Quando saper far domande fa la differenza

Quando saper far domande fa la differenza

La domanda è uno strumento per analizzare, conoscere e interpretare la realtà. Fare una domanda è molto simile all’utilizzo di uno strumento come un termometro, un contachilometri, una bilancia, ma la differenza con uno strumento oggettivo meccanico la fa il soggetto umano.

Mettiamo il caso in cui la domanda sia correttamente (“perfettamente”) posta, non saremo comunque mai sicuri che la risposta ottenuta sia veritiera, perché l’essere umano è limitato e tende a interpretare, sbagliare, non completare, strumentalizzare, truffare…

Quanto sono importanti le domande?

Nella vita di tutti i giorni le domande sono uno degli strumenti più importanti della comunicazione. Ci permettono di approfondire argomenti che ci interessano, ottenere il maggior numero di informazioni e/o arrivare velocemente a una risposta. In alcune situazioni come quella formativa permettono al formatore di far ragionare tutta l’aula o singolarmente il corsista.

Non è assolutamente facile porre delle domande interessanti, si riescono ad ottenere dei risultati discreti dopo tanto allenamento. Di seguito potrete avere alcuni spunti per cominciare a creare le vostre domande.

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.

Pierre-Marc-Gaston de Lévis

Come si creano delle buone domande?

La scuola ci ha insegnato molto bene a fare delle domande analitiche, ma spesso non teniamo in considerazione quell’insegnamento. Facciamo un riepilogo:

Domande aperte e chiuseEsistono due tipologie di domande, quelle aperte e quelle chiuse.

Cosa sono le domande aperte

Le domande aperte sono il più delle volte basate su avverbi interrogativi (Chi, cosa, dove, quando, perché, quanto, quale), sono i quesiti più utili per ottenere tante informazioni.

Cosa sono le domande chiuse

Le domande chiuse sono quelle di cui sappiamo già da prima che la risposta sarà lapidaria, ad esempio sì/no, bianco/nero, la pasta/il pane, … Facciamo un po’ di esempi di domande chiuse e aperte. Potremmo chiedere a una persona:

Facciamo degli esempi

“Sei laureato in psicologia?” DOMANDA CHIUSA   

oppure   “In cosa sei laureato?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda ci darà un buon risultato solo se azzecchiamo la risposta, altrimenti per avere successo dovremo riproporla, con tutte le altre facoltà universitarie. La seconda ci permette di ottenere nel minor tempo una risposta con maggiori informazioni.


“Ti piace il mare?”  DOMANDA CHIUSA
oppure   “Cosa ne pensi del mare?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda permetterà di avere una risposta secca e veloce. La seconda ci permetterà di ottenere maggiori informazioni riguardo al punto di vista della persona.

Se doveste porre una domanda a un amico che in genere parla poco, ma dal quale volete ottenere tante informazioni, quale tipologia di domanda utilizzereste? Ovviamente una domanda aperta. 🙂

Come porsi le domande giuste

Esistono domande giuste o sbagliate? Diverse volte ad alcune mie domande ho ricevuto questa come risposta: “Hai sbagliato domanda!“. Chi fa questa affermazione come può sapere se ho veramente sbagliato domanda, visto che non sa a quale dubbio voglio rispondere? Il dubbio che una persona vuole risolvere potrebbe essere diverso dalla domanda posta che è solo un tramite per la risposta “reale”.

Le domande più semplici sono le più profonde, Dove sei nato? Dov’è la tua casa? Dove stai andando? Che cosa stai facendo? Pensa a queste cose di quando in quando, e osserva le tue risposte cambiare.

Richard Bach

Cosa sono le domande mal poste?

Non è semplice esporre cosa siano le domande mal poste, ma certamente il fulcro della spiegazione è fissato sull’interpretazione della domanda e della risposta.

Chi riceverà la domanda potrebbe rimanere vittima della propria interpretazione (in ricezione o in risposta) o dell’interpretazione (in realizzazione o in esposizione del quesito) di chi l’ha posta. Chi crea una domanda dovrebbe avere un chiaro obiettivo, non è però facile tradurlo in domanda.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti sull’interpretazione qui:

L’interpretazione

e qui

Contro le frasi di senso compiuto

Quando una domanda è mal posta?

