Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Cosa occorre a un corso di formazione per essere definito tale?

Il paradosso della formazione è che la figura formante (formatore, insegnante, docente, maestro,… ) dovrebbe ragionare come se un giorno volesse essere a sua volta allievo dei suoi corsisti. Chi ragiona in questa modalità cercherà di trasmettere nozioni e strumenti affinché il corsista ne comprenda utilità e funzionamento, affinché “possa superare il maestro”.

Cos’è un corso di formazione

Il corso di formazione è un’attività tenuta da professionisti del settore che hanno capacità formative, nella quale viene spiegato l’utilizzo di strumenti, metodi e nozioni, mediante teoria e pratica.

Quali sono i punti cardine di un corso di formazione?

Di seguito abbiamo realizzato una serie di parametri che potranno aiutarti ad inquadrare la tipologia di corso. Alcuni parametri potranno essere trovati prima di effettuare la scelta, mentre altri li potrai ottenere solo durante o alla fine del corso.

Programma del corso

Tutti i corsi formativi devono avere un programma che identifichi chiaramente quali saranno gli argomenti affrontati con delle tempistiche di massima. Le tempistiche potranno variare da sessione a sessione, a seconda di ciò che avverrà in aula.

Destinatari chiari

Sapere a chi è destinato il corso fa comprendere ad esempio se è destinato a un pubblico professionale o amatoriale.

  • A chi è rivolto questo corso?
  • È rivolto a persone che lavorano in un certo ambito?
  • Quali conseguenze potrebbe avere partecipare a un corso rivolto a un ambito specifico al quale non appartengo?
Obiettivi ben definiti

Non esiste formazione senza degli obiettivi chiari.

  • Quali obiettivi ha chi sta creando il corso?
  • Cosa vuole trasferire a te?
  • Alcuni obiettivi sono gli stessi che vuoi raggiungere tu?
Informazioni sui docenti

Occorrono informazioni sui docenti. Nel caso fossero presenti è importante poterle verificare e non attenersi unicamente a quanto viene raccontato e descritto.

  • Chi sono i docenti?
  • Qual è la loro area di competenza ed esperienza sul campo?
  • Sono presenti sui social?
  • Oltre che insegnare l’argomento ne sono anche fruitori o protagonisti?

Poni attenzione ai risultati che hanno ottenuto nei corsi formativi precedenti, ma non ti basare solo su questo parametro.

Tempi, luoghi, contatti e logistica

Gli aspetti logistici devono essere ben definiti, occorre sapere:

  • Quali sono i moduli?
  • Quanto dureranno?
  • Gli orari di inizio e fine giornata
  • Luogo del corso
  • Come raggiungerlo
  • Eventuali note sull’abbigliamento
  • Materiali da portare
  • Chi potrai contattare per eventuali disguidi o variazioni?
Modalità di iscrizione

Occorre fare attenzione specialmente negli ultimi tre punti che possono nascondere modalità di urgenza e scarsità non sempre veritiere.

  • Come ci si iscrive, come si può pagare?
  • Esistono dei requisiti per partecipare al corso o possono iscriversi tutti?
  • Esiste una selezione in caso di sovrannumero?
  • Puoi partecipare solo ad alcuni moduli?
  • Esistono promozioni nel caso ti iscrivessi presto?
  • Esistono promozioni se inviti altre persone interessate?
  • Quanti posti ci sono a disposizione
Metodologie utilizzate.

Quali metodologie formative e organizzative verranno utilizzante in questo corso?

  • Sarà una lezione frontale o una lezione interattiva?
  • Quali attività pratiche sono previste?
  • Ci saranno attività di gruppo?

La conoscenza di queste informazioni ci permetterà di arrivare al corso preparati su quanto, in linea di massima, potrà accadere. Questi aspetti sono importanti per definire il corso e per comprenderne la coerenza rispetto a quanto promesso.

Partecipereste mai a un corso che vi insegnerà a parlare in pubblico ma che non prevede la pratica? 😉

Sistema di monitoraggio e valutazione

La valutazione preventiva dei partecipanti permette di suddividere i partecipanti a seconda di parametri utili a un migliore svolgimento della formazione.

  • Prima di arrivare al corso ti hanno chiesto informazioni per conoscerti?
  • Durante il corso erano presenti tutor d’aula o altre figure che monitoravano l’andamento del corso?
  • Alla fine del corso ti hanno chiesto di compilare una scheda di valutazione del corso?
  • Hai ricevuto un modulo di autovalutazione?
  • Ti è stato richiesto di lasciare un feedback o una testimonianza dell’evento?
Coerenza

Nello svolgimento deve realizzarsi quanto promesso e ciò avviene personalizzando schemi, programma e attività al livello dei corsisti. Le attività non personalizzate ai corsisti risultano essere non perfettamente centrate e in alcune situazioni noiose.

Numero dei partecipanti

Un corso di formazione per essere definito tale non può superare i 50 partecipanti. Il numero ideale varia a seconda dell’argomento, della tipologia di corsisti e attività inserite, e da numerosissime altre variabili.

L’unico dato concreto è che quelli che vengono definiti corsi e hanno un numero superiore di partecipanti non sono corsi formativi, ma attività nelle quali si creano delle dinamiche più vicine allo show o all’intrattenimento. Questo momento potrà anche essere interessante e apportare dei contenuti, ma è praticamente impossibile che abbia alle spalle una programmazione formativa. Gli obiettivi di questi eventi tante volte sono rivolti unicamente a vendere eventi o corsi futuri giocando sull’interesse che non è stato soddisfatto, per poi lavorare su urgenza e scarsità.


