Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Ròtulus: Il "ruolo" del Form-Attore e della Form-Azione

Il termine ruolo (dal francese rôle/rôtle’, accezione del termine latino ‘ròtulus’: rotolo di carta)  nasce in ambito teatrale per indicare il foglio di carta arrotolato, chiamato appunto ròtulus, sul quale erano scritte le battute che gli attori recitavano sul palco.

Dal punto di vista sociologico, il concetto di ruolo definisce gli obblighi e le aspettative legate alla posizione sociale di ogni individuo (status).

Per un lavoratore,  l’identità lavorativa è una dimensione molto importante, da essa dipende infatti la costruzione dell’identità personale e lo sviluppo delle capacità di comunicazione e socializzazione con l’ambiente.

Esistono professioni che sono socialmente riconosciute e che non necessitano di ulteriori chiarimenti, perché il loro campo d’azione e le pratiche ad esso legate fanno parte del senso comune: un avvocato è un avvocato, un ingegnere è un ingegnere, un medico è un medico e così via.

Ma esistono delle professioni generate dall’evoluzione delle dinamiche storiche e sociali, che spesso e volentieri risultano poco riconoscibili, soprattutto se legate ad un ambito in via di sviluppo.

È il caso del mestiere del formatore, la cui identità risulta in costante evoluzione, oltre che difficilmente circoscrivibile.

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Il raggio d’azione di chi si occupa di formazione comprende l’esperienza nel campo dei processi didattici e disciplinari, passando per l’analisi dei bisogni e l’organizzazione e la progettazione di corsi e percorsi formativi. Egli, all’occasione, può essere un valutatore come anche un docente.

Il termine formazione si riferisce a quell’insieme di processi che, sotto forma di attività educative organizzate, hanno la funzione di produrre apprendimento, sia esso finalizzato alla crescita personale, professionale, soggettiva o aziendale.

In Europa un embrionale concetto di formazione, in ambito aziendale e professionale, prende piede sin dalla seconda metà degli anni Sessanta, sulla base di modelli importati dagli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Ottanta si comincerà a trattare il processo formativo in quanto tale, delineando una precisa distinzione dei quattro momenti che lo caratterizzano: si parte dall’analisi dei bisogni, segue una fase di progettazione, si passa all’esecuzione di un intervento formativo che si comprova infine grazie alla valutazione dei risultati raggiunti.

In passato, il momento dell’apprendimento e quello del lavoro erano due periodi distinti, separati e consequenziali nella vita di ogni individuo: prima uno, poi l’altro. Oggi tale scissione risulta pressoché impossibile.

Nessuno riesce ad operare in ambito lavorativo, qualunque esso sia, con le sole competenze avute in eredità dal periodo dell’apprendimento scolastico.

La “vita moderna” offre ad ognuno di noi un ventaglio di possibilità e prospettive professionali ben più ampio rispetto al passato, ma con esso anche tutta una serie di inevitabili rischi.

La libertà di scelta, la mobilità, la gestione in termini di tempo della carriera universitaria, hanno, per alcuni la colpa, per altri il merito, di avere trasformato i canali di accesso al mondo del lavoro.

Ma, nonostante risulti in aumento la percentuale di studenti che protraggono gli studi, quanti di questi, a livello pratico, possiedono le competenze specifiche per entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro?

Quanti ne restano inevitabilmente esclusi?

In questo strano, dinamico, vivace contesto, i tempi dell’apprendimento e del lavoro si fondono per favorire lo sviluppo sociale e professionale di ogni lavoratore, attraverso la “Form-Azione”.

Immaginatela come un’opera teatrale: il racconto, in cinque atti, di una storia che è la stessa di sempre.

Le competenze apprese durante i primi anni di vita (Atto I – Educazione prescolare), trasmesse in ambito familiare, favoriranno la socializzazione e getteranno le basi per la costituzione dell’identità dell’individuo. Il modellamento e lo sviluppo cosciente dei propri ambiti di interesse avverrà grazie al confronto in ambiente scolastico (Atto II – Educazione primaria, Atto III – educazione secondaria), fino alla scelta del ramo di specializzazione (Atto IV – educazione terziaria), il quale permetterà di acquisire le competenze teoriche nel campo scelto.