Non è possibile determinare se una domanda sia mal posta se non se ne conosce l’obiettivo e il ragionamento che ha portato alla creazione di quel quesito. Tutte le volte che qualcuno vi dice La domanda è mal posta! non conoscendo il vostro obiettivo e ragionamento, sta probabilmente peccando di presunzione.

Come limitare i problemi di interpretazione

Per limitare i problemi di interpretazione ci si può attenere ad alcuni accorgimenti:

  • Elimina il tono di chi pone domanda.
  • Se scorgi una fonte di ambiguità nella domanda fai o richiedi chiarezza.

Cosa sono le domande inopportune?

Una domanda è inopportuna quando viene posta in un luogo, contesto e/o tempo non adeguato. Lo sono tutte quelle domande che toccano la sfera intima o privata di chi la riceve o quando sono maliziose e/o offensive.

Nelle diverse rubriche pomeridiane delle reti televisive italiane si sentono spesso queste domande, che sono la cartina tornasole del pubblico che li segue, un pubblico assetato di indiscrezioni e retroscena maliziosi, macabri o vittimistici.

Facciamo degli esempi
  • Vedendo una donna con una pancia prominente: “A quale mese di gravidanza è?”
  • A una persona che ha appena perso un caro: “Come si sente?”
  • Dopo un cataclisma: “Se lo sarebbe mai aspettato?”

Quando una domanda è scomoda?

Una domanda è scomoda quando viene creata, o casualmente posta, per mettere in difficoltà chi la dovrà ricevere, chiedendo notizie o approfondimenti sui punti deboli.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti qui:

Come affrontare una domanda scomoda

Via | Mistermedia

Quando dobbiamo iniziare a porci delle domande?

Sui social fare domande è un’ottimo modo per coinvolgere e far interagire i propri contatti; esistono diversi modi per porle: alcuni ad esempio lo fanno per trarre informazioni per poi creare articoli, questa modalità di co-creazione viene ben accettata da alcuni utenti che amano rispondere alle domande e vedere come chi ha posto il quesito saprà creare un articolo interessante dalle risposte. Altri utenti si sentono sfruttati da queste modalità di raccolta informazioni; ciò avviene specialmente quando chi sta ponendo la domanda non è interessato realmente al pensiero altrui, ma soltanto all’utilizzo delle informazioni. Si possono riconoscere questi ultimi perché pongono domande e non interagiscono contestualmente, autenticamente e attivamente con chi risponde.

Per me è molto interessante ascoltare le risposte delle persone che mi circondano, permettono di scoprire i vari punti di vista. Alcuni utilizzano il porre domande come strategia per pesare le persone, altri lo fanno solo per curiosità, e altri ancora lo fanno per fare in modo che chi ascolta impari a porsi delle domande.


Chi non fa mai domande

Come potremmo definire quelle persone che non pongono o non si pongono mai delle domande? Poco curiose? O forse persone che pensano di avere già trovato tutte le risposte senza nemmeno chiedere. Vi lascio con quest’ultima citazione:

Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.

Luciano De Crescenzo

L'entrata in scena nei concerti

L'entrata in scena nei concerti

Il momento che prediligo negli eventi pubblici ai quali partecipo o che ho occasione di seguire indirettamente, è quello dell’entrata in scena.

Avete presente quel momento di un concerto nel quale il cantante compare sul palco, il momento in cui deve dominare e convivere con le sue paure e le sue ansie, e nello stesso tempo, cominciare a fare ciò che tutti si aspettano faccia e faccia anche bene, cantare.

Ecco, quello è il momento che mi appassiona veramente perché è il momento nel quale l’oratore di turno (il cantante) deve dare il meglio di se per apparire naturale e per cominciare a parlare (cantare), davanti a centinaia, migliaia o più, occhi che osservano ogni minimo particolare.

L’entrata in scena è uno dei momenti più difficoltosi per tutti i professionisti, la tensione sale, il battito cardiaco accelera e a seconda delle caratteristiche psicologiche possono avvenire tra i fenomeni più imbarazzanti in assoluto, come l’iperidrosi (sudorazione copiosa), la secchezza delle fauci e a volte l’impossibilità totale di parola.

Non vi sto parlando a caso di concerti, vista la fortissima analogia in diverse occasioni ed emozioni, con il parlare in pubblico.

A seconda di chi deve entrare in scena e delle sue caratteristiche, l’entrata potrà essere totalmente differente e le ho suddivise in diverse tipologie e qui ne elencherò alcune.