La “morte” del formatore

Le figure educative (insegnante, formatore, maestro, …) devono lavorare per la propria morte (metaforica).

“Come un genitore lavora per l’indipendenza del proprio figlio e non per la dipendenza da lui, allo stesso modo lavorerò per consentire a te allievo di camminare con le tue gambe.”

Coloro che, esperti o meno del proprio settore, creano giornate definite corsi di formazione, non possono fornire delle ricette senza spiegare qualità e quantità degli ingredienti e nel dettaglio i passaggi che svolgono. Questi personaggi sanno però che guadagna di più chi viene chiamato tante volte, rispetto a chi fornisce bene la conoscenza e tendono a fare una formazione basata unicamente sul ritorno economico o dei veri e propri corshow.

Tutto questo continuerà a succedere, fino a quando non sarà chiaro il tranello; sarà questo il momento in cui risulterà essere chiara l’inefficienza del suo intervento e perderà fiducia da parte dei suoi corsisti.

Quando saper far domande fa la differenza

Quando saper far domande fa la differenza

La domanda è uno strumento per analizzare, conoscere e interpretare la realtà. Fare una domanda è molto simile all’utilizzo di uno strumento come un termometro, un contachilometri, una bilancia, ma la differenza con uno strumento oggettivo meccanico la fa il soggetto umano.

Mettiamo il caso in cui la domanda sia correttamente (“perfettamente”) posta, non saremo comunque mai sicuri che la risposta ottenuta sia veritiera, perché l’essere umano è limitato e tende a interpretare, sbagliare, non completare, strumentalizzare, truffare…

Quanto sono importanti le domande?

Nella vita di tutti i giorni le domande sono uno degli strumenti più importanti della comunicazione. Ci permettono di approfondire argomenti che ci interessano, ottenere il maggior numero di informazioni e/o arrivare velocemente a una risposta. In alcune situazioni come quella formativa permettono al formatore di far ragionare tutta l’aula o singolarmente il corsista.

Non è assolutamente facile porre delle domande interessanti, si riescono ad ottenere dei risultati discreti dopo tanto allenamento. Di seguito potrete avere alcuni spunti per cominciare a creare le vostre domande.

È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte.

Pierre-Marc-Gaston de Lévis

Come si creano delle buone domande?

La scuola ci ha insegnato molto bene a fare delle domande analitiche, ma spesso non teniamo in considerazione quell’insegnamento. Facciamo un riepilogo:

Domande aperte e chiuseEsistono due tipologie di domande, quelle aperte e quelle chiuse.

Cosa sono le domande aperte

Le domande aperte sono il più delle volte basate su avverbi interrogativi (Chi, cosa, dove, quando, perché, quanto, quale), sono i quesiti più utili per ottenere tante informazioni.

Cosa sono le domande chiuse

Le domande chiuse sono quelle di cui sappiamo già da prima che la risposta sarà lapidaria, ad esempio sì/no, bianco/nero, la pasta/il pane, … Facciamo un po’ di esempi di domande chiuse e aperte. Potremmo chiedere a una persona:

Facciamo degli esempi

“Sei laureato in psicologia?” DOMANDA CHIUSA   

oppure   “In cosa sei laureato?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda ci darà un buon risultato solo se azzecchiamo la risposta, altrimenti per avere successo dovremo riproporla, con tutte le altre facoltà universitarie. La seconda ci permette di ottenere nel minor tempo una risposta con maggiori informazioni.


“Ti piace il mare?”  DOMANDA CHIUSA
oppure   “Cosa ne pensi del mare?” – DOMANDA APERTA


La prima domanda permetterà di avere una risposta secca e veloce. La seconda ci permetterà di ottenere maggiori informazioni riguardo al punto di vista della persona.

Se doveste porre una domanda a un amico che in genere parla poco, ma dal quale volete ottenere tante informazioni, quale tipologia di domanda utilizzereste? Ovviamente una domanda aperta. 🙂

Come porsi le domande giuste

Esistono domande giuste o sbagliate? Diverse volte ad alcune mie domande ho ricevuto questa come risposta: “Hai sbagliato domanda!“. Chi fa questa affermazione come può sapere se ho veramente sbagliato domanda, visto che non sa a quale dubbio voglio rispondere? Il dubbio che una persona vuole risolvere potrebbe essere diverso dalla domanda posta che è solo un tramite per la risposta “reale”.

Le domande più semplici sono le più profonde, Dove sei nato? Dov’è la tua casa? Dove stai andando? Che cosa stai facendo? Pensa a queste cose di quando in quando, e osserva le tue risposte cambiare.

Richard Bach

Cosa sono le domande mal poste?

Non è semplice esporre cosa siano le domande mal poste, ma certamente il fulcro della spiegazione è fissato sull’interpretazione della domanda e della risposta.

Chi riceverà la domanda potrebbe rimanere vittima della propria interpretazione (in ricezione o in risposta) o dell’interpretazione (in realizzazione o in esposizione del quesito) di chi l’ha posta. Chi crea una domanda dovrebbe avere un chiaro obiettivo, non è però facile tradurlo in domanda.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti sull’interpretazione qui:

L’interpretazione

e qui

Contro le frasi di senso compiuto

Quando una domanda è mal posta?

Non è possibile determinare se una domanda sia mal posta se non se ne conosce l’obiettivo e il ragionamento che ha portato alla creazione di quel quesito. Tutte le volte che qualcuno vi dice La domanda è mal posta! non conoscendo il vostro obiettivo e ragionamento, sta probabilmente peccando di presunzione.