Ma le competenze e le attitudini maturate in ambito familiare, scolastico, universitario, non saranno valide per sempre. Per questa ragione il quinto, ultimo, perpetuo atto della nostra grande opera teatrale, prevede l’educazione permanente.

Ad oggi, il sistema economico e sociale di questo primo spicchio di XXI secolo evidenzia la necessità di continuare ad investire sugli individui in termini di istruzione e formazione, per garantire alla popolazione tutta le competenze necessarie alla realizzazione e/o alla riqualificazione professionale.

Pertanto la formazione diviene sempre più un sistema, all’interno del quale l’analisi e la valutazione risultano due eventi non più lontani, ma contigui o persino sovrapposti tra loro.

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Allestita la scena, si presentino gli attori

Sì perché, come in ogni opera che si rispetti, gli attori sono importanti ed è bene citarli insieme ai rispettivi campi d’azione.

Figura di spicco al centro del nostro palcoscenico è il formatore, che è sia professionista della materia, sia colui che gestisce i singoli momenti del sistema e li mette in relazione.

É una figura che nasce da una prospettiva istruzionista (il sapere come elemento esterno all’individuo): il suo compito, in passato, era quello di veicolare in modo unilaterale nozioni specifiche e professionali, spesso legate agli imperativi di un’azienda committente.

Ad oggi, tale ruolo riflette uno sguardo più riflessivo ed empatico nei confronti di chi è allievo, ovvero il principale attore protagonista: un formatore non riempie un contenitore vuoto in un modo sempre uguale a sè stesso, bensì, partendo dalla centralità della dimensione soggettiva dell’apprendimento, costruisce e modella il suo intervento attraverso l’analisi dei bisogni, raggiungendo così una sorta di alchimia relazionale; ed è proprio quest’ultima che fa la differenza, oggi, nell’ambito della formazione.

La relazione fra gli attori è, infatti, strumento e insieme scopo del lavoro del formatore, a partire dal primo incontro con il committente.

Il formatore dovrà aiutarlo ad individuare quelli che sono i bisogni reali, coordinare l’attivazione e l’erogazione dell’iniziativa e coinvolgere il docente che, dal canto suo, si occuperà della trasmissione dei contenuti e del metodo.

Nel momento dell’erogazione gli allievi saranno chiamati a migliorare il loro bagaglio di competenze, e anche i loro responsabili parteciperanno attivamente in quanto “beneficiari”.

Tuttavia, per quanto stimolante e professionalmente gratificante, dal punto di vista sia relazionale che gestionale, possa essere l’operato del formatore, al tempo stesso in lui possono insorgere sentimenti come l’insoddisfazione, o peggio la frustrazione.

Avviene perchè spesso i risultati del suo agire non sono espressamente e immediatamente visibili, quindi empiricamente dimostrabili (o almeno, lo sono in minor misura rispetto ad altri settori). Inoltre, la sua riconoscibilità resta la problematica prima, a causa della scarsa informazione intorno a un mestiere che, invece, si dimostra decisivo nel promuovere lo sviluppo sociale e lavorativo della comunità.

Silenzio… ha senso

Silenzio… ha senso

Ogni interazione tra uno e più individui prevede un atto comunicativo che si finalizzi con la codifica di un messaggio: racchiuso possibilmente in un gesto, un’espressione facciale, una parola, o anche semplicemente nel silenzio.

Quanto pesa il silenzio?

Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso.

Pur avendo la facoltà di parlare, uno dei due interlocutori sceglie sempre di far silenzio. Per favorire la comunicazione o per comunicare a sua volta.

Sia esso assordante, inquietante, pieno, infinito. Può essere espressione di vergogna, disappunto, rispetto, riverenza, accettazione, servilismo.

“Finezza d’amore” per Shakespeare, “una delle grandi arti della conversazione” per Hazlitt.

Quel frangente privo, pare, di note, apparentemente quieto e segreto, è in realtà pieno di “trasmissioni”. Per di più, può rivelarsi spesso un atto empatico e accogliente, sintomo di attenzione e condivisione.

Nel suo saggio Silere/Tacere, Luigi Heillman opera una distinzione semantica interessante tra i termini latini ‘sileo’ e ‘taceo’, appunto: l’uno sta a indicare la quiete, l’immobilità; tra due persone indica indifferenza, risentimento, sentimenti tipici di chi non è in grado di interagire, non vuole far parte di un’esperienza, o di chi volutamente tende all’isolamento. L’altro è una forma fondamentale per il dialogo, sia esso il ‘taceo’ di ascolto, di colui che accoglie il messaggio e ne ricerca il senso, o il cosiddetto ‘taceo’ reciproco, che si realizza in una situazione di conoscenza e comunione profonda, laddove non servono le parole per capirsi.

