte del capo. Leadership, delega, comunicazione, motivazione, organizzazione, team working, ecc. sono termini che riempiono articoli su blog, social, riviste specialiste così come l’offerta formativa rivolta a chi ha il ruolo di guidare, dirigire, decidere.

Rispetto all’attendibilità, o meglio, l’efficacia dei corsi che animano il panorama della formazione in Italia, spiccano per popolarità i servizi di coaching, i corsi motivazionali, i percorsi di crescita e sviluppo personale, proposte accomunate dal desiderio di scoprirsi, conoscersi, alimentare la propria autostima.

Esistono numerosi altri corsi e servizi rivolti a questa utenza, spesso concentrati sugli elementi “hard” più che sugli aspetti (soft, appunto) che consentono a un buon capo di cogliere le sfaccettature, di valorizzare le differenze, di riconoscere la particolarità, l’estro, la potenzialità di ogni persona con cui ha la fortuna di lavorare. Non basta aver riconosciuto un ruolo aziendale per essere un capo, figuriamoci un buon capo! Esistono in ogni azienda che si rispetti ruoli formali e ruoli informali. C’è il capo nominato e il capo scelto dal gruppo. C’è chi con forte carisma trascina le folle e chi è “sottomesso” alla volontà dei suoi stessi“sottoposti”. Ci sono tante figure di capo, almeno tante quante sono le realtà aziendali quotidiane, e per quanto possano esistere delle linee guida, dei corsi, dei percorsi ad indicare e spianare la strada che un buon capo percorre o dovrebbe percorrere, ogni specifica situazione ha un capo efficace e ideale nel rispondere a quella specifica situazione. Ma al di là delle situazioni ideali, un buon capo è colui che sa ascoltare, coinvolgere, organizzare, prendere decisioni con rapidità, delegare e fidarsi del lavoro dei propri collaboratori.

leadership

Un buon capo non può essere un tuttologo, non può saperne di ogni settore e di ogni ambito. Deve essere capace di ottenere il massimo dai propri collaboratori e di valorizzare quanto più possibile le specializzazioni di ognuno. Ma se da una parte fidarsi è bene, dall’altra parte, come direbbe il proverbio, non fidarsi è meglio. Delegare non significa demandare, scaricare, spostare compiti e responsabilità, scrollarsi di dosso qualcosa di poco urgente, noioso, stancante, rischioso. La delega prevede, di contro, gestione e controllo. Un buon capo controlla il più possibile e in prima persona fa il più possibile.

È l’esempio così come le giuste direzioni e decisioni a rendere un capo un buon capo. Non è per nulla vero che con i collaboratori non ci sia niente da fare per farli cambiare. A volte basta fare le cose giuste, attivare delle leve (formazione, avanzamento, sistema premiante, ecc.) capaci di risvegliare quella scintilla che accende ogni lavoratore, capo o collaboratore che sia.

FONTE: E. Auteri, 2004, Management delle risorse umane, Guerini Studio.

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

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