Come limitare i problemi di interpretazione

Per limitare i problemi di interpretazione ci si può attenere ad alcuni accorgimenti:

  • Elimina il tono di chi pone domanda.
  • Se scorgi una fonte di ambiguità nella domanda fai o richiedi chiarezza.

Cosa sono le domande inopportune?

Una domanda è inopportuna quando viene posta in un luogo, contesto e/o tempo non adeguato. Lo sono tutte quelle domande che toccano la sfera intima o privata di chi la riceve o quando sono maliziose e/o offensive.

Nelle diverse rubriche pomeridiane delle reti televisive italiane si sentono spesso queste domande, che sono la cartina tornasole del pubblico che li segue, un pubblico assetato di indiscrezioni e retroscena maliziosi, macabri o vittimistici.

Facciamo degli esempi
  • Vedendo una donna con una pancia prominente: “A quale mese di gravidanza è?”
  • A una persona che ha appena perso un caro: “Come si sente?”
  • Dopo un cataclisma: “Se lo sarebbe mai aspettato?”

Quando una domanda è scomoda?

Una domanda è scomoda quando viene creata, o casualmente posta, per mettere in difficoltà chi la dovrà ricevere, chiedendo notizie o approfondimenti sui punti deboli.

Vuoi approfondire?

Puoi trovare alcuni approfondimenti qui:

Come affrontare una domanda scomoda

Via | Mistermedia

Quando dobbiamo iniziare a porci delle domande?

Sui social fare domande è un’ottimo modo per coinvolgere e far interagire i propri contatti; esistono diversi modi per porle: alcuni ad esempio lo fanno per trarre informazioni per poi creare articoli, questa modalità di co-creazione viene ben accettata da alcuni utenti che amano rispondere alle domande e vedere come chi ha posto il quesito saprà creare un articolo interessante dalle risposte. Altri utenti si sentono sfruttati da queste modalità di raccolta informazioni; ciò avviene specialmente quando chi sta ponendo la domanda non è interessato realmente al pensiero altrui, ma soltanto all’utilizzo delle informazioni. Si possono riconoscere questi ultimi perché pongono domande e non interagiscono contestualmente, autenticamente e attivamente con chi risponde.

Per me è molto interessante ascoltare le risposte delle persone che mi circondano, permettono di scoprire i vari punti di vista. Alcuni utilizzano il porre domande come strategia per pesare le persone, altri lo fanno solo per curiosità, e altri ancora lo fanno per fare in modo che chi ascolta impari a porsi delle domande.


Chi non fa mai domande

Come potremmo definire quelle persone che non pongono o non si pongono mai delle domande? Poco curiose? O forse persone che pensano di avere già trovato tutte le risposte senza nemmeno chiedere. Vi lascio con quest’ultima citazione:

Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.

Luciano De Crescenzo

Perché la formazione non funziona

Perché la formazione non funziona

Quando sentivo dire “la formazione non funziona”, nel mio corpo partiva il processo di ebollizione del sangue. Poi mi sono abbandonato alla realtà e cioè che sono veramente poche le situazioni nelle quali le attività formative arrivano ai propri obiettivi. Cominciamo un’analisi ai personaggi che interagiscono nella formazione e proviamo di scoprire insieme quali sono le cause che portano tanti a chiedersi: “Perché la formazione non funziona?”

Il mito della caverna.

Credere che la verità sia solo in quello che vedi, consuma la tua capacità di ragionamento.

I corsisti non sono esigenti

Partecipo spesso a diverse forme di giornate formative e informative e ascoltando i partecipanti si comprende velocemente quale sia uno dei problemi; in pochi conoscono la differenza tra le varie tipologie di evento e troppo spesso escono da grandi eventi credendo di essere il problema, senza rendersi conto che ne sono parte ma non il cuore.

Quello che dice il corsista medio è:

“C’erano i più grandi esperti del settore, torno a casa con tantissime nuove nozioni, è stato un bellissimo corso, ho imparato tanto.”

Ma molte volte questa è solo una giustificazione e il vero pensiero è:

“Devo mettermi a studiare, ho capito poco o niente di quello che hanno detto.”

O anche:

“Questo argomento non fa per me, ho sbagliato tipologia di corso”

I motivi probabili sono semplici:

  • Non ha partecipato ad alcun corso formativo, ma soltanto informativo quando va bene.
  • Non esisteva una strategia formativa per l’evento, ma solo un programma.
  • Non ha partecipato a un corso, master, laboratorio, workshop  ma a qualcosa che chi ha organizzato ha erroneamente o volutamente chiamato corso.

Un altro motivo che non aiuta la diffusione sulla poca efficacia di alcuni corsi, riguarda il corsista che ha investito una somma abbastanza alta e che sarebbe imbarazzato nel dire di non aver compreso e/o portato a casa nulla.

Troppi truffatori e furbetti

In generale possiamo riassumere gli obiettivi di questi personaggi in 2 punti:

  1. Incassare e non formare. Le realtà che hanno questa tipologia di approccio sono differenti, dal singolo personaggio che ha creato la schiera di adepti, all’ente di formazione più o meno accreditato che come unico scopo ha portare a casa margine a scapito della qualità. Il mondo formativo comprende troppi furbetti, che spacciano per formazione ciò che non è; migliaia di guru e santoni che cercano di indottrinare con la rivelazione di metodi, tecniche, segreti, strategie, modalità semplici e velocissime per fare le cose e diventare i migliori in un battito di ciglia.
  2. Darvi lo stretto indispensabile per tenervi connessi a un cordone ombelicale che a voi restituisce un po’ di ossigeno e a loro regala prestigio, denaro e fidelizzazione. Se quello che propongono fosse formazione loro sarebbero formatori, coach, mentor, counselor e non guru o professorini. Il più delle volte il corsista non conosce la differenza tra le varie figure e segue ciecamente chi si autoproclama figura di riferimento detentrice della verità.