In silenzio puoi dire…

Molti temono di cadere nel silenzio, perché lo vivono come un momento di disagio, imbarazzo o apparente nulla. Esso invece funziona bene se sai padroneggiarlo.

La voce del silenzio non parla all’orecchio, ma parla.

Al tuo ingresso all’interno di un’aula o una sala conferenze, prova a restare qualche secondo in silenzio, attirerai facilmente l’attenzione e come te faranno silenzio gli altri, in forma di rispetto, educazione, e darai loro modo di elaborare le prime tacite informazioni.

Sì perché, pur non avendo aperto bocca, il tuo solo atteggiamento e il tuo corpo rivelano tutta una serie di informazioni. Sempre, che tu lo voglia o no.

Siano esse l’età, il sesso, lo stato fisico, le emozioni, lo status sociale e così via.

Tutti elementi che non andrai a specificare a parole, perché probabilmente irrilevanti ai fini dell’incontro e silenziosamente impliciti.

Molti, ma non tutti, sanno inoltre che è l’arma per eccellenza quando si tratta di attirare l’attenzione, all’interno di un gruppo o durante una spiegazione. Se c’è qualcuno che non è partecipe o chiacchiera, lasciar calare il silenzio concentrerà l’attenzione, ora tua, ora degli altri, solo su chi disturba, che immediatamente recepirà il messaggio “solo con lo sguardo”.

Assenza, o attesa?

Piuttosto che martellare i nostri interlocutori stile “tubo catodico”, concedere, a noi e a loro, una pausa silenziosa tra un discorso e un altro, favorirà l’elaborazione delle parole appena pronunciate. I tuoi destinatari avranno il tempo di formulare un pensiero personale a riguardo e tu di progettare e riorganizzare le idee.

In silenzio. Fioriscono lo spirito critico, la riflessione, la creatività.

Quella pausa, inoltre, rappresenta per chi ascolta, l’equatore che divide il prima dal dopo: fin qui si è detto questo, lo metabolizzo, formulo un giudizio e creo delle aspettative per il futuro, per quello che mi verrà detto ancora.

“Dosalo”

Una pausa è detta tale perché assume il compito di mantenere vivo lo scambio, diventando un filo invisibile che collega pensieri e parole.

Nel corso di una discussione però, se il silenzio si prolunga, all’interno della sfera emotiva di una persona, si rischia di innescare un processo mentale spiacevole: l’imbarazzo.

Esso si realizza in una sensazione di disagio emotivo e turbamento, vergogna, ma anche soggezione. È un fenomeno sia relazionale che sociale, in quanto nasce e vive all’interno di una interazione, ma influisce sull’immagine di se e l’immagine che gli altri hanno della persona imbarazzata.

Dopo quanto un silenzio diventa imbarazzante?

Qualche anno fa, Namkje Koudenburg, studioso olandese dell’Università di Groningen, Paesi Bassi, pubblicò in un articolo sul Journal of Experimental Social Psychology i risultati di uno studio sull’accettazione sociale e l’appartenenza, affermando che il silenzio è un atto emotivamente tollerabile all’interno di un tempo di quattro secondi.

L’esperimento, condotto su 162 studenti, ha rivelato un risveglio di sensazioni quali timore, esclusione, allontanamento, disagio.

Il silenzio diviene, dunque, imbarazzante, laddove provoca uno “scollamento emotivo”, che altro non fa che alterare la percezione dell’altro e spostare l’attenzione.

Alla base di tutto, spiega, ci sono gli istinti dell’accettazione sociale e dell’appartenenza e la paura primordiale di essere esclusi.

Abbiamo scoperto che una conversazione fluente, oltre a essere molto piacevole, ci informa che le cose vanno bene. Significa che facciamo parte di questo gruppo, e che siamo d’accordo l’uno con l’altro. Questo tipo di conversazioni serve per stabilire l’appartenenza, l’autostima e fornisce una validazione sociale.