  • Entrata esuberante – quella in cui il cantante entra e sta già cantando dal buio delle quinte.
  • Entrata di accettazione – quella che permette di entrare in “confidenza” con il proprio auditorio, una sorta di preliminari nei quali ci si conosce, per poi arrivare al dunque quando ci si sente pronti a farlo.
  • Entrata all’oscuro – il cantante è nascosto, l’effetto scenico è molto alto, in diversi casi il cantante non guarda il pubblico fino a quando non ha cominciato a cantare. Notate la finezza, comincia a guarda il pubblico dopo aver cominciato a cantare, quindi la visione della massa di persone avviene solo successivamente al delirio che i fan scatenano appena la voce parte. La differenza con l’entrata esuberante è che il cantante può partire anche con un pezzo meno d’impatto e magari in crescendo.

Ecco alcune entrate in scena di professionisti della musica italiana. Mi sono rimaste in testa, vi allego alcuni miei pensieri e ragionamenti.

Con esuberanza

In questo video vi propongo l’entrata in scena di Ligabue il 10 Settembre 2005 alla prima edizione del Campovolo, immaginate che si trovava di fronte a 180.000 persone.

  • Parte dal fondo del palco ed entra sfogando tutta la sua energia per ristabilire un equilibrio emotivo interno.
  • Ruota su se stesso; immedesimandomi immagino il subbuglio della tensione unito al vuoto allo stomaco, mischiandolo con la testa resa leggera dalle rotazioni.
  • In questo pezzo non proprio “di riscaldamento” della voce, ci sono alcune lievi incertezze che a poco a poco scompariranno.

In accettazione

Questo invece è l’ingresso di Elisa al Forum di Assago di Milano il 24 Marzo 2014.

  • Saluta i presenti entrando in una connessione empatica
  • Mani aperte, braccia aperte, sorriso, baci, naturalezza
  • Un’amica che sta salutando tanti amici
  • Comincia a ballare e a muoversi stemperando la tensione
  • Quando deciderà di cominciare a cantare la band la seguirà
  • Notate la prima incertezza nella voce, forse dovuta a problemi tecnici o al suono della registrazione, che viene poi ripresa immediatamente.

Nell’oscurità degli occhi chiusi

In questo video potrete vedere l’entrata in scena di Renato Zero.

  • Tiene basso lo sguardo, non vede il pubblico per il primo minuto di canzone
  • Ha a disposizione il gobbo elettronico per eventuali amnesie
  • Quando ha superato l’inizio della canzone “si trasforma”

La magia

Ricordo un magnifico concerto di Jovanotti a Bologna del 2011, nel quale ad un certo punto comparve un ospite e la sua entrata in scena fu particolarmente coinvolgente per il pubblico.

Ho trovato la stessa scena riproposta anche a Riccione, ma credo che l’entrata di Bologna sia stata ancora migliore vista la presenza del fumo a coprire quanto stava avvenendo e a mascherare l’identità del nuovo componente sul palco.

In conclusione

vi lascio con questa entrata in scena epica, in stile concertone, direttamente da Megamind della DreamWorks.

Dai video che hai appena visto potrai comprendere che dovrai aver pronte differenti entrate in scena, per poter scegliere quella più adeguata alla tua situazione emotiva, quindi preparati e analizza il modo con cui i grandi professionisti scelgono di comparire nelle loro apparizioni pubbliche.

Silenzio… ha senso

Silenzio… ha senso

Ogni interazione tra uno e più individui prevede un atto comunicativo che si finalizzi con la codifica di un messaggio: racchiuso possibilmente in un gesto, un’espressione facciale, una parola, o anche semplicemente nel silenzio.

Quanto pesa il silenzio?

Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso.

Pur avendo la facoltà di parlare, uno dei due interlocutori sceglie sempre di far silenzio. Per favorire la comunicazione o per comunicare a sua volta.

Sia esso assordante, inquietante, pieno, infinito. Può essere espressione di vergogna, disappunto, rispetto, riverenza, accettazione, servilismo.

“Finezza d’amore” per Shakespeare, “una delle grandi arti della conversazione” per Hazlitt.

Quel frangente privo, pare, di note, apparentemente quieto e segreto, è in realtà pieno di “trasmissioni”. Per di più, può rivelarsi spesso un atto empatico e accogliente, sintomo di attenzione e condivisione.