Se non verrete formati bene non sarete mai liberi di utilizzare autonomamente degli strumenti, ma ci sarà sempre qualcuno che vi dirà quali strumenti utilizzare e come farlo per ottenere il successo. Attenzione, perché questa attività si chiama addestramento e non formazione. Questa tipologia di insegnamento piace ai più pigri, quelli che vogliono la pappa pronta per ottenere risultati.

Le aziende non sono attente

Il mio ruolo mi fa entrare di continuo all’interno di aziende di tutte le dimensioni ed è bello vedere le tante modalità di approccio alla formazione che hanno i partecipanti e gli organizzatori.

È difficile trovare reale interesse. Questo deriva da una scarsa fiducia e conoscenza delle attività formative. I motivi sono differenti:

  • Scelta dei formatori fatta casualmente o affidandosi a realtà non interessate alla formazione ma unicamente al guadagno.
  • Attività poco efficaci perché basate solo sui budget.
  • Formazione programmata solo in seguito alla scoperta di fondi o finanziamenti. In questo modo si scelgono spesso attività formative generiche e non personalizzate ai reali obiettivi/esigenze aziendali.
  • Formazione fatta internamente ma con personale inadatto a trasferire concetti. Non è da tutti saper trasferire concetti. Alcuni sono preparati e bravissimi nel proprio argomento/settore/attività, ma non è detto che siano capaci e abbiano voglia o intenzione di preparare i colleghi.

I formatori sono scarsamente efficaci

Vediamo quali sono le problematiche che riguardano le figure che dovrebbero formare:

  • Incapacità a mantenere l’attenzione. – L’attenzione dei corsisti è difficile da conquistare e da mantenere e la maggioranza dei formatori hanno enormi problemi nella gestione di questo processo cognitivo. Esistono delle modalità che permettono di sfruttare al massimo questa risorsa e mantenere alta l’attenzione dell’auditorio anche per ore.
  • Fraintendimento del proprio ruolo. – Il formatore è un ruolo ben preciso, non è difficile trovare formatori che fanno i consulenti o i “professori universitari” quando non richiesto o non efficace in una certa situazione.
  • Mancata conoscenza delle modalità formative. – Per rendere interessanti e apprendibili dei concetti occorre conoscere bene le dinamiche di apprendimento. Esistono numerosi studi che spiegano come presentare i concetti e quali modalità utilizzare affinché chi deve apprendere abbia maggiori possibilità di comprendere e poter riutilizzare quanto viene presentato. Ad esempio puoi approfondire il Ciclo di Kolb.
  • Scarsa preparazione sugli argomenti. – Ti hanno chiesto di fare il formatore di un certo argomento, non puoi essere impreparato su quell’argomento, sembra banale come concetto, ma vedo che non lo è per nulla. Gli auditori sono lì per ascoltare te e devi essere pronto a parlare e descrivere al livello adeguato richiesto. Come corsista e azienda, diffida dai formatori che hanno troppi corsi su argomenti totalmente disconnessi tra loro.
  • Presunzione. – “Sono preparatissimo su questo argomento e l’unica modalità corretta è la mia”, “Insegno proprio quest’argomento/Sono da 30 anni in questo settore, pensi che non lo sappia?”. Il formatore che crede di sapere o di essere arrivato non ottiene grande appeal con chi lo sta ascoltando. Lo stesso vale per chi cerca di inculcare concetti, senza tenere in considerazione il punto di vista altrui.
  • Omertà. – Il formatore dovrebbe essere colui che spiega quello che sto raccontando in questo scritto per migliorare il proprio settore, ma ciò non succede. È tanta la paura e la rassegnazione nel far notare quali sono le problematiche. Un formatore che non vuole far capire e risolvere quali sono le problematiche del proprio settore credo non sia un grandissimo esempio.

Dopo la descrizione dei protagonisti della formazione e delle loro problematiche è facile arrivare alla conclusione che la formazione sia inefficace.

La formazione non funziona quando tutti o anche solo uno degli attori che la compongono non ne conoscono appieno il significato. In articoli successivi andremo ad approfondire alcuni punti elencati in precedenza e vedremo come si possono risolvere i problemi della formazione, per fare in modo che funzioni.

Come leggere un libro al giorno, senza usare la lettura veloce

Come leggere un libro al giorno, senza usare la lettura veloce

Ho scoperto una modalità che mi aiuta a leggere libri e manuali a un velocità che non consideravo possibile. Facciamo una breve premessa, tutti gli smartphone sono pensati, giustamente, anche per chi ha disabilità e all’interno di tutti i sistemi operativi esistono diverse funzioni di ACCESSIBILITÀ che aiutano a utilizzare questi strumenti con maggiore disinvoltura. Esistono funzioni per chi ha problemi di vista, interazione e udito.

Sfruttando una di queste funzioni potremo leggere eBook, articoli e qualsiasi altro contenuto contenuto sul nostro telefono a velocità superiori all’ascolto di un audiolibro.