Presente all’appello

Come ogni conversazione o scambio, quella che avviene tra docente e discente può essere intesa come l’interazione di due o più esperienze a confronto.

Dalla tua, ci si aspetta che tu sappia gestire e condurre la situazione, sia dal punto di vista formale, che dal punto di vista emotivo. Che sia in grado di cogliere i significati e trasmetterli durante i momenti di apparente vuoto.

Dunque, non chiuderti mai nel tuo silenzio.

È, sì un momento di riflessione, di contemplazione del se e dell’altro, ma la scelta di tacere in pubblico prevede comunque che tu ci sia, che sia lì, che sia presente: rischi altrimenti che il tuo pubblico si distragga e si allontani. Mantieni il contatto.

Cosa avrà voluto dire?

In ultimo ma non per ultimo: altrettanto importante, per uno scambio efficace, è saper riconoscere la tipologia di silenzio dell’altro, focalizzare cosa sta e vuole comunicare con quel silenzio, rispettarlo e interagire di conseguenza.

Saper distinguere un silenzio di mediazione in un momento di difficoltà, da quello chiuso e ostile di chi resiste alla conversazione (in tali casi si tratta di mutismo: rifiuto di comunicare uno stato di sofferenza), da quello d’imbarazzo, da quello di chi non conosce la risposta alla domanda e da quello di chi la domanda non l’ha proprio capita.

Leggere la sorpresa di chi resta senza parole e così via.

Il silenzio può essere una delle esperienze più profonde dell’essere, condivisione di sapere e mistero, la tacita descrizione di sintomi e sensazioni.

Al tempo stesso è uno degli aspetti più controversi e interessanti del public speaking, per la sua contraddittoria efficacia.

Ma per un formatore esso è soprattutto ascolto, immersione vera all’interno del mondo interiore del soggetto in formazione, condizione ambientale che ci permette di entrare in contatto con l’altro ad un livello profondo, tanto da raggiungere la genesi di un’idea o di un pensiero.

Da qualche parte ho letto che il silenzio è la forma più alta della parola, e comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

Il formatore e lo straniero: i segreti per una comunicazione efficace

La natura di un fenomeno sociale è, sempre, direttamente proporzionale alla sua funzionalità.

Da secoli, (nonostante la percezione odierna sia quella di un fenomeno eccezionale) la mobilità, le migrazioni, l’attitudine delle popolazioni allo spostamento, sono avvenimenti di carattere sociale che favoriscono la redistribuzione e l’evoluzione numerica della popolazione mondiale, seguendo standard geopolitici, climatici e di promozione sociale o lavorativa.

È facile quindi, anche per un formatore, ritrovarsi di fronte ad una platea costituita da persone di un’altra cultura, che parlano altre lingue, che possiedono un background differente dal suo.

Mi chiedo,

sono pronto a misurarmi con un pubblico “straniero”?

Filtrata dai nostri sensi, dall’educazione e dalle proprie esperienze, è bene tenere sempre a mente che, la comunicazione non rappresenta un canale unilaterale, non è solo ciò che desideri comunicare, è anche come viene percepito.

Per chi guarda e ascolta, avere a che fare con modalità e stili di comunicazione ai quali non si è abituati, soprattutto, (se si tratta di migranti o richiedenti asilo) per chi non è mai uscito dal proprio paese e non si è mai rapportato ad altri, può portare alla nascita di sentimenti quali frustrazione, imbarazzo, ma anche alla realizzazione, più o meno ideale, di svantaggi sociali, come discriminazioni e stereotipi, fino all’esclusione.

I conflitti e le incomprensioni fra interlocutori che hanno un dissimile retroterra culturale, possono nascere per una cattiva gestione della comunicazione interpersonale, ma per mediare culturalmente e linguisticamente basterà stimolare e facilitare lo scambio e l’accettazione.

Il web è pieno zeppo di consigli e analogie che mirano al raggiungimento di una piena capacità di interazione multietnica.

Senza dimenticare mai che in una situazione multiculturale possano nascere problemi di omomorfia: gesto uguale, significato diverso.

Corsi, nozioni, consigli e manuali, che ti aiuteranno a tenere sempre sotto controllo i gesti ed il loro rapporto simbolico, come se il dialogo con “lo straniero” dovesse avvenire più che mai attraverso messaggi solo visivi.

Saprai che nelle Filippine chiamare facendo segno con la mano è il modo di chiamare i cani.