Nel suo saggio Silere/Tacere, Luigi Heillman opera una distinzione semantica interessante tra i termini latini ‘sileo’ e ‘taceo’, appunto: l’uno sta a indicare la quiete, l’immobilità; tra due persone indica indifferenza, risentimento, sentimenti tipici di chi non è in grado di interagire, non vuole far parte di un’esperienza, o di chi volutamente tende all’isolamento. L’altro è una forma fondamentale per il dialogo, sia esso il ‘taceo’ di ascolto, di colui che accoglie il messaggio e ne ricerca il senso, o il cosiddetto ‘taceo’ reciproco, che si realizza in una situazione di conoscenza e comunione profonda, laddove non servono le parole per capirsi.

In silenzio puoi dire…

Molti temono di cadere nel silenzio, perché lo vivono come un momento di disagio, imbarazzo o apparente nulla. Esso invece funziona bene se sai padroneggiarlo.

La voce del silenzio non parla all’orecchio, ma parla.

Al tuo ingresso all’interno di un’aula o una sala conferenze, prova a restare qualche secondo in silenzio, attirerai facilmente l’attenzione e come te faranno silenzio gli altri, in forma di rispetto, educazione, e darai loro modo di elaborare le prime tacite informazioni.

Sì perché, pur non avendo aperto bocca, il tuo solo atteggiamento e il tuo corpo rivelano tutta una serie di informazioni. Sempre, che tu lo voglia o no.

Siano esse l’età, il sesso, lo stato fisico, le emozioni, lo status sociale e così via.

Tutti elementi che non andrai a specificare a parole, perché probabilmente irrilevanti ai fini dell’incontro e silenziosamente impliciti.

Molti, ma non tutti, sanno inoltre che è l’arma per eccellenza quando si tratta di attirare l’attenzione, all’interno di un gruppo o durante una spiegazione. Se c’è qualcuno che non è partecipe o chiacchiera, lasciar calare il silenzio concentrerà l’attenzione, ora tua, ora degli altri, solo su chi disturba, che immediatamente recepirà il messaggio “solo con lo sguardo”.

Assenza, o attesa?

Piuttosto che martellare i nostri interlocutori stile “tubo catodico”, concedere, a noi e a loro, una pausa silenziosa tra un discorso e un altro, favorirà l’elaborazione delle parole appena pronunciate. I tuoi destinatari avranno il tempo di formulare un pensiero personale a riguardo e tu di progettare e riorganizzare le idee.

In silenzio. Fioriscono lo spirito critico, la riflessione, la creatività.

Quella pausa, inoltre, rappresenta per chi ascolta, l’equatore che divide il prima dal dopo: fin qui si è detto questo, lo metabolizzo, formulo un giudizio e creo delle aspettative per il futuro, per quello che mi verrà detto ancora.

“Dosalo”

Una pausa è detta tale perché assume il compito di mantenere vivo lo scambio, diventando un filo invisibile che collega pensieri e parole.

Nel corso di una discussione però, se il silenzio si prolunga, all’interno della sfera emotiva di una persona, si rischia di innescare un processo mentale spiacevole: l’imbarazzo.

Esso si realizza in una sensazione di disagio emotivo e turbamento, vergogna, ma anche soggezione. È un fenomeno sia relazionale che sociale, in quanto nasce e vive all’interno di una interazione, ma influisce sull’immagine di se e l’immagine che gli altri hanno della persona imbarazzata.

Dopo quanto un silenzio diventa imbarazzante?

Qualche anno fa, Namkje Koudenburg, studioso olandese dell’Università di Groningen, Paesi Bassi, pubblicò in un articolo sul Journal of Experimental Social Psychology i risultati di uno studio sull’accettazione sociale e l’appartenenza, affermando che il silenzio è un atto emotivamente tollerabile all’interno di un tempo di quattro secondi.

L’esperimento, condotto su 162 studenti, ha rivelato un risveglio di sensazioni quali timore, esclusione, allontanamento, disagio.

Il silenzio diviene, dunque, imbarazzante, laddove provoca uno “scollamento emotivo”, che altro non fa che alterare la percezione dell’altro e spostare l’attenzione.

Alla base di tutto, spiega, ci sono gli istinti dell’accettazione sociale e dell’appartenenza e la paura primordiale di essere esclusi.