I problemi maggiori di chi vuole leggere libri sono il tempo e l’attenzione

Vi spiego in breve come fare. Ecco cosa vi occorre:

 

  1. Smartphone o tablet iOS (iPhone, iPad), Android, o Windows Phone.
  2. Cuffie auricolari
  3. Una qualsiasi applicazione di lettura ebook (iBooks, Kindle,…)

Ecco i passaggi per ascoltare i libri da iOS:

 

[gdlr_toggle_box style=”style-1″ ]
[gdlr_tab title=”1. VAI IN IMPOSTAZIONI” active=”yes”]

Dalla schermata principale del tuo iPhone o iPad

tocca l’icona IMPOSTAZIONI.

[/gdlr_tab]
[gdlr_tab title=”2. SELEZIONA GENERALI”]

Ora seleziona la scritta GENERALI.

[/gdlr_tab]
[gdlr_tab title=”3. TOCCA ACCESSIBILITÀ”]

Scegli ACCESSIBILITÀ

[/gdlr_tab]
[gdlr_tab title=”4. SELEZIONA VOCE”]

Tocca la scritta VOCE.

[/gdlr_tab]
[gdlr_tab title=”5. ABILITA LEGGI SELEZIONE e LEGGI SCHERMATA”]

Porta verso destra il pulsante di LEGGI SELEZIONE e di LEGGI SCHERMATA

Vediamo a cosa servono queste impostazioni:

  • LEGGI SELEZIONE – Ti permetterà di farti leggere il testo che selezioni, ti basterà selezionare un qualsiasi testo e vedrai apparire il tasto LEGGI. Premendolo ascolterai la tua selezione.
  • LEGGI SCHERMATA – Ti permetterà di farti leggere qualsiasi schermata di testo del tuo iPhone o iPad, semplicemente scorrendo due dita dall’alto verso il basso sullo schermo.
  • EVIDENZIA CONTENUTO – Ti permetterà di vedere evidenziato il testo che sta leggendo. Ho scelto di abilitare questa opzione e ti spiegherò nel prossimo punto il perché.
  • VELOCITA’ VOCE – In questa schermata troverai in fondo anche VELOCITÀ VOCE, che ti permetterà di decidere a che velocità ascoltare il testo.

[/gdlr_tab]

[gdlr_tab title=”6. DECIDI QUALI CONTENUTI EVIDENZIARE”]

Scegli se evidenziare il testo mentre ti viene letto

Dalla selezione della voce EVIDENZIA CONTENUTO nel punto 5 di questa guida, verrai condotto in questa schermata che ti permetterà di:

  • ABILITARE L’EVIDENZIAZIONE – Spostando il cursore sul verde potrai abilitare l’evidenziazione del testo che ti starà leggendo.
  • COSA EVIDENZIARE? – Nella scelta successiva trovi “Parole”, “Frasi”, “Parole e frasi”. Da qui decidi cosa farti evidenziare. Io sono molto comodo con Parole e frasi, ma è una questione di abitudine.
  • COME EVIDENZIARE? – Da “Stile evidenziazione frase” potrai scegliere come visualizzare l’evidenziazione, quindi se con la sottolineatura o con un colore di sfondo.

Il primo che mi dice che il termine giusto è Evidenziatura e non evidenziazione lo mando direttamente a questo link a verificare e a rivedere lo screenshot inserito dove pure mamma Apple lo scrive 🙂

[/gdlr_tab]

[gdlr_tab title=”7. ENTRA IN IBOOKS”]

Apri iBooks o la tua App che contiene gli ebooks,

se non ne hai una la potrai certamente trovare su App Store

[/gdlr_tab]

[gdlr_tab title=”8. SCORRI CON DUE DITA VERSO IL BASSO”]

Scorri due dita verso il basso

Dopo aver selezionato e aperto il tuo libro, appoggia due dita sulla parte alta dello schermo del tuo iPhone o del tuo iPad e scorrile verso il basso.

  • La riproduzione del libro partirà dopo pochi istanti – Subito dopo aver passato le dita sul telefono la riproduzione partirà. Se dovessi avere problemi, verifica tutti passaggi e nel caso non si risolvessero chiudi e riapri iBooks.

[/gdlr_tab]

[gdlr_tab title=”9. ASCOLTA IL TUO PRIMO EBOOK”]

Box voce Apple, avanzamento capitoli, volume, velocità

Gestisci riproduzione, pause, velocità e capitoli

  • Box con i comandi – Da qui puoi gestire riproduzione, pausa, velocità e capitoli.
  • Paragrafo e parola evidenziati – Se osservi l’immagine superiore ti accorgerai che il primo paragrafo è di un colore leggermente differente e ancora differente è la parola ORDINARIE.
  • Sposta il box o riducilo – Il box può essere ridotto e spostato sullo schermo. Quando è chiuso visualizzerai una piccola freccia.

[/gdlr_tab]

[/gdlr_toggle_box]


[gdlr_toggle_box style=”style-1″ ]
[gdlr_tab title=”PREGI DI QUESTA MODALITÀ DI LETTURA”]

  1. Leggi molto più velocemente – Questa modalità di lettura è imparagonabile come velocità alla lettura classica.
  2. Ci si abitua velocemente alla voce dell’assistente vocale – La voce dell’assistente vocale all’inizio è fastidiosa, ma ci si abitua velocemente alle imprecisioni e al riascolto per comprendere meglio quanto letto.
  3. Puoi riavvolgere quando vuoi

    – A volte succede di non comprendere bene delle parti o di volerle riascoltare, con il tasto indietro si può sempre tornare in dietro di una pagina e riascoltarla.

  4. Diminuisci le distrazioni perché leggi e ascolti

    – Abilitando anche l’evidenziazione si può seguire quello che si ascolta.