Che in Brasile e in Giappone è sconsigliato il contatto visivo prolungato.

O che in Vietnam le dita incrociate indicano gli organi genitali femminili.

Ti interesserà sapere che nelle Fiji se stingi la mano a qualcuno devi mantenerla per tutta la conversazione.

L’università di Boston, nel 2009, ha addirittura creato il “Gestibolario on line”, un video vocabolario, che ti permette di ripetere davanti alla webcam il gesto per ottenere la traduzione nella lingua che preferisci.

Nulla di più sviante.

È vero che in alcune circostanze la comunicazione corporea assume un ruolo predominante, sopratutto laddove quella verbale risulta latente o discorde.

Ed è vero anche che i gesti sono importanti, ed è bene sapere che ogni cultura attribuisce a ciascun segno un significato arbitrario, ma il più delle volte,  sopratutto in certi casi, possono fuorviare ed essere portatori sani di stereotipi e luoghi comuni.

Lo sappiamo bene noi del bel Paese.

Del resto la forte gestualità che caratterizza gli italiani, spesso accompagnata da un tono di voce molto alta, ci ha sempre raffigurato come aggressivi e invadenti agli occhi degli altri.

E ne approfitto per dare a tutti la notizia:

Gli italiani non gesticolano di più, usano semplicemente più spazio per farlo.

I nostri gesti sono più ampi, più aperti, tanto da ridurre lo spazio prossemico e fisico, a volte, fino al contatto. Un classico.

Ma evitare il contatto diretto, non alzare il volume della voce, trattare tutti i partecipanti allo stesso modo, sono basilari e banali accorgimenti di cui dovresti già avere piena cognizione, sui quali dunque non mi soffermerei.

È importante conoscere i gesti rituali, evitare segni culturalmente inadeguati, essere consapevoli che in società diverse esistono diversi modi di salutarsi, ringraziare, presentarsi ecc. e quindi un linguaggio del corpo differente.

Ma il primo passo per abbattere le barriere, è quello di favorire la costruzione di un canale e far si che il messaggio sia recepito ad ogni livello da tutti gli interessati.

Per fare questo dovrai distanziarti dal tuo sistema di valori e razionalizzare tutta una serie di saperi e nozioni condivise, con e per tutti.

Mirare alla comprensione universale di insegnamenti, competenze ed abilità, occupandoti in primo luogo della questione linguistica, ostacolo primo per eccellenza.

Stabilisci, dunque, sin dall’inizio una lingua che sia comune a più partecipanti possibili e che tu per primo sei in grado di padroneggiare.

Quindi, scopri quali sono le ulteriori lingue parlate nel gruppo e, nel caso in cui ci siano partecipanti coi quali non condividi nessuna lingua, individua qualcuno che è in grado di tradurre e facilitagli il lavoro, anche solo con uno spostamento di posto, o con ogni altro mezzo a tua disposizione.

Chiunque si rapporti ad una platea con la quale non si condividono lingua, gestualità e percezioni legate all’ambito culturale, deve porre particolare attenzione alla ricezione dei feedback, all’uso corretto di domande e risposte ed al trattamento dei messaggi, siano essi verbali o no.

Perciò il passo successivo, che agevolerà la loro partecipazione intellettuale e ti restituirà la sicurezza di una comunicazione quantomai efficace, potrebbe essere un’attività di sensibilizzazione ai sistemi di comunicazione, agli strumenti in uso ed ai loro effetti.

Questo genere di consapevolezza può essere raggiunta attraverso esercizi di ascolto, dialogo e linguaggio gestuale, al fine di mostrare l’abilità sociale e le capacità che ognuno possiede ed è in grado di eseguire.

Per quanto sia semplice capire come funziona, non è altrettanto facile mettere in pratica tali espedienti. Quando si incontrano uno o più interlocutori che fanno riferimento a conoscenze di base che si differenziano dalle nostre, quanto meno condividiamo le nostre conoscenze, tanto saremo distanti da questi e con loro sarà difficile comunicare.

Potranno esserti d’aiuto compiti rituali, come i saluti o le presentazioni, così da favorire l’interazione e mettere in luce le differenze.

Inoltre la tua partecipazione in prima persona è un buon modo per ridurre le distanze.