Abbiamo scoperto che una conversazione fluente, oltre a essere molto piacevole, ci informa che le cose vanno bene. Significa che facciamo parte di questo gruppo, e che siamo d’accordo l’uno con l’altro. Questo tipo di conversazioni serve per stabilire l’appartenenza, l’autostima e fornisce una validazione sociale.

Presente all’appello

Come ogni conversazione o scambio, quella che avviene tra docente e discente può essere intesa come l’interazione di due o più esperienze a confronto.

Dalla tua, ci si aspetta che tu sappia gestire e condurre la situazione, sia dal punto di vista formale, che dal punto di vista emotivo. Che sia in grado di cogliere i significati e trasmetterli durante i momenti di apparente vuoto.

Dunque, non chiuderti mai nel tuo silenzio.

È, sì un momento di riflessione, di contemplazione del se e dell’altro, ma la scelta di tacere in pubblico prevede comunque che tu ci sia, che sia lì, che sia presente: rischi altrimenti che il tuo pubblico si distragga e si allontani. Mantieni il contatto.

Cosa avrà voluto dire?

In ultimo ma non per ultimo: altrettanto importante, per uno scambio efficace, è saper riconoscere la tipologia di silenzio dell’altro, focalizzare cosa sta e vuole comunicare con quel silenzio, rispettarlo e interagire di conseguenza.

Saper distinguere un silenzio di mediazione in un momento di difficoltà, da quello chiuso e ostile di chi resiste alla conversazione (in tali casi si tratta di mutismo: rifiuto di comunicare uno stato di sofferenza), da quello d’imbarazzo, da quello di chi non conosce la risposta alla domanda e da quello di chi la domanda non l’ha proprio capita.

Leggere la sorpresa di chi resta senza parole e così via.

Il silenzio può essere una delle esperienze più profonde dell’essere, condivisione di sapere e mistero, la tacita descrizione di sintomi e sensazioni.

Al tempo stesso è uno degli aspetti più controversi e interessanti del public speaking, per la sua contraddittoria efficacia.

Ma per un formatore esso è soprattutto ascolto, immersione vera all’interno del mondo interiore del soggetto in formazione, condizione ambientale che ci permette di entrare in contatto con l’altro ad un livello profondo, tanto da raggiungere la genesi di un’idea o di un pensiero.

Da qualche parte ho letto che il silenzio è la forma più alta della parola, e comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

4 regole base per parlare ad una sala

4 regole base per parlare ad una sala

Ho sempre trovato estremamente complesse le regole “ufficiali” di comunicazione davanti ad una sala.
Forse perché essendo in una famiglia di professori, e avendo passato tanti anni a discutere su internet di vari temi, e almeno 5 anni a fare ripetizioni private ai ragazzi delle superiori, per me spiegare è ovvio. E’ banale, insomma io ho il mio modo di affrontare la comunicazione in pubblico.

Ti racconterò alcune delle cose che ho osservato.

Se fossi in questo momento davanti ad una sala l’unica cosa che farei, l’unica domanda che mi porrei sarebbe: come posso spiegargli efficacemente ciò che per me è chiaro in testa?
L’unica risposta che mi darei sarebbe: lo vedo e glielo spiego.
Quindi come se tu dovessi raccontare cosa c’è in un’immagine che vedi: la guardi, e la descrivi.

“Siamo in una scena innevata, invernale. Sulla destra si trova un picco piuttosto massiccio ricoperto di neve, mentre al centro, verso il basso, c’è una schiera di tetti di case e alberghi in classico stile altoatesino. Dietro ci sono alcune piste da sci, e la cresta di una montagna si pone come degli spalti di un teatro. Ogni tanto ci sono dei sempreverde a costellare il tutto.”

Scriviamo quindi quali sono alcuni accorgimenti da seguire.

Spiega

Mi rendo conto che sia in assoluto il consiglio più banale che si possa dare in questo contesto, ma in effetti la soluzione più facile è questa: “spiega!”.
Se sei davanti ad una sala e devi spiegare un concetto, banalmente spiegalo! Soprattutto per chi è abituato a PNL, o altre arti metodiche dove ti viene insegnato a modificare il tuo modo di parlare per andare incontro alle necessità della sala (tono della voce, parole che usi, modo in cui ti muovi, i supporti tecnici come luci e video che decidi di utilizzare, e così via).
In effetti quando il mondo della comunicazione e della formazione è focalizzato sulla forma con cui si spiega il primo suggerimento che si può dare è: concentrati sul contenuto!
Regola base?
Spiega come se lo dovessi spiegare a tua nonna: non esiste nessun concetto per quanto complesso che non possa essere spiegato con parole semplici, magari facendo un certo numero di premesse e di “giri attorno”.
Se devi per forza utilizzare dei paroloni tecnici significa che alla fin fine non lo sai spiegare. Quindi, se tua nonna capisce significa che va bene.