  5. Utilizzi due canali d’ascolto differenti

    – Puoi utilizzare due canali d’ascolto insieme, quello visivo e quello auditivo. Oppure decidere di utilizzare solo quello auditivo.

  6. Puoi ascoltare leggere mentre fai altre attività

    – Gli audiolibri hanno cambiato il modo di vivere la lettura e i luoghi nei quali si legge, lo stesso può fare questa tipologia di ascolto. Potrai ascoltare mentre viaggi, mentre fai attività quotidiane, mentre passeggi o mentre fai attività fisica.

  7. Puoi aumentare la velocità di lettura

    – Nel lungo periodo si può aumentare la velocità di ascolto, tramite il simbolo “lepre” dal box dei comandi e volendo facendosi aiutare dall’evidenziazione del testo.

  8. Puoi creare audiobook dagli ebook 

    – Il quantitativo di audiolibri esistenti è ancora molto limitato, con questa forma di lettura si possono creare audiolibri da qualsiasi ebook.

  9. Passa da solo da una pagina a quella successiva

    – Il passaggio da un capitolo all’altro è immediato senza pause. Sfoglia da solo le pagine e nel caso di telefonata la lettura andrà in pausa da sola.

[/gdlr_tab]

[gdlr_tab title=”DIFETTI DI QUESTA MODALITÀ DI LETTURA”]

  1. Non c’è la magia della carta

    – L’odore e il tatto della carta mancano e non è una piccola mancanza, anche se ormai in tanti hanno compreso che si può tornare al piacere della lettura classica quando si vuole. Questo è semplicemente un’altra modalità.

  2. Chi legge a volte è ostico alla tecnologia

    – Negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza, ma proporre a chi legge su carta di passare al digitale è ancora uno scoglio molto grande. Chiedergli di ascoltare un assistente vocale che legge è come chiedere a un cuoco cosa ne pensa del purè che avete appena fatto col Bimby.

  3. Devi coordinare bene lettura e ascolto

    – Non tutti riescono a concentrarsi bene nella lettura se vengono disturbati utilizzando contemporaneamente due canali d’ascolto. Occorrerà del tempo per abituarsi all’ascolto leggendo anche le parole, oppure bisognerà decidere quale dei due canali di ascolto utilizzare.

  4. La voce di lettura non è naturale

    Questa modalità di ascolto è molto compromessa dalla qualità di lettura dell’assistente vocale. Per il momento la qualità è abbastanza buona, ma spesso sarà difficile comprendere alcuni passaggi al primo ascolto, a causa della punteggiatura, che non sempre è perfetta, del contesto e del significato delle parole.

  5. Non puoi crearti le vocine nel cervello 

    – Alcune persone quando leggono creano i propri personaggi, che hanno una loro personalità e una loro voce. È molto più difficile farlo con questo metodo di ascolto, per questo motivo diversi amici che hanno provato questa modalità di lettura hanno scelto di leggere testi accademici o tecnici piuttosto che romanzi.

  6. Se il tuo dispositivo non è aggiornato andrà male

    I possessori di dispositivi Apple hanno alcuni importanti accorgimenti da seguire, nel caso il proprio assistente vocale non funzionasse bene. I sintomi classici sono: impossibilità di attivazione di Siri o della modalità voce, lenta reazione alle richieste, altre difficoltà di riproduzione. In questi casi occorre fare un backup e ripristinare il dispositivo direttamente da iTunes. Queste problematiche nascono dalla sovrapposizione di aggiornamenti, cosa significa? Significa che tu stai sempre, correttamente, aggiornando il tuo dispositivo quando il sistema ti dice che è da fare, ma sappi che ogni, massimo, 2 sistemi operativi installati, conviene fare l’operazione che ti ho scritto sopra.

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Per un grandissimo periodo ne ho fatto una questione di inconcludenza, incostanza e svogliatezza, poi ho studiato i canali di ascolto e di apprendimento e facendo caso alle mie modalità ho scoperto di essere un soggetto con una grandissima preferenza per l’ascolto.

Praticamente, faccio maggiormente attenzione e imparo ascoltando.

Cominciavo un libro poi non lo portavo a termine e questa situazione è sempre stata molto frustrante. Vedere la pila di “incompiuti” sul comodino mi dava una sensazione di inadeguatezza alla cultura, come potevo studiare bene se non riuscivo nemmeno a leggere fino in fondo un libro che mi interessava?

Leggere è sempre stata un’attività molto difficoltosa per me e non capivo perché. Ora lo so e riesco a leggere un libro al giorno e in alcune giornate anche di più.

 

Tra qualche giorno aggiornerò l’articolo con la procedura per Android.

L'entrata in scena nei concerti

L'entrata in scena nei concerti

Il momento che prediligo negli eventi pubblici ai quali partecipo o che ho occasione di seguire indirettamente, è quello dell’entrata in scena.

Avete presente quel momento di un concerto nel quale il cantante compare sul palco, il momento in cui deve dominare e convivere con le sue paure e le sue ansie, e nello stesso tempo, cominciare a fare ciò che tutti si aspettano faccia e faccia anche bene, cantare.

Ecco, quello è il momento che mi appassiona veramente perché è il momento nel quale l’oratore di turno (il cantante) deve dare il meglio di se per apparire naturale e per cominciare a parlare (cantare), davanti a centinaia, migliaia o più, occhi che osservano ogni minimo particolare.