Chi conduce lo sforzo primo di comunicare, deve negoziare il significato di ogni messaggio, saper riconoscere le disuguaglianze rispettando i destinatari.

Imparare dagli altri, evitare di generalizzare, appianare il malessere derivante dal confronto col diverso e dunque con la paura di proporsi in modo erroneo, o peggio, ambiguo.

Divenire parlanti in grado di mediare e trasferire competenze linguisticamente e culturalmente, vuol dire interagire in modo critico e creativo accettando una nozione più ampia del se e dell’altro. Dimostrarsi sensibili alla natura interculturale di ogni comunicazione per semplificare l’apertura, acquisire nuove conoscenze, costumi, consuetudini, essere in grado di interpretare, gestire e valutare in maniera costruttiva punti di vista e pratiche, proprie ed altrui.

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Tutto quello che non ti hanno mai detto sul potere delle mani nella comunicazione in pubblico

Se l’elemento principe dell’arte oratoria è il verbo, la comunicazione non verbale, in particolar modo la gestualità delle mani, ne è senz’altro il piedistallo.

La gestualità è un atto comunicativo molto potente.

Sistematizzata e diffusa dai greci e i romani per le comunicazioni internazionali,  è il mezzo di comunicazione più intuitivo e facile da articolare.

Inoltre, le mani sono importanti. Che sia uno l’interlocutore, che sia una classe o una platea, esse precedono ogni altra parte del corpo, il loro impatto è immediato e comunicativo, proprio per il ruolo da protagoniste che subito guadagnano.

Scommetto che ti sei chiesto almeno una volta: dove le metto? Come le uso? Le uso?

Un buon oratore sa bene che l’utilizzo delle mani durante un discorso, una spiegazione, gli permette di collocare o evidenziare un concetto. Un dato argomento, soprattutto se sconosciuto, risulta più avvicinabile se espresso anche coi gesti che fungono da supporto.

Nell’ambito della formazione è un tema ricorrente proprio per la sua potenza comunicativa,  da sempre indice delle più svariate tecniche di comunicazione efficace.

Il girotondo ci porta sempre tutti giù per terra.

L’affollata babilonia delle metodologie di coaching offre a prezzi stracciati ‘consigli per l’uso’ delle mani, per ogni occasione!

Saprai dove tenerle, come muoverle, saprai ammaliare il tuo pubblico, stimolarlo e attirare l’attenzione.

Dicono.

Ma per un formatore  è davvero così importante concentrarsi sull’utilizzo delle mani?

Sin da piccolo hai imparato a gesticolare, è l’atto comunicativo che precede la parola.

Poi, dal momento in cui hai avuto la padronanza di entrambe le cose, hai sempre associato l’uno all’altro, realizzando così il tuo personale linguaggio espressivo, fatto di parole e gesti, che da sempre ti aiutano a chiarire il significato di quello che dici, enfatizzarlo, concedergli un tono.

Allo stesso tempo, inconsciamente, sei tu in prima persona a servirti di quegli stessi gesti, sui quali poggiano quei pensieri che si avverano in una perfetta armonia, trasmessa a voce e con il corpo.

In una sincera discussione tra amici, se consideri i movimenti spontanei compiuti con le mani mentre parli, ti accorgerai che sono niente di più che l’espressione fisica delle tue parole.

Tanto è vero che gesticoli anche quando parli al telefono o quando sbuffi da solo, automaticamente, perché ogni gesto è per forza associato ad un pensiero o ad una emozione ben precisa, ne rafforza il significato, quasi lo descrive.

Ciò che fa si che il discorso guadagni non solo di espressività ma anche di incisività è proprio quell’armonia fra gesti e parole.

La notizia è: Per essere efficaci, i gesti, non devono essere costruiti a tavolino!

Se si tratta della realizzazione fisica di quello che stiamo esprimendo a parole, per essere efficaci e diretti basta essere spontanei.

Inoltre, seguire, con determinati gesti, alcune parole o concetti particolarmente importanti è una predisposizione del tutto naturale che ognuno di noi ha articolato e costruito da se nel tempo e basta questo a gestire l’attenzione.

A mettere in evidenza ciò che ritieni essenziale all’interno di un discorso, a collocarlo nello spazio e nel tempo, basta l’ausilio di movimenti semplici che tutti sono in grado di capire.