Non fare orfani

E qua si torna ad alcuni concetti di PNL.
Questa è una regola magica fondamentale. Le persone sono attirate nella loro attenzione da ciò che dici e da come lo dici. La loro attenzione dipende dal loro interesse e dalla tua bravura.
Se non sei bravo a cogliere l’attenzione di tutti, finisce che qualcuno si distrae e perde pezzi del discorso.
Esistono orfani visivi, e orfani sensoriali. Cioè: puoi fare orfani perché guardi solo una parte della sala, e le altre zone abbassano il loro livello di interesse perché si sentono di meno al centro dell’attenzione.
Puoi fare orfani perché utilizzi tantissimo un canale percettivo, e ti dimentichi gli altri.
I canali percettivi sono 3 (quelli principali, quindi significa che ce ne sono altri, di cui vi parleremo più avanti): visivo, auditivo e cinestesico (i cinestesici imparano dalle sensazioni fisiche). Se tu fai una presentazione solo auditiva (parli e basta davanti ad una sala) rischi di perderti per strada tutte le persone che sono visive o cinestesiche.
Una buona presentazione viene accompagnata sicuramente da slide, da video (se può aiutare), e da esercizi pratici dove i protagonisti diventano loro.

Psicologia

Devi avere a che fare con una serie di persone che hanno teste diverse, caratteri diversi, esperienze di vita diverse, modi diversi di vivere le stesse emozioni.
Se uno del pubblico ti pone una domanda che ti mette in imbarazzo, oppure critica direttamente ciò che tu hai appena finito di dire, come devi reagire? Lo zittisci? Gli spieghi meglio? Inizi un dibattito? Gli chiedi di uscire? Coinvolgi le persone nella sala per sapere loro cosa ne pensano? Lo ignori, e svicoli la domanda elegantemente? Gli proponi di chiarirvi meglio in privato?
Cosa rischi? Di iniziare un dibattito infinito? Di spaccare la sala a metà e di non moderare più la situazione? Di vedere che l’intera sala si aizza contro di te? Di perdere l’interesse di metà della sala (si chiama catalizzare: quando dai una risposta molto forte, netta e precisa, magari tenti di zittire l’intervento, al ché chi è d’accordo con te inizia ad amarti, e chi non è d’accordo inizia a considerarti un cretino o uno stronzo)?
Fare dei questionari iniziali per testare gli umori della sala può essere davvero utile per adeguare la tua “psicologia”.

Emozioni

Qui ci sono due cose da dire: devi imparare a gestire le tue emozioni, e devi trasmettere quanta passione provi per quel che stai spiegando.
Devi evitare di arrivare triste, o nervoso davanti alla platea ed evitare di scaricare sulla platea quelle emozioni.
D’altra parte mentre comunichi, comunichi sia le emozioni che il contenuto, e se sei coerente tra i due è più facile che la gente ti segua.

Mi è successo più volte di parlare con una persona che mi spiegava come e perché dovessi prendere la vita più alla leggera e mi dovessi amare molto di più. Me lo raccontava con un tono estremamente leggero, amoroso, rilassato, e sicuro di sé.
Durante la spiegazione, percependo il suo tono, tutto aveva senso. Era ovvio.
Tornato a casa, quando ripensavo alle parole che mi aveva detto, e senza avere il supporto della sua emotività, la mia sensazione era “ma cosa mi ha detto? Quello che ricordo non ha senso!”.