L’entrata in scena è uno dei momenti più difficoltosi per tutti i professionisti, la tensione sale, il battito cardiaco accelera e a seconda delle caratteristiche psicologiche possono avvenire tra i fenomeni più imbarazzanti in assoluto, come l’iperidrosi (sudorazione copiosa), la secchezza delle fauci e a volte l’impossibilità totale di parola.

Non vi sto parlando a caso di concerti, vista la fortissima analogia in diverse occasioni ed emozioni, con il parlare in pubblico.

A seconda di chi deve entrare in scena e delle sue caratteristiche, l’entrata potrà essere totalmente differente e le ho suddivise in diverse tipologie e qui ne elencherò alcune.

  • Entrata esuberante – quella in cui il cantante entra e sta già cantando dal buio delle quinte.
  • Entrata di accettazione – quella che permette di entrare in “confidenza” con il proprio auditorio, una sorta di preliminari nei quali ci si conosce, per poi arrivare al dunque quando ci si sente pronti a farlo.
  • Entrata all’oscuro – il cantante è nascosto, l’effetto scenico è molto alto, in diversi casi il cantante non guarda il pubblico fino a quando non ha cominciato a cantare. Notate la finezza, comincia a guarda il pubblico dopo aver cominciato a cantare, quindi la visione della massa di persone avviene solo successivamente al delirio che i fan scatenano appena la voce parte. La differenza con l’entrata esuberante è che il cantante può partire anche con un pezzo meno d’impatto e magari in crescendo.

Ecco alcune entrate in scena di professionisti della musica italiana. Mi sono rimaste in testa, vi allego alcuni miei pensieri e ragionamenti.

Con esuberanza

In questo video vi propongo l’entrata in scena di Ligabue il 10 Settembre 2005 alla prima edizione del Campovolo, immaginate che si trovava di fronte a 180.000 persone.

  • Parte dal fondo del palco ed entra sfogando tutta la sua energia per ristabilire un equilibrio emotivo interno.
  • Ruota su se stesso; immedesimandomi immagino il subbuglio della tensione unito al vuoto allo stomaco, mischiandolo con la testa resa leggera dalle rotazioni.
  • In questo pezzo non proprio “di riscaldamento” della voce, ci sono alcune lievi incertezze che a poco a poco scompariranno.

In accettazione

Questo invece è l’ingresso di Elisa al Forum di Assago di Milano il 24 Marzo 2014.

  • Saluta i presenti entrando in una connessione empatica
  • Mani aperte, braccia aperte, sorriso, baci, naturalezza
  • Un’amica che sta salutando tanti amici
  • Comincia a ballare e a muoversi stemperando la tensione
  • Quando deciderà di cominciare a cantare la band la seguirà
  • Notate la prima incertezza nella voce, forse dovuta a problemi tecnici o al suono della registrazione, che viene poi ripresa immediatamente.

Nell’oscurità degli occhi chiusi

In questo video potrete vedere l’entrata in scena di Renato Zero.

  • Tiene basso lo sguardo, non vede il pubblico per il primo minuto di canzone
  • Ha a disposizione il gobbo elettronico per eventuali amnesie
  • Quando ha superato l’inizio della canzone “si trasforma”

La magia

Ricordo un magnifico concerto di Jovanotti a Bologna del 2011, nel quale ad un certo punto comparve un ospite e la sua entrata in scena fu particolarmente coinvolgente per il pubblico.

Ho trovato la stessa scena riproposta anche a Riccione, ma credo che l’entrata di Bologna sia stata ancora migliore vista la presenza del fumo a coprire quanto stava avvenendo e a mascherare l’identità del nuovo componente sul palco.

In conclusione

vi lascio con questa entrata in scena epica, in stile concertone, direttamente da Megamind della DreamWorks.

Dai video che hai appena visto potrai comprendere che dovrai aver pronte differenti entrate in scena, per poter scegliere quella più adeguata alla tua situazione emotiva, quindi preparati e analizza il modo con cui i grandi professionisti scelgono di comparire nelle loro apparizioni pubbliche.

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Il termine ruolo (dal francese rôle/rôtle’, accezione del termine latino ‘ròtulus’: rotolo di carta)  nasce in ambito teatrale per indicare il foglio di carta arrotolato, chiamato appunto ròtulus, sul quale erano scritte le battute che gli attori recitavano sul palco.

Dal punto di vista sociologico, il concetto di ruolo definisce gli obblighi e le aspettative legate alla posizione sociale di ogni individuo (status).

Per un lavoratore,  l’identità lavorativa è una dimensione molto importante, da essa dipende infatti la costruzione dell’identità personale e lo sviluppo delle capacità di comunicazione e socializzazione con l’ambiente.

Esistono professioni che sono socialmente riconosciute e che non necessitano di ulteriori chiarimenti, perché il loro campo d’azione e le pratiche ad esso legate fanno parte del senso comune: un avvocato è un avvocato, un ingegnere è un ingegnere, un medico è un medico e così via.

Ma esistono delle professioni generate dall’evoluzione delle dinamiche storiche e sociali, che spesso e volentieri risultano poco riconoscibili, soprattutto se legate ad un ambito in via di sviluppo.

È il caso del mestiere del formatore, la cui identità risulta in costante evoluzione, oltre che difficilmente circoscrivibile.

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Il raggio d’azione di chi si occupa di formazione comprende l’esperienza nel campo dei processi didattici e disciplinari, passando per l’analisi dei bisogni e l’organizzazione e la progettazione di corsi e percorsi formativi. Egli, all’occasione, può essere un valutatore come anche un docente.