Perciò gesticola! Gesticola pure caro formatore! Insieme alla voce, lascia che parli anche il tuo corpo, ma senza studiare a tavolino i gesti, comunica con tutto te stesso.

Le mani sono solo l’inizio.

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Verbale o non verbale. Questo è il dilemma

Ti sei mai chiesto da che lato pende l’ago della bilancia quando parli in pubblico?

Sicuramente si, nella testa di ogni formatore balena l'”epico dilemma”:

Conta più ciò che dici o come lo dici?

Gestire un pubblico è un arte. Ammaliare, interessare, suscitare, istruire, rispondere a un bisogno, crearne uno nuovo. Colui che ha il compito di educare, o formare, fa tutto questo e molto altro quando si rivolge a una platea, piccola o vasta che sia.

Ma Quanto è importante l’arte oratoria per un formatore?

Fondamentale.

Devi saper bene cosa dire, utilizzare un linguaggio consono al contesto ed esporre tesi e teorie in maniera limpida e comprensibile, tenendo conto di tutti quegli elementi che portano alla codifica di un messaggio efficace.

Rullo di tamburi.

E la comunicazione non verbale?

È qui che ti volevo.

Secondo gli studi del Prof. Albert Mehrabian, datati 1967, il 93% del messaggio recepito proviene da elementi esuli dalla conversazione verbale.

Lo psicologo statunitense, elaborò la teoria secondo la quale la percezione prima del messaggio proviene, in maggior ragione, dalla comunicazione non verbale (mimica e gestualità) e paraverbale (tono e volume della voce).

Ed ecco a voi la teoria più travisata del secolo!

Come spesso accade, i risultati vennero fraintesi e riproposti sotto forma di regole comportamentali, con un valore quasi deontologico, da coloro che su tale teoria hanno improntato fra i più svariati metodi di public speaking.

Si pensi agli innumerevoli corsi di coaching sul mercato della formazione professionale, primi su tutti i corsi di PNL (Programmazione Neuro Linguistica), che promuove l’apprendimento di competenze come:

UTILIZZARE LA VISIONE PANORAMICA PER DECODIFICARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO DEL TUO INTERLOCUTORE!

COMUNICARE CON EFFICACIA E CONSAPEVOLEZZA, IMPARANDO A SUSCITARE NEGLI ALTRI LE REAZIONI CHE DESIDERI!

Accompagnati da slogan come:

GRAZIE A QUESTO CORSO EVITERAI DI BASARE L’EFFICACIA DELLA TUA COMUNICAZIONE SOLO SULLE PAROLE!

Povero Albert, con grande disappunto, tenta ancora di chiarire che i risultati delle sue ricerche sono relativi alla comunicazione di atteggiamenti e sentimenti, simpatie e antipatie, dunque a dinamiche ben lontane da quelle che un formatore gestisce in pubblico.

L’utilizzo della comunicazione non verbale,infatti, sia essa volontaria o involontaria, influisce sul risultato, ma ricopre un ruolo puramente marginale nell’atto comunicativo.

Essa infatti può rafforzare, smentire o creare una possibilità di feedback, ma l’intenzione unica di comunicare un dato, al di là della forma e del contorno proposto, si realizza nell’atto verbale vero e proprio.

Ci tengo a dire che attraverso la puntualizzazione di certe tematiche non tento di sminuire l’importanza della CNV, della quale tratteremo ancora, ma solo di dare a questa un peso specifico in relazione agli elementi di natura linguistica.

Ogni individuo ha, inoltre, una percezione del tutto personale della realtà e dell’altro, filtrata da quello che è il proprio vissuto, riassunto nei rispettivi ideali, culture e credenze.

Basti questo a scoraggiarti dall’imboccare la via della manipolazione reciproca, per mezzo di gesti e rituali prestabiliti e standardizzati poi.

La comunicazione è una cosa oramai cosi falsata e costruita, calcolata. Quasi non si considera più l’interazione tra individui come tale. Le parole sono come un albero spoglio a Natale, non ci piace vederlo così. Vogliamo agghindarlo, riempirlo di luci, effetti, neve finta e regali impacchettati, che fanno salire l’attesa e la suspense.

Eppure quell’albero aveva radici, aveva vita, aveva senso così com’era, il suo messaggio era chiaro comunque. Era un abete. Mi avrebbe ricordato il Natale lo stesso. A te no?

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