 Faticavo a memorizzare le emozioni legate a quanto fosse stato detto, forse mi concentravo troppo sul contenuto e troppo poco sulle emozioni, o forse ero talmente trasportato dalla mia attenzione per le emozioni che perdevo per strada il senso del contenuto; ma ora vi sto parlando di me e delle mie emozioni, quindi vi lascio e continuo a riflettere 😉

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

La "Teoria del Fenomeno", credersi il dio del tutto e cercare di dirlo agli altri

Circa 8 anni fa ero sdraiato sul letto a guardare il soffitto e mi ritrovavo in mezzo a un ragionamento molto faticoso che avrebbe fortemente condizionato la mia esistenza. Prima di scriverti il mio dubbio, devo fare una premessa: vedevo amici che si arricchivano, facendo lavori classici, ma io proprio non ne volevo sapere di seguire le “strade note”, preferivo piuttosto cercare vie inesplorate da scoprire come nuove rotte di business.

Le cose che ci si sente dire dagli amici e conoscenti quando si racconta quello che ho appena premesso, sono dei luoghi comuni che se sei creativo ti avranno certamente detto, tipo:

  • “Guarda che è praticamente già stato inventato tutto”
  • “Non è che tu scopri l’uovo di Colombo dal quale potrai diventare ricco e famoso”
  • “Se questa strada è così chiara come dici, perché non c’è nessuno che la segue?”

Il “non detto” di queste persone credo che potrebbe essere: “io so come si fa” o anche “piuttosto smettila di sognare e vedi di farti un gran mazzo che forse un giorno diventerai come me”, come se una persona che cerca il nuovo non si facesse il mazzo, poi io non volevo diventare ne ricco ne famoso, ma sapevo bene che le autostrade sono le strade che si bloccano di più durante i fine settimana. Adesso magari ti chiederai che nesso ci sia tra i weekend e il mio ragionamento, vedrai che il nesso c’è.

Il nostro periodo economico vede autostrade note percorse da tanti che puntualmente si fermano al casello della riscossione e a volte tendono a non riscuotere mai e a rimanere imbottigliati per anni, mentre le strade di campagna sono meno inquinate, meno frequentate e lungo queste si può godere un panorama più genuino e artigianale. Poi è certamente vero che spesso ci sono semafori e greggi di pecore che rallentano, ma il viaggio, vuoi mettere il viaggio su strade inesplorate quanta soddisfazione può portarti?

Insomma mi trovavo con amici che seguivano rotte note e dalle quali riuscivano a spremerne alcune migliaia di euro ed io ero continuamente alla ricerca di un qualcosa che si distaccasse dal loro pensiero, perché in un qualche modo non mi convinceva.

Il mio ragionamento

A quel punto è nato il ragionamento di cui ti parlavo: “Nella vita dovrò seguire una strada classica e nota, oppure faccio bene a cercarne di nuove? Quando avrò altre persone da mantenere, dovrò smettere di sognare o potrò rimanere il cercasogni che mi piace tanto essere vivendo sulle strade di campagna?”

Tra poco ti dirò cosa mi sono risposto, ora arriviamo al concetto che ti voglio trasmettere.

“La teoria del fenomeno”

La formazione è un’attività molto complessa e ti troverai spesso di fronte persone che apprendono in maniera differente e non potrai utilizzare con tutti le stesse modalità; in quei momenti potrai andare alla ricerca dei metodi e delle tecniche che trasmettono i concetti nei modi migliori, ma se anche questi non dovessero servire allora dovrai ricorrere alla tua creatività e andare alla ricerca delle strade di campagna, le nuove strade.

È interessante vedere formatori professionisti che nonostante sappiano tutte le metodologie di insegnamento siano, a loro insaputa, i migliori rappresentanti della “Teoria del fenomeno”, ovvero incolpino i propri auditori di non essere in grado di imparare, ascoltare, capire, senza rendersi conto che il principale problema sono loro con la presunzione di saper formare.

Non fermarti mai di fronte a qualcuno che sembra non apprendere i tuoi concetti, ma cambia modalità, mostra una faccia differente, un nuovo approccio, vai alla ricerca di un nuovo canale di ascolto e quando l’avrai trovato usalo.

In conclusione ti lascio con la risposta al mio dubbio su “strade note oppure strade nuove”, che è stata semplice:

“Probabilmente in tante situazioni potrò rimanere in autostrada, ma dovrò sempre rimanere attento ai cartelli e ai messaggi sul traffico, perché altrimenti potrò cacciarmi in un ingorgo che rallenterà e innervosirà il mio viaggio e quello delle persone che trasporto.”

Le strade nuove devono sempre essere cercate, altrimenti si rischia di passare il weekend lungo in autostrada 😉

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