Il termine formazione si riferisce a quell’insieme di processi che, sotto forma di attività educative organizzate, hanno la funzione di produrre apprendimento, sia esso finalizzato alla crescita personale, professionale, soggettiva o aziendale.

In Europa un embrionale concetto di formazione, in ambito aziendale e professionale, prende piede sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, sulla base di modelli importati dagli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Ottanta si comincerà a trattare il processo formativo in quanto tale, delineando una precisa distinzione dei quattro momenti che lo caratterizzano: si parte dall’analisi dei bisogni, segue una fase di progettazione, si passa all’esecuzione di un intervento formativo che si comprova infine grazie alla valutazione dei risultati raggiunti.

In passato, il momento dell’apprendimento e quello del lavoro erano due periodi distinti, separati e consequenziali nella vita di ogni individuo: prima uno, poi l’altro. Oggi tale scissione risulta pressoché impossibile.

Nessuno riesce ad operare in ambito lavorativo, qualunque esso sia, con le sole competenze avute in eredità dal periodo dell’apprendimento scolastico.

La “vita moderna” offre ad ognuno di noi un ventaglio di possibilità e prospettive professionali ben più ampio rispetto al passato, ma con esso anche tutta una serie di inevitabili rischi.

La libertà di scelta, la mobilità, la gestione in termini di tempo della carriera universitaria, hanno, per alcuni la colpa, per altri il merito, di avere trasformato i canali di accesso al mondo del lavoro.

Ma, nonostante risulti in aumento la percentuale di studenti che protraggono gli studi, quanti di questi, a livello pratico, possiedono le competenze specifiche per entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro?

Quanti ne restano inevitabilmente esclusi?

In questo strano, dinamico, vivace contesto, i tempi dell’apprendimento e del lavoro si fondono per favorire lo sviluppo sociale e professionale di ogni lavoratore, attraverso la “Form-Azione”.

Immaginatela come un’opera teatrale: il racconto, in cinque atti, di una storia che è la stessa di sempre.

Le competenze apprese durante i primi anni di vita (Atto I – Educazione prescolare), trasmesse in ambito familiare, favoriranno la socializzazione e getteranno le basi per la costituzione dell’identità dell’individuo. Il modellamento e lo sviluppo cosciente dei propri ambiti di interesse avverrà grazie al confronto in ambiente scolastico (Atto II – Educazione primaria, Atto III – educazione secondaria), fino alla scelta del ramo di specializzazione (Atto IV – educazione terziaria), il quale permetterà di acquisire le competenze teoriche nel campo scelto.

Ma le competenze e le attitudini maturate in ambito familiare, scolastico, universitario, non saranno valide per sempre. Per questa ragione il quinto, ultimo, perpetuo atto della nostra grande opera teatrale, prevede l’educazione permanente.

Ad oggi, il sistema economico e sociale di questo primo spicchio di XXI secolo evidenzia la necessità di continuare ad investire sugli individui in termini di istruzione e formazione, per garantire alla popolazione tutta le competenze necessarie alla realizzazione e/o alla riqualificazione professionale.

Pertanto la formazione diviene sempre più un sistema, all’interno del quale l’analisi e la valutazione risultano due eventi non più lontani, ma contigui o persino sovrapposti tra loro.

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Allestita la scena, si presentino gli attori

Sì perché, come in ogni opera che si rispetti, gli attori sono importanti ed è bene citarli insieme ai rispettivi campi d’azione.

Figura di spicco al centro del nostro palcoscenico è il formatore, che è sia professionista della materia, sia colui che gestisce i singoli momenti del sistema e li mette in relazione.

É una figura che nasce da una prospettiva istruzionista (il sapere come elemento esterno all’individuo): il suo compito, in passato, era quello di veicolare in modo unilaterale nozioni specifiche e professionali, spesso legate agli imperativi di un’azienda committente.

Ad oggi, tale ruolo riflette uno sguardo più riflessivo ed empatico nei confronti di chi è allievo, ovvero il principale attore protagonista: un formatore non riempie un contenitore vuoto in un modo sempre uguale a sè stesso, bensì, partendo dalla centralità della dimensione soggettiva dell’apprendimento, costruisce e modella il suo intervento attraverso l’analisi dei bisogni, raggiungendo così una sorta di alchimia relazionale; ed è proprio quest’ultima che fa la differenza, oggi, nell’ambito della formazione.

La relazione fra gli attori è, infatti, strumento e insieme scopo del lavoro del formatore, a partire dal primo incontro con il committente.

Il formatore dovrà aiutarlo ad individuare quelli che sono i bisogni reali, coordinare l’attivazione e l’erogazione dell’iniziativa e coinvolgere il docente che, dal canto suo, si occuperà della trasmissione dei contenuti e del metodo.

Nel momento dell’erogazione gli allievi saranno chiamati a migliorare il loro bagaglio di competenze, e anche i loro responsabili parteciperanno attivamente in quanto “beneficiari”.

Tuttavia, per quanto stimolante e professionalmente gratificante, dal punto di vista sia relazionale che gestionale, possa essere l’operato del formatore, al tempo stesso in lui possono insorgere sentimenti come l’insoddisfazione, o peggio la frustrazione.

Avviene perchè spesso i risultati del suo agire non sono espressamente e immediatamente visibili, quindi empiricamente dimostrabili (o almeno, lo sono in minor misura rispetto ad altri settori). Inoltre, la sua riconoscibilità resta la problematica prima, a causa della scarsa informazione intorno a un mestiere che, invece, si dimostra decisivo nel promuovere lo sviluppo sociale e lavorativo della comunità.

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